Un nuovo anno di Lettere nella crisi climatica
Costruiamo insieme il 2026 della community partendo da qualche segnale sull futuro
Gli esseri umani sono una specie strana, cerchiamo la razionalità in tutto ciò che osserviamo nella costante ricerca di segnali per comprendere qualcosa di più. Come gran parte delle persone anche io mi sono unito al grande rituale del “rientro” e accendendo il mio PC è comparsa la scritta: “Ti aiuteremo a connetterti”.
Grazie, credo che sia il miglior messaggio di conforto che una persona può ricevere rientrando in ufficio. Eppure mi sono chiesto cosa mai volesse dire quella frase di 23 lettere. Forse devo riconnettermi con questo inizio 2026? Oppure devo ricercare dei segnali negli eventi di questi primi sette giorni?
Scopriamolo insieme, d’altronde queste Lettere servono ad orientarsi nel presente durante la crisi climatica senza però sentirsi schiacciati dagli eventi.
I primi segnali del 2026: cosa ci aspetta in futuro
Ben 110 anni fa, il 1° gennaio 1916, Antonio Gramsci pubblicò sull’edizione torinese de “L’Avanti!” un articolo molto famoso dal titolo “Odio il capodanno”.Gramsci in quell’occasione non gridava il suo odio per il capodanno perchè si doveva accordare con gli amici sul cosa fare ma per motivi più semplici. L’odio del capodanno di Gramsci derivava da questa “falsa scadenza” fissa in cui gli esseri umani danno inizio e fine a qualcosa.
Per Gramsci il rito del capodanno faceva perdere il senso della continuità della vita e dello spirito come se la nostra esistenza fosse paragonabile ad un esercizio commericale con i bilanci consuntivi e preventivi.
Per questo è difficile realmente capire cosa ci riserva il futuro da un semplice giro di boa fittizio ma nonostante questo eccomi qui. In questi giorni ci sono stati un pò di eventi che mi hanno fatto pensare al nostro futuro mentre siamo immersi nella crisi climatica, un vero e proprio modo di pensare e non una semplice questione scientifica.
Così mentre a Roma salvano uno struzzo dall’esondazione dell’Aniene (si, uno struzzo), in questa Lettera ti voglio condividere dei segnali che possono rappresentare un pò una cesura della cronologia in cui viviamo.
Trump e il Venezuela (ma anche la Groenlandia)
In questi giorni Donald Trump ne ha combinate parecchie, ma il caso più clamoroso resta l’operazione militare in Venezuela e il trasferimento forzato di Nicolás Maduro a New York per essere processato da un tribunale americano.
Su questa storia si sta dicendo di tutto, e nella società digitale in cui viviamo ogni cosa rischia di diventare un gioco di squadre: o sei “pro Maduro” o sei “anti Maduro”. Ma la semplificazione è proprio questa e bisogna separare le questioni.
Mentre Trump sembra giocare a Risiko dimenticando che non sta indossando un visore di realtà aumentata, l’invasione del Venezuela fa emergere un paradosso morale potente: da una parte bisogna condannare la violazione della sovranità e del diritto internazionale; dall’altra non si può fare spallucce davanti alle violazioni massicce e sistematiche che il governo venezuelano ha commesso contro la propria popolazione.
E non aiuta liquidare tutto con provocazioni del tipo “i sinistri di oggi avrebbero difeso Hitler”: qui non siamo davanti a un bombardamento “per salvare un popolo”. Trump ha rivendicato apertamente l’operazione come funzionale al controllo e alla gestione del petrolio, parlando persino di un ruolo diretto degli Stati Uniti nel “far funzionare” il Paese e nel rimettere in moto il settore energetico.
È così che l’applicazione del diritto internazionale si erode: non solo per la violazione in sé, ma per la sua normalizzazione e per le reazioni selettive degli Stati, determinate più da rapporti di forza e alleanze che da principi.
Non a caso qualcuno ha iniziato a parlare di “Dottrina Trump”: la novità storica non è l’azione militare di per sé, ma la franchezza con cui Trump rivendica un presunto “diritto” di invadere e occupare Paesi per accaparrarsi risorse, al di là di vincoli giuridici e morali. E subito dopo, nel clima creato dal caso Venezuela, è tornata con forza anche la pressione sulla Groenlandia: un territorio strategico e ricco di materie prime critiche, dalle terre rare in poi.
Qui sta il segnale più inquietante di questo inizio 2026: finché risorse non rinnovabili come i combustibili fossili (potere energetico) e le terre rare/minerali critici (potere tecnologico) restano il perno del potere globale, la competizione tra Stati continuerà a soffiare venti di guerra. Ma secondo te qual è la risorsa che sta già riscrivendo la geopolitica: petrolio, terre rare o acqua?”
Comunque in questo gioco assurdo dovremmo forse riscoprire il significato della parola “pace”: qualcosa non torna se una vincitrice del Premio Nobel per la Pace come María Corina Machado celebra la cattura di Maduro come “ora della libertà”, mentre l’atto di forza innesca nuove violenze e nuove spirali di instabilità.
Le olimpiadi di Milano-Cortina 2026
Ormai ci siamo, tra meno di un mese inizieranno i XXV Giochi olimpici invernali di Milano Cortina 2026 ma già le città coinvolte stanno parlando di cosa rimarrà dopo queste olimpiade. No, non sto parlando dei diversi pop up store che vendono il merchandising delle Olimpiadi.
Mentre tutte le istituzioni salutano questo evento sportivo come un momento per rendere più ricco il nostro Paese, portare nuovo lavoro e rimpolpare le economie delle aree montane, c’è chi vive sui territori e non è proprio convinto di tutte queste dichiarazioni.
Anzi sono quasi tre anni che chi è contro questi olimpiadi si è radunato nel Comitato Insostenibili Olimpiadi (CIO) per organizzare assemblee, cortei, escursioni, gare o momenti di incontro per sostanzare e riflettere sulle ragioni dell’opposizione.
A settembre 2025, invece, Filippo Canetta ha percorso in bici e di corsa ben 570 km per collegare tutte le sedi dei giochi olimpici sulle Alpi Italiane: da Milano a Livigno e Bormio, quindi Tesero, Predazzo e Anterselva, per arrivare infine a Cortina. Durante questa impresa ha raccolto un’istantanea di questi luoghi a pochi mesi dall’evento per realizzare un documentario con lo scopo di restiture il grande impatto sulle montagne e le aree interne, come dimostrano i 500 larici secolari abbattuti e la costruzione di un enorme pista da bob a Cortina.
Le critiche a questi eventi sono sempre le stesse, milioni pubblici dedicati a infrastrutture, impanti e villaggi che rischiano di essere abbandonate o di essere date in gestione a dei privati che ne faranno certamente profitto mentre queste risorse vengono sottratte a politiche di welfare.
In una città come Milano poi il problema delle Olimpiadi ha tutto un altro sapore. Soprattutto nelle aree milanesi interessate dal villaggio olimpico di Porta Romana e dalle nuove costruzioni si registra l’aumento dei prezzi degli immobili, la perdita di case popolari, l’espulsione delle fasce più fragili, la sostituzione di spazi pubblici o sociali con strutture commerciali e turistiche. Insomma, la città è solo di chi se la può permettere
Per darti una fotografia, secondo un’analisi di Abitare Co., gli affitti brevi nelle zone centrali e nei quartieri collegati alle sedi olimpiche sono aumentati del 102% rispetto a una settimana ordinaria senza eventi. In prossimità degli impianti olimpici gli affitti settimanali raggiungono in media 1.925 euro, con picchi oltre i 2.000 euro in quartieri come Santa Giulia e San Siro.
Il segnale che possiamo cogliere è che le politiche sono sempre più scollegate dai bisogni e le aspettative dei territori e di chi vi abita. Senza contare che non sembra esserci una vera valutazione di come queste iniziative danno i propri effetti sul territorio andando al di là del mero scostamento di PIL. Ad esempio, la richezza non può essere misurata sul fatturato delle imprese edili e con un occhio al futuro ad una certa finiremo anche il suolo su cui costruire. Nella tua città qual è stato l’evento che ha ‘alzato i prezzi’ e cambiato il quartiere? E se vivi a Milano come stai approcciando questo vento olimpico?
Stranger things e la fine (?) di un epoca
In questi brevi cenni sui segnali del 2026 non poteva mancare un riferimento alla cultura pop e, quindi, al finale di Stranger Things. In questi giorni il mio algoritmo mi ha mostrato ossessivamente tutti i video prodotti dai creator di tutto il mondo in cui si parlava delle stesse cose. Ad un certo punto ho immaginato di saper parlare polacco perchè già sapevo cosa stava dicendo quel video.
Questo fenomeno di inizio anno parla della società nella crisi climatica più di qualunque altro evento perchè dimostra le modalità con cui la nostra sfera cognitiva viene bombardata e formata. Vediamo molti video, in poco tempo e in lingue diverse ma dicono tutti la stessa identica cosa.
Stranger Things meriterebbe un approfondimento a parte ma intanto possiamo dire che è stato un fenomeno televisivo che è stato capace di far parlar di se per quasi dieci anni facendo leva sulla nostra nostalgia degli anni ‘80 (anche a persone come me che sono nate nel decennio successivo). I sociologi hanno parlato anche di Retromania: il futuro fa paura tanto che non riusciamo ad immaginarlo, il presente è frenetico mentre il passato è l’unica cosa che ci dà rassicurazione.
Su questo Stranger Things ha messo insieme i Millenials, che hanno rivissuto il proprio passato o si sono sentiti parte di un gruppo di persone che ricorda quell’epoca, e la Generazione Z, affascinata dai colori e dalle ambientazioni di quegli anni. Il tutto è stato potenziato dai vari Brand che hanno messo in vendita collezione ispirate a quegli anni grazie alle collaborazioni con Netflix.
Anche se sono state già annunciate nuovi prodotti nel mondo di Stranger Things, la serie idealmente chiude la propria narrazione con la fine degli anni ‘80 e del suo significato storico portando i personaggi nell’età adulta e nei successivi anni ‘90 della globalizzazione. Segnerà anche per noi la fine di un epoca?
È ancora presto per scoprirlo ma la serie sta facendo parlare ancora di se con la “Conformity Gate”: molte persone hanno analizzato le scene della Serie Tv per cogliere dei segnali su un episodio bonus di Stranger Things che verebbe pubblicato il 7 gennaio. Anche qui la cultura pop dimostra la sua forza nel rimanere impressa nella nostra mente. Ma qual è l’opera di cultura pop che secondo te ha creato un egemonia paragonabile a Stranger Things?
I miei segnali per il 2026, costruiamo insieme il futuro delle Lettere
Se da una parte questi primi segnali spesso ci fanno pensare che questo mondo è tutto sbagliato o che i paradigmi con cui lo interpretiamo stanno cambiando, dall’altra anche nel mio piccolo ho cercato un segnale di buon auspicio. Mentre la grande storia globale fa il suo corso, anche noi abbiamo un ruolo nel nostro piccolo pezzo di mondo.
Quest’anno non mi sono sentito particolarmente coinvolto dalla celebrazione del cambio dell’anno. Il tutto fino alla mezza notte ha avuto per me un sapore sciapo. Dopo il casino dei botti che ogni volta rende i luoghi in cui viviamo uno scenario di guerriglia mi sono messo in auto per le strade delle prealpi del varesotto, dove nel frattempo era calata la nebbia. Ed ecco li che nel buio improvvisamente il mio cuore ha un sussulto di stupore e felicità. Mentre salivo i tornanti il fanale dell’auto illumina una coda rossa con dei ciuffi bianchi che ondeggiava in aria. Era una volpe che camminava sul ciglio della strada, magari era appena uscita dal boschetto dove si riparava durante i fuochi.
Il segnale però l’ho colto il giorno dopo con uno dei numerosi reel di instagram che mi compaiono alimentando la mia voglia di volare in Giappone proprio nel periodo del capodanno. Ho scoperto che nel Paese del Sol levante, a Tokyo, si celebra il capodanno delle volpi (Oji Kitsune no Gyoretsu) proprio come rituale di buon auspicio.
Come dicevamo, il capodanno è festeggiato come un momento di soglia tra l’inizio e la fine e anche la figura della Kitsune è a sua volta una figura a limite tra umano e non umano (può cambiare forma), tra natura e cultura, tra visibile e insivibile, tra protezione e aggressione.
La parata delle volpi trasforma questa ambiguità in una ritualità in cui si celebra il raduno delle volpi sotto l’albero sacro di Enoki, quando le volpi presero forma umana e indossarono il kimono. Con la parata le persone travestite da volpe (o da essere umano?) chiedono benevolenza e buona sorte per l’anno nuovo.
Il simbolo di buon auspico di questo rituale deriva dall’associazione alla dività shintoista Inari che era legata alla fertilità, all’agricoltura, al commercio e alla prosperità. Inizialmente le kitsune erano descritte come sue messaggere ma col tempo il confine si è assottigliato anche qui e Inari viene raffigurato come una volpe.
Per iniziare l’anno nuovo mi piaceva condividerti questa storia e sarei felice di sapere se anche tu hai colto qualche segnale per l’inizio dell’anno. La storia della volpe mi ha però ricordato come tutte e tutti dobbiamo curare il nostro “bosco” per sentirci in un certo senso a casa.
Quest’anno voglio curare la community delle Lettere nella crisi climatica e i suoi contenuti in modo più consapevole e lo voglio fare con te. Spesso mi sono trovato a scrivere delle lettere quasi a forza con il risultato di darti un contenuto spersonalizzato, emotivamente poco sentito e talvolta quasi a riempitivo. Certamente mi piacerebbe dare sfogo alla mia creatività e seguire alcune idee ma allo stesso modo vorrei scrivere più lettere che hai davvero voglia di leggere fino in fondo e magari condividerla con chi conosci.
Nel 2026 continueremo ad esplorare insieme la società nella crisi climatica e con questo spazio cercherò di scandagliare il presente per trovare argomenti, punti di vista e riflessioni che ci possano far vedere in modi diversi la nostra realtà. Lo farò anche parlando di storytelling, cultura pop e attualità. Quello che ti chiedo è di interagire con me, partecipare alla conversazione e sostenere la cura di questa community.
Per prima cosa ti chiedo di aiutarmi compilando un form anonimo per conoscerci un pò meglio e per capire cosa ti manca, cosa vorresti rivedere o cosa ti piacerebbe trovare nelle Lettere nella crisi climatica.
Questa lettera è uno spazio per riflettere insieme sulla crisi climatica per andare oltre all’incomunicabilità con cui viviamo queste sfide. Quindi certamente ti leggo e ho cura di ogni tua interazione: scrivimi, commenta, condividi o lascia un cuoricino. Costruiamo insieme la community di Lettere nella crisi climatica.





