Blackout nell’hinterland milanese e ondate di calore, parliamone
Della relazione tra Blackout e ondate di calore se ne parla poco, analizziamo cosa è accaduto all’inizio dell’estate 2026
Blackout, ondate di calore e mappe di colore viola sono tra le parole più usate in questo giugno 2026. Non sto impazzendo per il caldo (per altro sì) ma vi è un filo che unisce queste tre parole e che voglio raccontare in questa lettera nella crisi climatica.
La prima parola, blackout, si riferisce all’interruzione di corrente elettrica che hanno vissuto molti comuni del Nord Italia e, in particolare, molti di quelli che completano il puzzle del famigerato hinterland milanese. Ne parlo in questi termini perché a Sesto San Giovanni si è aperta una grande discussione sul sindaco Roberto Di Stefano in considerazione del fatto che negli ultimi 3 anni la popolazione ogni estate si è trovata ad affrontare lunghe interruzioni di corrente.
Le ondate di calore, un periodo prolungato di tempo in cui le temperatura è alta e al di sopra della media stagionale, sono invece un fenomeno che compare sulle prime pagine e sugli schermi non appena inizia l’estate. Il dato preoccupante però è che ora, date le nostre lungimiranti scelte come società, le mappe termiche sono passate dall’essere “rosse” a un “viola acceso” perché stiamo finendo le parole e i colori per far capire cosa sta succedendo.
Tutto questo però ci porta a parlare della relazione tra blackout e ondate di calore in un momento storico in cui è “l’estate più fresca dei prossimi 100 anni”.
Un giugno tra blackout e ondate di calore
Tra il 20 e il 27 giugno si sono registrati diversi blackout che hanno portato a rischi e disservizi in diverse città del Nord Italia, tra cui Torino, Bergamo, Milano e i comuni della città metropolitana. Nell’hinterland milanese, però, è stata particolarmente estesa l’area di interruzione dell’energia elettrica.
Su Milano Today si legge che nelle giornate del 22 e del 23 giugno, con temperature che hanno raggiunto i 36 gradi, la rete di distribuzione ha toccato un carico massimo di 1,5 gigawatt, un valore superiore di circa il 40% rispetto alla settimana precedente. Su Ultima Bozza invece viene raccontato a San Giuliano Milanese Duereti, la società che gestisce la distribuzione locale, ha certificato un incremento dei consumi del 38% rispetto alla settimana precedente. Mentre a Milano i server del Consiglio comunale si sono fermati per i cali di tensione e la seduta è stata chiusa in anticipo.
In questi articoli che ti ho citato sono due i principali “colpevoli” che vengono riportati:
le linee di distribuzione elettrica sono state costruite decenni fa con idee di consumo energetico che non contemplavano la climatizzazione diffusa;
l’aumento della temperatura riduce la capacità di distribuzione elettrica fino a portare a interruzioni o guasti;
Oltre a questo c’è da dire che, come riportato da Fanpage, per la lunga interruzione di corrente esiste il diritto a un rimborso economico fino a 300€ in caso di blackout stabilito dall’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente (ARERA) per far fronte al mancato rispetto dei livelli di qualità fissati dall’autorità stessa. L’accredito però è previsto qualora vi sia una mancanza di 8 ore consecutive nei comuni con più di 5 mila abitanti o fino a 12 ore per i comuni meno popolati.
Potrei chiuderla così ma ci sono una serie di domande che mi sono sorte in questi giorni a cui vorrei rispondere. La prima è …
Perché i blackout aumentano con il caldo?
Le ondate di calore agiscono allo stesso tempo sui consumi per il raffrescamento, che si traduce quindi in una maggiore domanda di energia, e sulla produzione e distribuzione dell’elettricità, che si può tradurre in una minore offerta di energia (passami il termine anche se non è il più corretto!). Questo disallineamento provoca quel disservizio e trova molteplici legami con la crisi climatica.
Prima di tutto dobbiamo dire che l’European Climate Risk Assessment, pubblicato nel 2024 dall’Agenzia europea dell’ambiente, ha lanciato uno dei tanti allarmi a cui purtroppo ci stiamo abituando:
“L’Europa è il continente che si sta riscaldando più rapidamente, dagli anni ’80 l’aumento delle temperature medie nel continente è stato circa il doppio della media globale”.
Se da una parte periodi di caldo più lunghi porteranno a una maggiore necessità di raffrescamento, dall’altra è interessante notare un altro aspetto riportato nel rapporto che evidenzia i rischi della relazione tra blackout e ondate di calore. I cambiamenti climatici possono infatti compromettere il funzionamento delle “infrastrutture critiche”, quei sistemi o risorse fondamentali per il funzionamento della società, a causa di danni fisici diretti o per una ridotta capacità di distribuzione dell’energia elettrica. Un esempio di questo effetto a cascata è quello dell’interruzione di energia elettrica sulle tecnologie dell’informazione o sui sistemi bancari. Questo perché la società nella crisi climatica è una società fortemente digitalizzata e dipendente dall’energia.
Leggendo il paper del Pacific Northwest National Laboratory sull’impatto delle temperature estreme causate dai cambiamenti climatici sulle reti elettriche di distribuzione possiamo aggiungere un’ulteriore tassello. Tra i vari fattori da tenere in conto vi è quello che le reti elettriche di distribuzione sono estese, fatte di numerosi componenti e che sono progettate per durare nel tempo con condizioni operative storicamente stabili per ridurre i costi di manutenzione e intervento che sarebbero altissimi o complicati.
In altre parole temperature sempre più alte, modelli climatici imprevedibili o eventi estremi più frequenti possono creare problemi a reti elettriche progettate anni fa con una fotografia diversa delle condizioni climatiche e provocare dei blackout. Questo è tra l’altro quello che è accaduto in questi giorni con la “cupola di calore” sopra l’Europa, non con Super El Niño come qualcuno ha fatto confusione. Quello arriverà… e potrebbe essere un disastro… Ora però passiamo alla prossima questione in sospeso.
Cosa succede alla rete elettrica durante un’ondata di calore? Quali sono le cause tecniche?
Per rispondere e capire meglio il rapporto tra ondate di calore e blackout devo fare riferimento al concetto di “resistenza elettrica”, che misura l’opposizione di un conduttore al passaggio di corrente, e al suo aumento. Lo semplifico brutalmente: la resistenza di un conduttore varia in base al materiale di cui è composto, al suo spessore, alla temperatura e alla lunghezza che la corrente deve percorrere. Alcune regolette per capire come funziona la resistenza elettrica:
materiali come il rame (già ampiamente utilizzato come conduttore) hanno una resistenza bassa, mentre plastica ha una resistenza elevata e può essere utilizzata come isolante;
più un conduttore è lungo e maggiore sarà la sua resistenza;
più un conduttore è spesso e minore sarà la resistenza;
più la temperatura sono alte e, nella maggior parte dei conduttori, maggiore è la resistenza.
Il problema è che l’aumento della resistenza elettrica può favorire i blackout perché più questa aumenta e più l’energia che vi scorre viene dispersa sotto forma di calore, rendendo difficile per la rete di distribuzione soddisfare la richiesta di energia.
Durante un’ondata di calore, come quella che abbiamo visto in queste settimane, si innesca un circolo vizioso per la rete elettrica di distribuzione. A parità di corrente l’aumento delle temperature aumenta la resistenza e, dissipando l’energia in calore, contribuisce ad un ulteriore aumento della temperatura fino a che non si arriva a un punto in cui il sistema va in blocco. Se un cavo diventa troppo caldo può dilatarsi, abbassarsi eccessivamente o danneggiarsi. I sistemi di protezione della rete possono intervenire scollegando una linea per evitare danni e trasferire il carico su altre linee.
Davanti a una richiesta di energia molto elevata è quindi probabile che questa dinamica porti a una interruzione del servizio e a dei blackout. Per evitare tutto questo bisogna quindi diminuire la resistenza elettrica. Ammesso che il sistema energetico sia in grado di rispondere alla domanda di energia soddifacendo il consumo, anche elevato, allora le opzioni sul campo sono:
sostituire tutti i cavi interrati con cavi più spessi (soluzione che si legge a più riprese e che richiede un grande lavoro e numerosi scavi);
ridurre la distanza tra il “luogo di produzione” di energia al “luogo di consumo”.
La complessità della crisi climatica però non si esaurisce qui e per questo vorrei condividerti un “caso studio” su quanto accaduto a Sesto San Giovanni in queste settimane di giugno e per l’occasione ho elaborato qualche dato.
Cosa sappiamo del blackout a Sesto San Giovanni di giugno 2026
La combinazione di blackout e ondate di calore a Sesto San Giovanni possiamo delimitarla tra il 22 e il 27 giugno 2026, quando sono stati coinvolti più quartieri della città nel quadro della più ampia crisi della rete elettrica che ha visto aree scollegate per oltre 20 ore.
Qui il sindaco, esponente della Lega, Roberto Di Stefano ha pubblicato un video, poi prontamente rimosso dopo le critiche, in cui accusava la “transizione verde” per i blackout dato che si è preoccupata di “imporre le auto elettriche e le colonnine per la ricarica” quando la rete elettrica “non regge due condizionatori accesi”. Oggi non voglio essere critico ma, dato che il senatore di Fratelli d’Italia Ignazio La Russa ha presentato il libro di Nicola Procaccini “L’ecologia dei conservatori” e che Vannacci nel “Mondo al Contrario” si è più volte lanciato nel definire “l’ambientalismo pragmatico”, presto dovremmo iniziare a parlare del rapporto tra “scienza e politica” come già si sta facendo con il diritto. Finisco qui l’inciso polemico solo per evidenziare come queste dichiarazioni siano pericolose.
Comunque, le prime criticità a Sesto San Giovanni risultano concentrate nella serata di lunedì 22 giugno. Secondo le ricostruzioni della stampa locale, diverse zone della città sono rimaste senza corrente per ore: in alcuni casi la luce sarebbe mancata a fasi alterne, in altri i residenti hanno segnalato blackout prolungati durante la notte. Alcune attività commerciali, in particolare negozi alimentari, gelaterie e macellerie, hanno denunciato l’impossibilità a lavorare, dovendo quindi chiudere forzatamente per l’assenza di energia elettrica. Il 23 giugno il Comune di Sesto San Giovanni ha pubblicato un primo aggiornamento ufficiale, spiegando che le interruzioni erano dovute alle temperature elevate, capaci di incidere in modo significativo sulle infrastrutture di distribuzione. L’amministrazione ha comunicato di essere in contatto costante con E-Distribuzione, gestore della rete elettrica, per monitorare l’evolversi della situazione e ha segnalato le strade interessate dalle attività di verifica e ripristino dell’energia.

Nella notte tra il 23 e il 24 giugno la situazione però è peggiorata in più punti della città. RaiNews Lombardia, il Corriere della Sera e il Giorno hanno raccolto diverse testimonianze delle difficoltà che ha dovuto affrontare la popolazione di Sesto San Giovanni. Nella notte sono stati attivati generatori, con l’intervento dei tecnici della rete e della Protezione civile ma con enormi difficoltà nel supportare tutte e tutti. I disagi descritti riguardavano non solo l’assenza di climatizzazione e luce, ma anche ascensori fuori uso, difficoltà per anziani e persone con disabilità, problemi di approvvigionamento idrico ai piani alti, impossibilità di lavorare per attività commerciali, remote worker o freelance e deterioramento degli alimenti nei frigoriferi (che molti hanno dovuto buttare).
Tra queste vi è una di quelle storie molto importanti per capire cosa sono le disuguaglianze nelle crisi climatica e di cui non si parla mai. A raccontarla questa volta è Lorenzo Tosi su il giornale online La Città. È la storia di Gabriele, 31enne, affetto da una malattia muscolare degenerativa che gli causa una grave insufficienza respiratoria che ha bisogno costantemente di un ventilatore che gli fornisca ossigeno come supporto vitale. La madre, Lucia, ha denunciato lo stato di abbandono in cui lei e il figlio sono costretti a vivere, spesso ignorati dalle autorità che dovrebbero garantire loro assistenza, e che durante il blackout e le ondate di calore il rischio è stato alto. Secondo quanto raccontato per oltre quattro ore è mancata la corrente, non sono arrivati i generatori di emergenza o non è stato offerto il supporto per spostare Gabriele in ospedale considerando l’impossibilità di usare l’ascensore.
Eppure, sul piano dell’assistenza, il Comune ha comunicato il 24 giugno l’attivazione di Polizia locale, Protezione civile e Croce Rossa per supportare la popolazione e monitorare le situazioni più critiche. Sono state predisposte postazioni della Protezione civile dotate di gruppo elettrogeno per distribuire acqua, consentire la ricarica dei telefoni e raccogliere segnalazioni. La Polizia locale ha effettuato controlli presso abitazioni di anziani, persone con disabilità e soggetti fragili; particolare attenzione sarebbe stata dedicata alle persone dipendenti da apparecchiature salvavita.
Per quanto riguarda le cause di questo blackout il 25 giugno E-Distribuzione ha diffuso un comunicato ufficiale, pubblicato anche dal Comune, nel quale ha spiegato che le condizioni climatiche eccezionali stavano rendendo più difficili le condizioni operative di alcune componenti della rete di distribuzione. In particolare, secondo E-Distribuzione, le temperature molto elevate hanno ostacolato la normale dispersione del calore delle linee interrate, che possono quindi manifestare guasti accidentali. Nello stesso comunicato E-Distribuzione ha dichiarato di aver rafforzato il personale reperibile, predisposto materiali e attrezzature per il ripristino, circoscritto da remoto le aree interessate e rialimentato parte dei clienti tramite linee alternative. La società ha inoltre comunicato l’intervento di una task force di quasi 210 persone tra tecnici E-Distribuzione e imprese terze, oltre all’installazione di più di 20 gruppi elettrogeni di grande e media taglia nell’area.
Gli aggiornamenti successivi del Comune di Sesto San Giovanni affermano che il 26 giugno E-Distribuzione aveva chiuso le emergenze delle ore precedenti e stava ripristinando l’erogazione sulle utenze ancora coinvolte, con una task force dedicata alla localizzazione dei guasti e alla riparazione dei cavi interrati.
A questo punto però direi di vedere qualche dato che racconta cosa potrebbe essere successo e potrebbe verificarsi di nuovo.
I dati in Lombardia per capire la relazione tra blackout e ondate di calore
La prima cosa che ho fatto per capire la relazione tra blackout e ondate di calore è stata domandarmi quali dati potessero aiutarmi a raccontare quello che abbiamo visto e chi li potesse avere. Prendilo come un gioco, quello che voglio fare è dare un’idea per mettere in circolo dei pensieri ma spesso i migliori dati sono quelli che mancano!
E-Distribuzione, società del gruppo Enel nel settore della Distribuzione e Misura di energia elettrica che abbiamo già visto come protagonista in quello che è accaduto a Sesto, dal 2024 pubblica il 30 giugno di ogni anno un rapporto annuale sulla distribuzione dell’energia che illustra dei dati rispetto all’anno precedente. Questo avviene per rispondere agli obblighi previsti agli articoli 58 e 59 del “Testo Integrato Della Regolazione Output-Based Del Servizio Di Distribuzione Dell’energia Elettrica”, Del. 617/2023 all. A”. Ad oggi sono presenti solo tre rapporti che mi portano a concentrarmi solo sugli anni 2023, 2024 e 2025. Non è significativo ma è qualcosa.
In questi rapporti per ogni provincia troviamo dati sulla durata media per utente delle interruzioni lunghe senza preavviso e numero medio per utente delle interruzioni lunghe e brevi senza preavviso. Insomma quelle non organizzate per interventi di manutenzione. Poi ci sono la descrizione degli episodi di interruzioni rilevanti sulla rete di distribuzione e i dati sugli indici di rischio e resilienza a fattori climatici (indici IRI) per porzioni della rete di distribuzione, tra questi vi è quello sulle ondate di calore.
Qui serve una piccola precisazione: i dati E-Distribuzione sono provinciali e riferiti alla provincia servita, non sono un dataset comunale dei blackout. Inoltre il Comune di Milano non coincide automaticamente con E-Distribuzione, perché in alcune aree la distribuzione elettrica è gestita da altri operatori, tra cui Unareti.
Dai dati presenti nei report possiamo vedere che, tra il 2023 e il 2025, la durata media provinciale delle interruzioni in Lombardia passa da 34,5 minuti per utente a 48,1 minuti per utente. Il numero medio di interruzioni cresce da 2,61 a 3,65 per utente.
Nel triennio però “l’anomalia” è proprio Milano e i comuni limitrofi.
Nel 2025, nella provincia servita di Milano, E-Distribuzione registra 86,8 minuti di interruzione per utente e 5,44 interruzioni per utente: i valori più alti della Lombardia nel dataset del gestore. È anche la provincia con il valore più alto dell’IRI legato alle ondate di calore tra quelle lombarde con dato disponibile. Ovviamente il fenomeno non riguarda solo il Comune di Milano e, anzi, se guardiamo al periodo appena trascorso le segnalazioni di blackout arrivano sopratutto dall’hinterland nord milanese e da città come Sesto San Giovanni, Cinisello Balsamo, Bresso, Bollate, Cormano, Cusano Milanino e Novate Milanese. Qui i dati che mancano per avere una fotografia complessiva sono quelli a livello comunale.
Qui entra il secondo pezzo della mia analisi: i dati sul fabbisogno di energia. Terna, come gestore della trasmissione nazionale, pubblica numerosi report ma mette a disposizione diversi dataset scaricabili dal portale dedicato. I dati Terna a 15 minuti sul fabbisogno di energia sui tre anni di analisi mostrano che il 2024 è stato l’anno più coerente per l’ipotesi caldo, domanda di energia e blackout. La richiesta di energia in estate per il Nord Italia cresce rispetto al 2023 e, nello stesso anno, peggiorano sia la durata sia la frequenza delle interruzioni lombarde. Nel 2025, invece, la media estiva è più bassa del 2024, ma giugno mostra picchi molto elevati. È il segnale che non basta guardare alla media dei tre mesi estivi: servono i picchi giornalieri e orari, perché sono quelli che restituiscono davvero la fotografia della pressione sulla rete.
Questo potrebbe spiegare perché i blackout documentati tra fine giugno e inizio luglio 2025 e 2026 cadono spesso in giornate di carico elettrico eccezionale o quasi eccezionale. Il problema, quindi, non è solo quanto si consuma in estate, ma quando si concentra la richiesta e dove si concentra.
Come dicevamo però il “salto” più forte avviene nel 2024: è l’anno in cui la domanda elettrica estiva aumenta e gli indicatori di blackout peggiorano insieme ma è anche l’anno più caldo mai registrato e il primo a registrare un aumento nella temperatura media annua globale di più di 1,5ºC rispetto ai livelli preindustriali.
ARERA riprende alcuni di questi dati nelle sue relazioni annuali e conferma che il trend nazionale, evidenziando che nel 2025 si registra un miglioramento rispetto all’anno 2024 sia per la durata media delle interruzioni senza preavviso (69 minuti contro i 76 dell’anno precedente), sia per il numero medio delle interruzioni senza preavviso lunghe e brevi per utente in bassa tensione (4,92 contro 5,12 del 2024).
In questo caso si afferma che il miglioramento della performance è in parte associato al minor impatto di eventi meteorologici estremi nell’anno 2025 anche se le regioni maggiormente colpite da tali eventi meteorologici sono state la Valle d’Aosta e, in misura minore, la Campania e la Sicilia. Le utime due regioni, insieme a Puglia e Sardegna, però sono state quelle maggiormente colpite per l’interruzione di corrente causate dalle ondate di calore nei due anni precedenti.
Comunque non bisogna sottovalutare il fatto che nel 2025 la domanda energetica estiva complessiva si riduce leggermente rispetto al 2024, ma i blackout restano elevati. Questo è un passaggio cruciale: il consumo elettrico nei mesi caldi è un fattore di stress, ma non basta da solo a spiegare tutto.
Quello che mi viene in mente è che la formula più corretta per descrivere tutto questo non è “più caldo uguale più blackout”. È più complessa: ondate di calore, picchi di carico, rete urbana, cavi interrati, consumo di suolo, densità abitativa e vulnerabilità sociale si sommano. Il risultato è un rischio che cresce soprattutto dove la città è più compatta, densamente abitata, impermeabilizzata e dipendente dal raffrescamento elettrico mentre comporta maggiori rischi per chi è in condizioni di vulnerabilità.
Per questo per la parte comunale ho tentato di usare soprattutto l’indice composito di fragilità ISTAT e le sue componenti. Altri indicatori, come condizionamento, affitto, famiglie monogenitore o difficoltà economiche, sono invece disponibili a livello regionale o per tipo di comune: li ho usati come proxy, non come misure comunali puntuali.
L’idea era quella di costruire una visione più profonda e complessa: da una parte gli indicatori che abbiamo visto e descrivono lo stress urbano e della rete, dall’altro gli indicatori che possono descrivere le condizioni di vulnerabilità e il possibile impatto di questi eventi.
L’indice composito di fragilità elaborato dall’ISTAT, ad esempio, ci invita a fare due distinzioni. Da una parte abbiamo i comuni nell’hinterland milanese più critici per lo stress delle reti e più soggetti alle isole di calore, dall’altra abbiamo i comuni nelle province di Pavia, Sondrio, Bergamo o nelle aree interne che sono più fragili ma per diversi motivi meno esposte alla combinazione blackout e ondate di calore.
Vi è però un livello aggiuntivo di analisi che chiama in causa proprio l’hinterland milanese e che riguarda le famiglie e le persone. Negli ultimi anni si è fatto largo il termine “cooling poverty” ed è solo una delle parole che descrive come il caldo possa produrre nuove forme di disuguaglianze.
I dati ISTAT presenti sul database risalgono al 2013 e ci dicono che in Lombardia il 30,7% delle famiglie che dispongono di condizionamento in estate lo usa tutti i giorni o quasi, e che l’impianto resta acceso in media 4,51 ore al giorno. Uno studio della Società italiana di medicina ambientale invece stima che ad oggi a livello nazionale è pari al 60%.
Il “diritto al fresco” però non è alla portata di tutte e tutti. Io stesso vivo in un comune dell’hinterland milanese, in un palazzo vecchio e sono in affitto. Questo vuol dire che non posso installare il condizionatore senza il permesso del proprietario, probabilmente dovrei sostenere tutto il costo dell’installazione e comunque potrei avere problemi a tenere fresca la casa. Eppure la mia è una situazione “tranquilla” tutto sommato.
Federconsumatori ha recentemente pubblicato una nota sulla cooling poverty e, secondo la sua stima, per una famiglia di tre persone con due condizionatori accesi sette ore al giorno, la spesa mensile è di 66,40 euro con impianti ad alta efficienza e di 159,20 euro con impianti a bassa efficienza: una differenza di 92,80 euro al mese, pari a circa il +140%.
Questo ci ricorda che al di là delle “infrastrutture critiche”, quando c’è un blackout prolungato possono mancare servizi essenziali per tutelare la nostra salute, poterci muovere o poter lavorare e che al di là del blackout c’è chi non ha accesso al “fresco” perché non ha un climatizzatore, non può permettersi di tenerlo acceso o non può proprio installarlo. In altre parole non ha possibilità di accedere a una misura di adattamento ai cambiamenti climatici, anche se rappresenta una falsa soluzione.
I dati sociali aiutano a dare profondità a questa lettura. Secondo i dati ISTAT, in Lombardia il 43,2% delle famiglie dichiara di non riuscire a risparmiare e il 18,9% non riesce a fronteggiare spese impreviste. Il 17,1% delle famiglie vive in affitto, condizione che spesso riduce il controllo sugli interventi strutturali dell’abitazione, come isolamento, schermature solari o sostituzione degli impianti. Il dato sui nuclei monogenitore portano poi a una riflessione sulle disponibilità di reddito e il carico di cura: in Lombardia sono stimati circa 491 mila nuclei monogenitore nel 2025, e la grande maggioranza ha una donna come genitore di riferimento.
Dentro un’ondata di calore, queste condizioni non sono dettagli laterali. Sono ciò che determina la capacità reale di potervi far fronte. In Lombardia il blackout da caldo non sembra un fenomeno uniformemente regionale. È soprattutto un rischio urbano e metropolitano: nasce dall’incontro tra picchi di domanda elettrica, rete interrata, densità abitativa, isole di calore, consumo di suolo e dipendenza crescente dal raffrescamento elettrico. Per questo è importante capire cosa possono fare le istituzioni, chiedergli di prendersi le loro responsabilità e far sentire in qualsiasi modo i propri bisogni e le proprie necessità.
Cosa fanno o cosa possono fare le istituzioni in questi casi?
Quando parliamo di adattamento ai cambiamenti climatici è importante ricordare che si può operare a livello nazionale, regionale e locale. Premesso che in Italia in tema di ondate di calore il documento principale è il “Piano nazionale per la prevenzione degli effetti del caldo sulla salute”, è interessante vedere come il Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (PNACC) affronti l’intersezione tra crisi climatica e settore energetico.
All’Allegato III si approfondiscono gli impatti e le vulnerabilità settoriali e, a conferma di quello che in parte abbiamo già visto, si descrive come il riscaldamento globale influenzi contemporaneamente:
la domanda di energia in quanto l’aumento delle temperature medie determinano un progressivo spostamento di consumo elettrico dall’inverno all’estate aumentando il rischio blackout in occasione dei picchi di domanda estivi;
la capacità di produzione di energia poichè la diminuzione delle risorse idriche disponibili influenzano la produzione idroelettrica e la possibilità di raffreddamento degli impianti termoelettrici;
il funzionamento delle reti di distribuzione elettrica con infrastrutture di trasmissione che risentono dell’aumento delle temperature riducendo l’efficienza delle linee elettriche e accrescendo il rischio incendio.
Da un punto di vista infrastrutturale il PNACC propone quindi di rafforzare la resilienza del sistema energetico attraverso il “climate proofing”, il rafforzamento delle reti di distribuzione, la diversificazione del mix energetico e l’adeguamento dei sistemi di raffreddamento degli impianti.
Ancora più interessante però sono quelle misure che sono contenute nell’Allegato II del PNACC di cui si parla poco e che rappresentano delle soluzioni applicabili a livello locale. Infatti il PNACC suggerisce di stimolare la sperimentazione relativa alle comunità energetiche, ai modelli di produzione energetica decentrata e diminuire l’esposizione dei territori ai rischi climatici che di riflesso causano i picchi di domanda energetica nei mesi estivi.
In altre parole l’idea è quella di usare energie rinnovabili di prossimità, che ridurrebbero la distanza tra fonti energetiche e consumo, e di abbassare le temperature attraverso reali azioni di adattamento, come il rinverdimento urbano o la depavimentazione.
Scendendo a livello locale, considerati i rischi che comportano le ondate di calore e i blackout, il Sindaco è la prima autorità di protezione civile sul territorio comunale e ha responsabilità su previsione e prevenzione del rischio, pianificazione comunale di protezione civile, attivazione dei soccorsi e coordinamento. Le competenze generali del Sindaco sono previste nel Codice di protezione civile e tal proposito vi sono degli obblighi relativi alla pianificazione di emergenza.
Per rimanere nell’ambito del nostro caso studio ti faccio l’esempio del Piano comunale di emergenza di Sesto San Giovanni.
Al suo interno si possono trovare informazioni sulla composizione del territorio e della popolazione, gli eventi che potrebbero richiedere l’intervento della protezione civile, i siti e le persone in condizioni di vulnerabilità presenti, punti di raccolta in caso di emergenza o le procedure da attuare.
In tema di ondate di calore, oltre al riconoscimento delle problematiche connesse a fasce di popolazione in condizione di vulnerabilità, si rimanda al Piano nazionale per la prevenzione degli effetti del caldo sulla salute e alla sua declinazione territoriale curata dal Settore Servizi alla Persona e Promozione sociale e dall’ASL. Tra le fasce di popolazione in condizione di vulnerabilità si evidenziano le persone anziane, i bambini e le bambine, le persone cardiopatiche, asmatiche o non autosufficienti.
Sui blackout si distingue tra totale e parziale. Davanti a un blackout totale, nel caso di una sospensione prolungata di energia elettrica da parte di Terna, il monitoraggio in fase di emergenza riguarda il funzionamento delle strutture che ospitano i soggetti in condizione di vulnerabilità, i mezzi di trasporto, delle reti di comunicazione, della sicurezza della popolazione a fronte di fenomeni degenerativi e i riflessi sulla distribuzione commerciale alimentare. Mentre in occasione di blackout parziali dovuti alla sospensione parziale dei gestori Enel e A2A, come nel caso di cui abbiamo parlato, sono da valutare le esatte porzioni di aree d’erogazione di energia agli utenti e alla rete pubblica, e monitorare i problemi di cui abbiamo già parlato.
I rischi dei blackout prolungati durante le ondate di calore
Le recenti ondate di calore dimostrano la complessità della crisi climatica e soffermarsi su un singolo caso, spero, possa far andare oltre al “tutti accendono il condizionatore e quindi l’energia fa puff”.
Ad esempio la riflessione sul caso dei blackout nell’hinterland milanese va letto come un fenomeno ibrido: climatico, infrastrutturale e sociale. Un caso che dimostra come è difficile tirare una linea di separazione netta tra mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici, così come dimostra che la crisi climatica non è neutra.
Per scrivere questa lettera ho letto anche un documento del Commonwealth Scientific and Industrial Research Organisation (CSIRO) che ha provato ad esplorare le condizioni di vulnerabilità della popolazione australiana alle ondate di calore in caso di interruzione della fornitura elettrica. Seppure lo studio parta dalla consapevolezza che le ondate di calore hanno un impatto significativo sulla salute umana, le infrastrutture e l’ambiente e che senza elettricità, ad esempio, i sistemi di raffrescamento portano all’aumento delle temperature interne alle strutture, evidenzia come i dati quantitativi sugli effetti di eventi combinati come le ondate di calore e i blackout siano limitati. Forse è una di quelle cose che servirebbero.
Allo stesso tempo il paper “Compound Climate and Infrastructure Events: How Electrical Grid Failure Alters Heat Wave Risk” pubblicato su “Environmental Science & Technology” riporta che il rischio di “eventi climatici composti” siano in aumento, possano coinvolgere fattori di stress climatici e non, rischiando di aggravare le condizioni di vulnerabilità di singoli e comunità. Dalla simulazione modellistica degli effetti della combinazione tra ondate di calore e blackout in tre grandi città degli Stati Uniti con caratteristiche climatiche e sociali diverse, (Atlanta in Georgia, Detroit in Michigan e Phoenix in Arizona), il risultato è stato forse intuitivo quanto trascurato: in condizioni normali di funzionamento della rete elettrica l’esposizione al calore potenzialmente pericolosa all’interno degli edifici è limitata alle strutture residenziali prive di climatizzazione. In caso di interruzione di corrente entrano in gioco fattori quali la tipologia di struttura considerata, il loro isolamento termico e la collocazione in isole di calore urbane.
Insomma sappiamo cosa sta accadendo, sappiamo chi è a rischio ma non sappiamo ancora quantificare o localizzare puntualmente tutto quello che ci siamo detti. Come se non bastasse, sopratutto con la scarsa cultura del rischio che c’è in Italia, agiamo ancora troppo poco in prevenzione di questi eventi. “Più climatizzatore per tutti” non può essere la risposta definitiva, non possiamo continuare a produrre sempre più energia in un mondo sempre più caldo.
Anche in questo caso Milano e il suo hinterland sono il laboratorio più evidente degli effetti combinati di blackout e ondate di calore. In una città dove si concentrano consumo di suolo, isole di calore e crescente domanda di energia qual è il futuro che ci si prospetta? Quale è il futuro di tutte quelle vulnerabilità territoriali e sociali di cui magari ancora oggi ignoriamo l’esistenza? Il climatizzatore senza un investimento serio su rinnovabili diffuse, aree verde, rifugi climatici (sopratutto in caso di blackout) e interventi di depavimentazione non può fare nulla in un mondo che supera gli 1,5°C.
I blackout sono il simbolo della nostra dipendenza dal sistema energetico che abbiamo creato, oltre che la riproduzione delle disuguaglianze di potere. Perché se la progettazione delle città nella crisi climatica non possono tenere il passo con il cambiamento dei modelli climatici, ci sarà sempre un 1% della popolazione che sarà in grado di adattarsi meglio degli altri. Perché se già l’accesso al raffrescamento è una disuguaglianza, quale sarà l’effetto della prossima crisi di Hormuz per il continuo l’innalzamento del prezzo dell’energia causato da un aumento di domanda a fronte di una sempre minore disponibilità per la dipendenza dal fossile?
A far saltare la nostra corrente non sono quindi i condizionatori ma il peso delle nostre scelte. Una società che si adatta attraverso dispositivi elettrici privati è solo un’illusione di adattamento, ci rende tutti ancora più dipendenti dalla rete elettrica mettendo più a rischio quelli che hanno meno risorse per raffrescarsi, proteggersi o reagire a un’interruzione.
Scusami se sono sparito ma quello appena trascorso è stato un periodo molto complicato. Nulla di grave eh, però forse te lo racconterò nelle prossime lettere. Oltre a questo sono stato preso dalla preparazione di molte formazioni e sono anche riuscito a incontrare dal vivo altre persone che come noi si interessano della complessità di una società nella crisi climatica.
Questo è nato come un progetto collaborativo che ha come scopo quello di creare una community per tornare a parlarci di questi temi, purtroppo sento che stanno tornando ad essere in secondo piano. Per partecipare ti chiedo di compilare questo questionario, lo leggo e stanno arrivando delle proposte che mi stanno stimolando tantissimo. L’unico problema sono io ma “ehi, giuro che ci arrivo anche al passo della tartaruga”.
Come sempre ti aspetto nei commenti se hai domande, dubbi o contributi a questo tema. Anche solo solo se vuoi suggerirmi altri articoli da leggere sui temi di cui parliamo. Cosi diventiamo una comunità e ci scambiamo consigli :)
Inizio io e ti condivido degli articoli che ho apprezzato:







