Il 27 ottobre 2026 la Commissione europea ha lanciato la bomba: i Paesi dell’Unione europea dovranno prepararsi a uno scenario climatico con un aumento delle temperature medie globali di +1,5°C entro il 2030, +2°C entro il 2050 e di +3°C entro il 2100 rispetto ai livelli pre-industriali.
Oggi vediamo cosa bolle in pentola, ma stavolta ti devo avvertire. Visto che non sono un creator di successo, devi sapere che questa Lettera nella crisi climatica è stata scritta in treno, nei ritagli di tempo di alcuni giorni di ferie che mi sono preso per partecipare al Lucca Comics & Games 2026.
Non incontrerò Go Nagai, non avrò le folle che mi seguono, ma sono felice di scrivere queste lettere e di dare una costanza alla nostra conversazione. Spero che per te sia lo stesso. Piano piano stiamo arrivando ai 100 iscritti: mancano 4 persone per celebrare questo traguardo per la community, se vuoi consigliare questo progetto di sicuro ci arriviamo. E poi, giuro che presto torneranno anche le recensioni e un po’ di pop filosofia.
L’UE e lo scenario climatico: +1,5°C al 2030, +2°C al 2050, +3°C al 2100
La Commissione europea ha individuato lo scenario climatico di riferimento per l’Unione europea in una traiettoria comune: +1,5°C entro il 2030, +2°C entro il 2050 e +3°C entro il 2100 rispetto ai livelli pre-industriali. Non è un obiettivo politico né una previsione, ma un riferimento comune su cui misurare i rischi. Questo scenario climatico diventerebbe la stella polare per tutti gli Stati e andrebbe utilizzato nell’elaborazione di strategie, piani e iniziative di adattamento ai cambiamenti climatici, ma anche nelle decisioni su investimenti e infrastrutture. La stessa Commissione europea ha detto che in questo modo ci si prepara anche agli scenari che la scienza considera plausibili se continuiamo al ritmo attuale.
Per avere un termine di paragone, è “buona cosa” vedere il lavoro dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) sugli scenari climatici e quindi sui cosiddetti Shared Socioeconomic Pathways (SSP). L’Unione europea infatti sembrerebbe muoversi in uno scenario che oscilla tra SSP2 e SSP3. Basta guardare i numeri dell’IPCC: a metà secolo entrambi gli scenari portano a circa +2°C, a fine secolo SSP2 arriva a +2,7°C e SSP3 a +3,6°C. I +3°C scelti da Bruxelles stanno proprio nel mezzo.
Sviluppati dalla comunità scientifica nella seconda metà degli anni Dieci e adottati come scenari principali dall’IPCC nel Sesto rapporto di valutazione (2021), gli SSP (tradotti in italiano con percorsi socioeconomici condivisi) sono cinque narrazioni su come potrebbero evolvere popolazione, economia, disuguaglianze e cooperazione internazionale. Negli scenari dell’IPCC vengono combinate con un livello di forzante radiativo al 2100, eredità dei vecchi RCP (Representative Concentration Pathways).
Possiamo vedere gli SSP come narrazioni di mondi possibili nel 2100. Questi scenari sono una sorta di “worldbuilding climatico” dove vediamo l’influenza di diversi fattori socioeconomici sul cambiamento climatico in relazione alle azioni di mitigazione e adattamento. I cinque scenari climatici plausibili secondo gli SSP sono:
Un mondo in cui le nazioni hanno raggiunto gli obiettivi di sviluppo sostenibile e uguaglianza dell’Agenda 2030 con i conseguenti tagli di emissioni che ci hanno permesso di limitare l’aumento di temperatura tra circa +1,4°C e +1,8°C a fine secolo (SSP1);
Un mondo dove si prosegue sulla strada di sempre: i trend storici continuano, con progressi lenti e disomogenei e politiche climatiche a metà, e con un aumento delle temperature attorno al +2,7°C (SSP2);
Un mondo frammentato da “neo-nazionalismi” che perseguono il proprio interesse economico e di sicurezza di sviluppo guidandoci in uno scenario che registra un aumento del +3,6°C (SSP3);
Un mondo con disuguaglianze e divari sociali sempre più profondi dove le sfide dell’adattamento climatico sono urgenti in un contesto che registra un aumento delle temperature che dipende dal livello di emissioni (SSP4);
Un mondo dove si è spinto sull’acceleratore con un crescita rapida e senza limiti nella produzione economica e nell’uso di energia portandoci a superare la soglia dei +4°C (SSP5).
Ogni scenario porta con sé delle sfide socioeconomiche di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici. In un certo senso ogni scenario è lo specchio delle priorità che come umanità decidiamo di darci.
SSP1 è lo scenario ottimale dove esistono bassissime sfide di adattamento e mitigazione al 2100. Abbiamo fatto i compiti a casa e abbiamo evitato di far diventare il pianeta Terra qualcosa di molto simile ai paesaggi di Fallout. Peccato che la sua versione più ambiziosa, quella che non sfora +1,5°C, sia ormai andata a farsi friggere. Resta in gioco la variante SSP1-2.6, che somiglia al miglior percorso ancora possibile secondo l’UNEP (picco a +1,7-1,8°C). SSP5 è invece il suo speculare sul fronte della mitigazione dove è urgente risolvere le sfide relative alla mitigazione dei cambiamenti climatici, l’adattamento passerebbe in secondo piano considerando una certa fiducia nel progresso tecnologico. SSP3 ed SSP4 sono invece quelle in cui dovremmo stare più attenti per quanto riguarda gli effetti dei cambiamenti climatici, perché le sfide di adattamento sono alte. SSP2 sostanzialmente porta nel futuro lo scenario che viviamo con la differenza che le sfide da affrontare, paragonate al nostro tempo, saranno molto più profonde.
Grafico 1 – Le sfide di mitigazione e adattamento nei cinque SSP. Fonte: O’Neill et al., Climatic Change, 2014.
Grafico 2 – Gli scenari SSP nel Sesto rapporto IPCC. Fonte: IPCC, AR6 WG1, 2021.
La nuova proposta dell’Unione europea sull’adattamento climatico
La Commissione europea il 27 ottobre 2026 ha avanzato una nuova proposta sull’adattamento ai cambiamenti climatici in quella che a me sembra la presa d’atto di una situazione geopolitica sempre più orientata ai nazionalismi e che non accenna a cambiare la rotta, rallentando il conseguimento degli obiettivi climatici.
La notizia interessante però è che la Commissione europea ha presentato un nuovo quadro sulla resilienza climatica, mettendo in primo piano l’azione in preparazione e prevenzione agli eventi estremi. Negli ultimi anni, abbiamo visto due strategie europee sull’adattamento (la prima nel 2013, l’ultima nel 2021) e diverse iniziative che però non hanno portato a una grande responsabilizzazione da parte degli Stati. Ciò non stupisce eh. Ricordiamoci comunque che il tema dell’adattamento ai cambiamenti climatici ha trovato un nuovo slancio solo di recente, nei negoziati per il clima di Belém del 2025, con gli indicatori dell’obiettivo globale sull’adattamento. Penso si possa dire che, dal punto di vista politico, l’estate appena passata in Europa e le diverse alluvioni che ci hanno colpito negli ultimi anni hanno spinto sull’acceleratore la necessità di agire su questo tema. Anzi… lo hanno detto anche loro!
“The European Commission today presented an EU Framework for Climate Resilience to strengthen Europe's ability to anticipate, prepare for, and manage climate risks. This summer, prolonged heatwaves and droughts fuelled dangerous wildfires and drove some of Europe's biggest rivers to historically low water levels. Likewise, we have seen devastating floods in the past years. This highlighted the serious consequences that climate change can have on citizens, businesses and infrastructure.”– Commissione europea, comunicato stampa del 27 ottobre 2026)
L’iniziativa della Commissione europea punta a introdurre un orizzonte comune e chiede agli Stati di preparare e aggiornare i piani nazionali di adattamento ai cambiamenti climatici comprendendo anche diversi settori dell’economia. La nuova iniziativa della Commissione europea si compone di due atti: una comunicazione non vincolante e una proposta di regolamento, la Legge europea sulla resilienza climatica, che dovrà passare dal voto di Parlamento e Consiglio. La proposta chiede agli Stati di usare la traiettoria comune nel valutare i rischi delle proprie decisioni, di individuare chi è responsabile di ciascun rischio e di sostituire i diversi obblighi di pianificazione con un unico piano strategico nazionale, da adottare entro il 31 dicembre 2030. Non ci sono però indicazioni o obblighi specifici su come gli Stati dovranno assicurare gli obiettivi di adattamento climatico. Bruxelles non impone soluzioni: la responsabilità resta ai governi nazionali, regionali e locali. La volontà è quella di avere piani nazionali accomunati da alcuni elementi fondamentali come una valutazione dei rischi climatici regolare e comparabile tra i diversi Stati dell’Unione europea.
La stessa presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha parlato dei cambiamenti climatici come una minaccia agli investimenti, l’innovazione e la crescita economica di lungo periodo. L’Europa si sta riscaldando a un ritmo elevato, il doppio della media mondiale, con perdite economiche stimate in circa 200 miliardi di euro tra il 2022 e il 2025, una media di 50 miliardi l’anno. Per adattare infrastrutture ed economia, secondo la Commissione, servirebbero circa 70 miliardi di euro l’anno, con un ritorno stimato di oltre dieci volte in danni evitati. Da qui nasce la necessità di rafforzare l’abilità degli Stati europei di anticipare, prepararsi e gestire i rischi climatici. Tuttavia, non vengono introdotte nuove risorse finanziarie e molto verrà deciso attraverso il prossimo Quadro finanziario pluriennale (QFP) 2028-2034, ancora in discussione, per il quale la Commissione ha proposto un obiettivo di spesa del 35% per clima e biodiversità.
La Commissione europea in questa fase sembra più concentrata a fornire strumenti di supporto agli Stati e alle persone che vivono nel territorio europeo. Ha già lanciato alcuni strumenti digitali: l’European Climate Viewer, una mappa interattiva dei rischi climatici del continente, il Navigator of Climate Resilience Tools, pensato per individuare strumenti utili in base all’ubicazione, al settore economico di appartenenza o ai rischi specifici che una persona deve affrontare, e il Solutions Explorer della Missione UE sull’adattamento. Prossimamente verranno lanciati anche un piano europeo contro le ondate di calore, un’alleanza sul tema delle assicurazioni contro i rischi climatici, un’iniziativa europea per l’acqua, un’iniziativa per individuare i 100 territori europei più vulnerabili ai cambiamenti climatici e il gruppo consultivo PreparEU sulla preparazione ai disastri. Nel 2028 è previsto un piano strategico dell’UE sulla resilienza climatica.
Nel frattempo è stato pubblicato l’Emissions Gap Report 2026
Siamo in vista dei negoziati per il clima di Antalya (COP31, 9-20 novembre) e, come consuetudine, escono numerosi report. Qualche giorno prima della presentazione dell’iniziativa della Commissione europea, il 21 ottobre è stato pubblicato il nuovo Emissions Gap Report 2026, intitolato The Point of Return, che sembra confermare lo scenario scelto dalla Commissione europea.
Il report, elaborato annualmente dal programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP), afferma senza fronzoli che l’obiettivo di contenere l’aumento delle temperature entro il +1,5°C rispetto ai livelli preindustriali senza sforarlo, o sforandolo di poco, non è più raggiungibile: ora si tratta di rendere il superamento il più basso e breve possibile, per poi tornare sotto +1,5°C entro fine secolo. Ad oggi l’unica soluzione per contenere l’aumento di temperature entro quella soglia entro il 2100 richiederebbe la riduzione drastica delle emissioni di gas serra e la rimozione della CO2 dall’atmosfera.
Il verdetto è semplice: “abbiamo speso decenni a posticipare il taglio delle emissioni e ora ne affrontiamo le conseguenze”. Non tutto sembrerebbe perduto, se (e ripeto SE) ci mettessimo di impegno potremmo ancora rientrare negli obiettivi dell’Accordo di Parigi. Almeno secondo quanto detto da Anne Olhoff, direttrice dell’UNEP-Copenhagen Climate Centre e autrice principale del rapporto. Pur salutando l’obiettivo 1,5°C potremmo ancora rimanere in uno scenario climatico con un picco di +1,7-1,8°C a metà secolo, per poi tornare sotto +1,5°C entro il 2100.
Come sempre occorre rimboccarsi le maniche e far andare le mani. Il report ci dice che dovremmo tagliare le emissioni in modo aggressivo e immediato: il 18% entro il 2030 (circa 4 anni), il 45% entro il 2035 (9 anni) e il 69% entro il 2040 (14 anni), rispetto ai livelli del 2025. Si tratta di un passo di riduzione delle emissioni del 6% l’anno tra il 2025 e il 2035, più serrato di quello previsto dall’IPCC nell’ultimo ciclo di valutazione. Anche in questo scenario climatico non eviteremo gli effetti negativi dei cambiamenti climatici ma sicuramente li minimizzeremo rispetto a quello che ci possiamo aspettare continuando a premere l’acceleratore del cambiamento climatico.
Secondo l’Emissions Gap Report 2026, in uno scenario “business as usual” caratterizzato dalle politiche climatiche correnti il riscaldamento globale potrebbe raggiungere il +2,8°C entro il 2100, per poi continuare a salire. Si tratta di un numero considerato da molti come disastroso e che la Commissione europea, come abbiamo visto, sta praticamente prendendo come scenario di riferimento. Magari ci si vuole solo preparare al peggio, oppure è semplicemente lo scenario più realistico. In ogni caso non arrendiamoci. Se tutti gli Stati raggiungessero gli obiettivi dei loro piani climatici nazionali (NDC) potremmo contenere l’aumento attorno ai +2,6°C con una speranza di arrivare a +2,1°C se ci fossero dei buoni progressi sugli obiettivi net zero.
Il nuovo rischio di Disaster Divide: come i “ricchi” traggono profitto dalla crisi climatica
L’iniziativa della Commissione europea sulla resilienza climatica sembrerebbe riconoscere, almeno a parole, che gli impatti della crisi climatica non sono né equi né equamente distribuiti. Il Commissario europeo Wopke Hoekstra ha dichiarato la necessità dell’Unione europea di diventare “resilient by design” perché altrimenti si rischia il “disaster by default”, il disastro come condizione predefinita. Ha aggiunto poi che “ogni euro investito oggi in resilienza aiuta a tutelare i lavori, gli affari e il sostentamento di domani”. Ma proteggere affari e investimenti non coincide automaticamente con il proteggere chi è più esposto. E allora conviene chiedersi chi è maggiormente colpito dai cambiamenti climatici.
Nello stesso giorno in cui la Commissione presentava la sua iniziativa, Oxfam ha lanciato il nuovo report “Disaster Divide: How Climate Chaos Deepens Inequality and Enriches the Few”.
Secondo il report di Oxfam i miliardari e i super ricchi stanno emettendo a ritmi straordinari. Lo 0,1% più ricco (pari a 8 milioni di persone) produce più emissioni del 44% più povero dell’umanità, cioè 3,5 miliardi di persone. Ormai l’inquinamento prodotto dall’1% più ricco sta direttamente contribuendo ad aumentare gli eventi estremi causati dai cambiamenti climatici come alluvioni, siccità, incendi e crisi alimentari. Secondo le stime di Oxfam, un solo anno di emissioni dell’1% più ricco causerà circa 1,9 milioni di morti in eccesso per il caldo.
Il problema è che la crisi climatica non è neutra e c’è chi è maggiormente colpito dai cambiamenti climatici. Anzi secondo il report Oxfam i disastri climatici aumentano le disuguaglianze e le rendono più letali. Ad esempio le morti causate dalle alluvioni sono sette volte di più nei paesi con profonde disuguaglianze. Le persone ricche possono infatti comprare dispositivi di tutela, pagare di più il cibo o spostarsi in un luogo più sicuro con un rischio climatico minore. Tutto questo quindi ci parla anche del carovita e della nostra capacità di affrontarlo sulla base del contesto in cui viviamo.
Come se non bastasse, la nuova ricerca di Oxfam mostra che c’è chi riesce a trarre grandi profitti dai disastri e dagli effetti della crisi climatica a discapito di chi è in condizioni di vulnerabilità. Il report infatti studia come gli stessi investitori che supportano l’economia fossile traggono profitto dalla preparazione ai disastri e dalle attività di ricostruzione dei territori. Lo fa con un indice, il “Destroy and Rebuild Index”, che analizza 217 aziende attive sia nei settori che alimentano la crisi climatica sia in quelli che vendono adattamento e ricostruzione.
C’è un dettaglio che lega i due documenti usciti lo stesso giorno. La Commissione presenta l’adattamento anche come un’opportunità di mercato e stima che le soluzioni per la resilienza possano valere 3.500 miliardi di euro a livello globale entro il 2050. Oxfam ci ricorda chi rischia di incassare quei profitti. Senza regole e senza la voce di chi vive nei territori più esposti, il mercato dell’adattamento rischia di allargare il Disaster Divide invece di chiuderlo.
Mentre scrivo queste lettere da un treno mi sono ricordato di El Niño, un fenomeno che c’è sempre stato ma di cui ci ricordiamo sempre troppo tardi. Ecco, dopo mesi di allerta è sparito dai radar dei telegiornali, evidentemente per qualche vetrina di troppo, e sta bussando alle nostre porte. Le agenzie meteorologiche ancora si devono accordare sul fatto se sarà da record o meno. Attenzione… non concordano sulla medaglia d’oro. Molte agenzie infatti concordano che sarà di un’intensità molto alta, un “super El Niño” come lo abbiamo chiamato, ma che dipenderà dalle misurazioni e dalle aree determinare se sarà più forte di quelli visti nel 1982-83, 1997-98 e 2015-16.
Insomma, ben venga l’azione della Commissione europea ma penso che stiamo pagando il ritardo che l’inazione climatica e le numerose contraddizioni della nostra natura umana hanno causato. Per evitare di occuparci degli effetti più negativi dei cambiamenti climatici “a babbo morto”, forse dovremmo farci molte domande in più sul perché ci sono persone maggiormente colpite e chi, addirittura, ne trae profitto. Ma soprattutto dovremmo chiederci perché la crisi climatica salta in cima all’agenda politica solo quando imprese e affari cominciano a fare la conta dei danni. O forse peggio, quando iniziano a trarci profitto.
Come sempre ti leggo nei commenti e ti ricordo che Lettere nella crisi climatica nasce come un progetto collaborativo. Per curare questo spazio vorrei conoscerti meglio, sapere cosa pensi di questo progetto e conoscere di cosa vuoi parlare.
Da quando ho iniziato a scrivere queste Lettere cerco di riprodurre quelle belle conversazioni davanti a una birra o un caffé, un’occasione per parlare dei temi che ci stanno a cuore, delle cose che ci fanno arrabbiare, di come vediamo la società di oggi oppure di quello che ci ha lasciato l’ultimo film, videogioco, libro o fumetto.
Vorrei davvero creare una community insieme a te e per aiutarci puoi iniziare a partecipare compilando questo questionario.






