Appunti triestini per il 25 aprile
Un recente viaggio mi ha dato qualche pensiero che ti condivido per l’anniversario della liberazione d'Italia
Il 25 aprile ricorre l’anniversario della liberazione d’Italia dall’occupazione nazifascista, un giorno in cui si commemora il risultato di una lunga lotta condotta dai partigiani.
In particolare il 25 aprile 1945 è il giorno in cui il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI) proclamò l’insurrezione generale in tutti i territori ancora occupati ed emanò un decreto in cui stabiliva la condanna a morte per tutti i gerarchi fascisti. Quello stesso giorno Benito Mussolini fuggì da Milano ma sappiamo che venne fucilato tre giorni dopo a Giulino di Mezzegra per poi essere esposto in piazzale Loreto, nello stesso luogo dove l’anno prima erano stati lasciati i cadaveri di 15 partigiani.
Oltre 80 anni dopo viviamo periodi neri, con guerre e disuguaglianze promosse da nostalgici di quelle camice dallo stesso colore ed emulatori con un diverso accento. Davanti a queste svastiche che tornano di moda dobbiamo ammettere che qualcosa si è rotto nella Società nella crisi cimatica.
Sempre più frequentemente sento un peso sul petto che scende giù nell’intestino, lasciando al suo posto un enorme vuoto. Mi sento pieno e scarico allo stesso tempo e, con gli occhi pieni delle numerose ANSA che descrivono la quotidianità, vorrei spegnere un attimo il mondo come faccio con lo schermo del mio cellulare.
Eppure eccoci qua, da questa realtà non posso ancora scappare, però da quella Milano ormai drasticamente cambiata posso rifiatare qualche giorno. Almeno così pensavo durante le festività di Pasqua, non è andata esattamente così. Trieste e dintorni mi hanno dato molto da pensare proprio su questi argomenti e da questo viaggio nascono questi appunti.
Trieste, crocevia di storie e culture
Era da un pò che volevo andare a Trieste. Una città che ha sempre mosso un richiamo latente nelle scariche che di tanto in tanto si scambiano i miei neuroni. Sarà per l’immaginario letterario, per la descrizione quasi magica della bora o per il fatto di essere una città di confine e confini.
Devi sapere che il motivo che mi ha spinto a scegliere questo viaggio è legato al mio nome. Sì, perchè i miei genitori mi hanno battezzato con un nome che solo col tempo ho iniziato ad apprezzarne l’importanza e a ricomporci parte di quelle tessere che fanno parte della mia identità.
Non ho origini tedesche o particolari legami con l’est europa (almeno per quello che ne so) ma porto il nome di Rainer Maria Rilke, considerato uno dei più importanti poeti di lingua tedesca del XX secolo.
So che è buffo leggerlo in una Lettera, accessibile al pubblico, su una piattaforma che si popola ogni giorno di creator in cerca di fama, eppure tutto questo non è un tentativo di emulazione. È quella parte di me che cerca di recuperare qualcosa e che in passato mi ha portato a cercare le sue tracce a Vienna, Parigi, Praga e quest’anno nel triestino.
Trieste è anche la città che ha raccolto le storie di Gabriele D’Annunzio, Umberto Saba, Italo Svevo e James Joyce. Senza contare che la storie di quest’ultimi due si sono intrecciate e alimentate a vicenda. Il primo, Svevo, a 45 anni era un industriale che aveva smesso di scrivere dopo il flop di Senilità, il secondo appena venticinquenne insegnava inglese e stava per pubblicare il suo primo libro. Malgrado il gap di classe e età, Svevo trova in Joyce un maestro e un interlocutore ideale (in una conferenza del 1927 lo chiamerà affettuosamente “mercante di gerundii”), mentre Joyce in Svevo vede un intellettuale arguto che gli ispira sincera ammirazione. I due si scambieranno le proprie opere in lettura e l’uno alimenterà l’immaginario dell’altro. Proprio grazie a Trieste e a questo scambio Joyce comporrà gran parte di “Gente di Dublino”, pubblicato nel 1914.
Non possiamo dimenticare che Trieste è stata anche la terra dell’irrendentismo e diede vita a quotidiani come “L’Indipendente”, “La Nazione” e il “Piccolo”. Una cultura di cui si appropriò il Fascismo molti anni dopo il nostro risorgimento. La storia di questo nazionalismo italiano si incrociò presto con quella del nazionalismo sloveno. Qui la coscienza e le aspirazioni nazionali slovene si svilupparono in modalità differenti ma con strumenti analoghi a quelli del nazionalismo italiano dando vita a un vero e proprio conflitto sociale e culturale.
Te ne parlo perché è importante capire i vari confini, più o meno permeabili e materiali, che gli esseri umani hanno innalzato nel territorio triestino. Non è un caso che nel 1921, in un clima di incertezza e crisi economica, il fascismo seppe inserirsi nei conflitti sociali di questa area tanto che la Federazione del fascio di Trieste diventò la più importante d’Italia.
Perdersi è ancora qualcosa di meraviglioso
Ultimamente scegliere dove dormire, dove mangiare, dove prenotare le visite o vedere cosa offre una città per un turista sta diventando un aspetto da non sottovalutare dal punto di vista del mio carico cognitivo. Tra le duemila cosa che una persona deve pensare per il proprio lavoro, mettere la testa anche su cosa fare quando non si lavora diventa solo “tanto pensare in più” che forse vorrei risparmiarmi.
Stavolta ho deciso di perdermi, non programmare nulla (o quasi) e di andare a zonzo per “sentito dire” seguendo i consigli delle persone con cui ci si incontrava in brevi chiacchierate. Devo dire che mi è sembrato un atto rivoluzionario in un epoca in cui vogliamo sempre conoscere come va a finire una storia, sapere cosa c’è dentro un posto prima di fare una fila o vedere un video sui social per fiondarsi nell’ultimo trend. Ciò non toglie che magari finisci comunque in qualche luogo mainstream.
Durante questa esplorazione tra i palazzi pastello di Trieste mi sono ritrovato in una libreria antiquaria, prima aperta dal poeta Umberto Saba e poi mantenuta in vita dal suo aiutante e suoi discendenti.
Ancora oggi questa libreria vive a Trieste con un lavoro di cura quotidiano e intergenerazionale che ha portato a un tentativo di dare ordine al caos e alla catalogazione di numerosi libri nelle diverse sezioni. Nonostante ciò il libraio mi ha raccontato che la maggior parte delle persone vengono attratte dal caos e si lanciano nella ricerca di qualche rarità nei mucchi non ancora messi in ordine. D’altronde il fascino della scoperta e della ricerca ha sempre la sua forza.
Io invece, pur amando lasciarmi trasportare, cerco sempre di seguire una bussola per la navigazione e ormai seguo un ordine ben rodato. Parto dalla sezione “cultura locale” per scoprire qualcosa sul posto o fiabe e mitologie particolari, passo alle sezioni di politica, diritto, filosofia e critica letteraria per poi concludere con la sezione dei libri illustrati. Ogni tanto alla cassa mi prenderanno per pazzo ma questa volta penso ci sia stato un filo abbastanza coerente che unisce la storia di “Marco il Pinguino di Trieste” con il “Come far versi” di Maiakovki e il “Baudelaire” di Jean-Paul Sartre.
Le librerie sono un pò come dei vecchi Hard-Disk in cui ogni libro cerca di ricostruire un frammento di memoria che poi noi andiamo a completare leggendolo, dandogli un significato e riproponendolo in qualcos’altro. Un pò come sto facendo scrivendo queste lettere.
La libreria è anche l’esempio concreto del rapporto complesso che Umberto Saba intratteneva con l’opera di Francesco Petrarca. Il Saba librario era infatti uno dei principali fornitori della Sezione Petrarchesca della Biblioteca Civica di Trieste, oggi parte del patrimonio del Museo petrarchesco Piccolomineo. Grazie a questo rapporto inter-temporale, uno scambio tra lettere del passato e del suo presente, Umberto Saba identifica la vita con la poesia nell’idea che la letteratura sia un percorso di conoscenza e di rappresentazione di sé o di quello in cui è immerso. Quello che Saba vede viene fissato con le lettere che rappresentano sia uno scatto, sia l’innesco incessate di aggiornare ogni istantanea.
Essere Trieste, essere Vienna: la rivoluzione della psicanalisi
Camminando in questa esplorazione e scattando le mie istantanee, piede a piede ho inziato a percepire qualcosa di familiare in alcuni dei palazzi imperiali che affacciano sul mare. Solo quando sono entrato nel Museo LETS ho capito cos’era. Su una delle bacheche rosse c’era scritto “Trieste, la Vienna sul mare”.
Trieste è stata il cuore pulsante dei Caffè letterari. Persone come Svevo, Saba e Joyce frequentavano i diversi Caffè o Pasticcerie della città per informarsi, scambiarsi idee con altri intellettuali e creare una vera comunità, cosi come avveniva anche nella capitale dell’impero asburgico di quel tempo e come forse non avviene più oggi. Il legame tra Trieste e Vienna si trova anche nella figura di Sigmund Freud, che passo in città almeno in quattro occasioni.
Non è un caso che nella prima metà del ‘900 gli scrittori che passarono per Trieste scoprirono la psicanalisi. Ad esempio in Italo Svevo, che in realtà si chiamava Ettore Schmitz, è forte il tema del doppio. La sua storia personale e la sua figura sono sdoppiate, riflesse da uno specchio un po’ opaco che rende l’immagine incerta, ma anche interessante. Una persona duplice e separata dal suo essere “italo” e “tedesco”1, ebreo per nascita e cultura ma cattolico per matrimonio, socialista in gioventù e liberista in età più maturo, cosi come ottimista e pessimista, ironico e cupo, irredentista e pacifista.
La rivoluzione della psicanalisi in quegli anni ha invitato a iniziare a ripensare i fatti umani nella loro complessità e, almeno, duplicità. Così come questi territori del triestino incarnano una duplicità tra Italia e Slovenia, Zeno Cosini della “Coscienza” si presenta attraverso la sua eterna U.S., l’Ultima Sigaretta che rappresenta la maturazione personale incerta di un personaggio che insieme vuole e non vuole smettere di fumare, vuole e non vuole crescere.
La risiera di San Sabba
La dualità di Trieste non è solo nei nazionalismi ma anche nel binomio tra “fatti” e “ricordo”. Ogni evento storico non è solo un fatto narrato ma anche un azione, individuale e collettiva, che compiamo per riportare al nostro cuore il significato di quel fatto. Se a quei fatti non associamo emozioni e significati, allora la memoria si sfalda davanti a noi.
Questo è paradigmatico perchè a Trieste vi è la tristemente nota storia della Risiera di San Sabba, costruita nel 1898 dalla società “Pilatura del riso del Litorale” che acquisto dei terreni nel nel rione periferico di San Sabba.
L’edificio originariamente venne usato per la lavorazione del riso e cessò la produzione tra il 1927 e il 1934. Progressivamente, a partire dal 1930, l’esercito italiano inizio ad utilizzare la struttura come magazzino fino a trasformalo nel giro di 10 anni in una vera e propria caserma militare. In seguito all’occupazione del territorio da parte delle forze tedesche, la Risiera di San Sabba fu utilizzata come campo di prigionia provvisorio per i militari italiani catturati dopo l’8 settembre 1943 e successivamente trasformata Campo di detenzione e di polizia, una delle realtà tipiche dell’universo concentrazionario nazista.
La Risiera è tutt’oggi è uno dei luoghi della memoria più significativi dell’occupazione nazista d’Italia, uno dei quattro campi di detenzioni esistenti in Italia insieme a Fossoli, Borgo San Dalmazzo e Bolzano ma l’unico dotato di un forno crematorio. La realtà molteplice e complessa della Risiera di San Sabba è emersa chiaramente solo con l’inchiesta giudiziaria svolta all’epoca del processo del 1976 che stabili che la struttura fu per le vittime della persecuzione razziale prevalentemente un campo di transito, mentre per le vittime della persecuzione politica o di crimini di guerra rappresentò un carcere o un braccio della morte senza processo né giudici.

La Risiera di San Sabba venne definita dallo storico triestino Elio Apih un “microcosmo delle forme e dei modi della politica nazista di repressione dove ebbero luogo: l’applicazione della tecnica della deportazione politica e razziale, l’applicazione delle tecniche e dei metodi di eliminazione e atti di violenza propri della logica delle SS insieme allo sfruttamento della forza lavoro dei prigionieri.”
Varcando le porte della struttura vieni preso dal quella sensazione di disorientamento e inizia a mancarti poco a poco il respiro. Di questa storia ancora oggi non si sa precisamente quanti prigionieri transitarono e quanti morirono tra quelle mura. Si parla tra le 2.000 e le 5.000 persone in transito e circa 350 decedute. Le vittime furono in massima parte esponenti della Resistenza (italiani, sloveni e croati), ostaggi catturati durante le operazioni di rastrellamento o civili arrestati perché sospettati di collaborare con i partigiani. La morte poteva avvenire di notte per impiccagione, fucilazione, gassazione o colpi di mazza alla testa.
Davanti a questi eventi la domanda è sempre “chi sapeva del Lager della Risiera di San Sabba?” ma la risposta è tutt’altro che semplice. La Risiera era in una zona periferica della città abitata con attorno altri cantieri e fabbriche. I nazisti fecero di tutto per occultare cosa stavano facendo e le notizie che filtravano erano spesso intrecciate, confuse o declassate come notizie false. Qualcuno sapeva e provava a fare qualcosa, qualcuno cercava di non pensarci, qualcuno non voleva credere a queste crudeltà e altri erano complici di un sistema che legittimavano. Perchè non bisogna dimenticare come il fascismo si insedio tra le menti delle persone e utilizzo le loro paure per leggittimarsi. I confini in questi territori erano allo stesso tempo fonte di rassicurazione e d’odio.
Il Venezia Giulia e il “Fascismo di Confine”
Venendo da fuori gli influssi dei diversi confini mi hanno dato la sensazione di aver modellato la società e la cultura di quel territorio. In quei giorni anche la rete del mio telefono viaggiava per conto suo, attaccandosi prima in Italia, poi in Slovenia e ancora dopo in Croazia mentre io magari ero fisso, immobile, fermo. Andando poco oltre i confini di Trieste e immergendosi nelle campagne è poi facile leggere i nomi dei Comuni nella doppia lingua o sentir parlare sloveno, o almeno cosi pareva al mio orecchio.
Durante i giorni della mia permanenza ho avuto modo di mangiare in uno Osmiza, praticamente la casa di qualcuno che per brevi periodi della primavera mette a disposizione dei tavoli dove godere dei loro prodotti.
Ecco, giuro che avevo fatto di tutto per ritirare un pò di contanti e che ho trovato numerosi bancomat chiusi ma ad un certo punto sono finito in una lunga discussione perchè mi mancavano due euro. Ora li ogni cosa si pagava al pezzo e mi bastava levare due fette di pane, però la conversazione si era fermata alla risposta della gestrice “Eh ma che fai, levi il pane?”. Non ne uscivamo più anche perchè non ho ancora la capacita di moltiplicare banconote o monete e per fortuna un ragazzo che ascoltava la conversazione mi ha offerto quanto mi mancava per arrivare alla quota.
Accanto a lui però c’era un’altra persona che dopo avermi cercato di spiegare che “mai e poi mai si sarebbero aperti un Pos in posti del genere”, aspetto che li per li non mi interessava dato che non risolveva il problema, penso abbia capito che non fossi di Trieste. Mi guarda ed esclama “Ah, ma vieni da fuori della regione?”. A quelle parole mi sono sentito un Alieno.

Scrivendo questa lettera non sto dando del fascista a questa persona ovviamente ma è forse un sintomo di quello che vivono le terre di confine. Tra l’altro stiamo pur sempre parlando di una regione roccaforte della destra in Italia e che si discute su un possibile terzo mandato in regione per Fedriga appoggiato da Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia. Penso che questo atteggiamento ha delle radici storiche dato che nel Venezia-Giulia il fascismo assunse un carattere distintivo di “confine” facendosi forza sulla proclamata difesa del confine nazionale e dell’identità italiana, con tanto di forte aggressività e razzismo contro sloveni e croati o qualsiasi cosa venisse etichettato come un nemico interno ed esterno.
Attraverso la violenza, gli assassini e l’identificazione di un nemico da sterminare in queste terre il fascismo consolidò il consenso tra la popolazione italiana e consegui l’obiettivo di nazionalizzare il territorio a spese delle minoranze slovene e croate con azioni come quella dell’incendio del Narodni Dom, centro culturale e politico delle organizzazioni slovene e simbolo della loro presenza e affermazione a Trieste.
È un errore peró attribuire tutta la colpa al fascismo, anche se ha messo tutto il suo impegno per contribuire a questa strage. La politica di persecuzione iniziò sin dal periodo dell’amministrazione militare italiana dopo il primo conflitto mondiale quando numerosi sloveni e croati furono confinati o espulsi. Durante la prima metà del ‘900 venne portata avanti una politica di assimilazione forzata di tutto quello che veniva giudicato “alieno” da parte di chi deteneva in modo autoritario il potere. Vennero italianizzati cognomi, nomi, toponimi. Vennero condannati croati e sloveni davanti a un tribunale speciale per la difesa dello stato. Vennero posti limiti per l’accesso al pubblico impiego, soppresse istituzioni culturali e istituzioni finanziarie e vennero posti fuori legge partiti politici e stampa periodica. Oltre a questo fu proibito l’uso pubblico di qualsiasi lingua che non fosse l’italiano.
I confini hanno su di noi degli influssi potenti. Basta tracciare una linea su un terreno per cominciare ad avere paura di tutto quello che c’è al di là di quel segno. Questo vale ancora e sopratutto oggi che sembra di avere un revival degli anni ‘20 del secolo scorso. Recentemente ho visto il racconto di Progetto Happiness sull’”Esercito di Dio” che opera al confine tra Polonia e Bielorussia e ne esce fuori l’immagine di un gruppo paramilitare, fervente cattolico, che pattuglia i boschi per respingere i migranti o lasciarli morire nei boschi. Le proprie azioni vengono giustificate come una missione divina contro il “male” per il semplice fatto che questi uomini hanno fatto dell’odio la propria missione di vita e che questo odio è alimentato dalla paura generata dal significato che diamo a un muro di oltre 5 metri. D’altronde, basta tracciare dei segni su una cartina per capire come una penna ferisce più di una spada.
La via di “chi imprime segni”, il sentiero Rilke
Il mio viaggio però era iniziato seguendo le orme di Rainer Maria Rilke. Mi scuso per questo divagare dato che la destinazione principale di questo pellegrinaggio era quindi il Castello di Duino arroccato sul Golfo di Trieste. A Duino Rilke venne ospitato varie volte dalla Principessa Marie von Thurn und Taxis tra l’aprile del 1910 e la primavera del 1914. Affacciato sul mare, Rilke sedeva spesso nel salotto rosso e nella biblioteca accanto, dove compose le prime due Elegie Duinesi.
Un aspetto particolare della vita di Rainer Maria Rilke fu quello dell’amore con la filosofa, scrittrice e psicanalista Lou Andreas-Salomè, una pensatrice che infulenzò e fu amata anche da Nietzsche, Freud. Fu lei a ribattezzarlo Rainer, il vero nome di Rilke è infatti Renè, per indicare la sua purezza (da “Rein” che significa puro).
Per arrivare al Castello ho seguito un percorso ricco di falesie e rocce scivolose. Anche se ad un certo punto in lontananza inizi a vedere quel Castello che sembra buttarsi nel mare, in realtà sembra di ritrovarsi in un paesaggio lunare. Prima sei immerso nella vegetazione che qua e là si fa più o meno rada, poi ti trovi tra le rocce argentate e aguzze, sospese nel tempo. Camminando la natura si tradisce e porta alla luce le vecchie torrette militari, simbolo delle guerre che si sono combattute nell’adriatico. Eppure la storia viene dimenticata, portata via dal vento che ti rapisce con l’odore di una rugiada salata nata dalla fusione delle campagne e del mare.
Il vecchio castello ti guarda mentre passeggi e vieni rapito dai tramonti, dall’orizzonte e dalle numerose persone sedute a imprimere segni su un taccuino. Sotto, nel mare, si affollano le petroliere e le meduse attratte dalla temperatura sempre più calda. Sopra, sulla costa, i luoghi diventano set fotografici per turisti ispirati dai colori della primavera.
Una cosa che mi ha sempre colpito di Rilke è il suo insegnamento secondo cui per essere iniziati al mondo della vita bisogna unire le melodie delle sensazioni presenti con quella delle ricordanze passate. Questo credo che sia uno dei significati del “fare memoria” perchè se ci soffermassimo solamente a una descrizione di un fatto o di un tempo passato non avremmo altro che una cartolina.
Oltre un secolo dopo possiamo anche essere seduti a mirare il tramoto rifrescando la gola con uno spritz bianco, o imprimere lettere e segni su dei fogli, ma se non curiamo la nostra memoria ci lasciamo solamente andare agli eventi. Lo spritz sulle labbra o la penna sul foglio non diventano altre che dei placebi. È come andare in un sacrario militare e vedere il tuo cognome, e chi lo sa se ti son parenti se non hai mai dato significato a quella lapide?
Ho scritto questi appunti triestini per il 25 aprile perchè l’antifascismo non è una ricorrenza, è un atto di memoria. Viviamo in un momento in cui il dissenso è sempre più spesso ridotto a una questione di ordine pubblico e l’antifascismo viene svuotato, neutralizzato o apertamente criminalizzato. Anche laddove cerca di creare relazioni, socialità e comunità. La domanda che ti faccio e che ci faccio è “cosa signfica oggi praticare la liberazione e il 25 aprile?
La memoria non è altro che un aspetto della conoscenza storia, è quella connessione che noi diamo rapportando un fatto alla nostra percezione che è contestualizzata nel nostro presente. Se interrompiamo questa relazione e le relazioni tra di noi, allora qualcosa si rompe e continuiamo a ripeterci in un loop infinito anche se ognuno se ne sta buono nella propria bolla a tratti distopica. “Il fare memoria” è forse una delle bussole che abbiamo per capire il futuro di una società nella crisi climatica e individuare dove porta il sentiero di chi traccia segni.
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Svevo è il termine usato per indicare l’appartenenza alla regione tedesca della Svevia.









