I Nine-enders: ricostruire senso al tempo della crisi climatica
Il bilancio che facciamo a 29 anni e quello che, come società, non facciamo mai
“Nine-enders” è il concetto che nell’ultimo anno ha più attirato la mia attenzione: l’idea che più ci avviciniamo alla fine di un decennio, più cerchiamo di fare un bilancio del senso delle nostre vite.
A 19 anni siamo forse ancora troppo pieni di aspettative per una cosa del genere e dovremmo avere infinite possibilità davanti a noi, come mi ha ricordato di recente il videogioco Mixtape. Il condizionale è d’obbligo perchè purtroppo non è sempre cosi.
A 29, invece, qualche briciola di consapevolezza in più inizia ad arrivare insieme al pensiero di fare un bilancio. Per qualcuno più che per altri.Ed eccomi qui a parlarti dei nine-enders, perché fino a poco fa lo sono stato anch’io.
Il 12 giugno 1996, alle 19.10, nascevo. E se non mi hanno raccontato male, pioveva pure (o aveva appena smesso). Un po’ ironico per uno che si chiama Rainer e che tra i mille soprannomi del liceo ha avuto anche “l’uomo pioggia”: un vago richiamo a Rain Man e una discreta anticipazione di quella che, molto dopo, sarebbe diventata la voglia di scrivere di società nella crisi climatica.
In questa lettera volevo festeggiare il mio trentesimo anche con te, che stai contribuendo a rendere più ampia questa piccola community. Un momento per fare una delle cose più belle che ci stanno rimanendo: prendersi del tempo insieme e dialogare.
Cosa sono i nine-enders e perchè parlarne nella crisi climatica
Con “nine-enders” si indicano tutte quelle persone che si trovano nell’ultimo anno di un decennio (29,39,49,59) e che sentono di fare qualcosa di “estremo” come lanciarsi nel vuoto, correre una maratona o scalare l’Everest. Nel rituale post-moderno, il gesto estremo servirebbe a compiere una sorta di bilancio del senso della propria esistenza e a provare emozioni forti, forse. Insomma, a sentirsi vivi.
Penso sia successo anche a te, o forse è la mia bolla milanese, ma vedo spuntare runner ovunque e le stories sono affollate di maratone. Il mio spirito da supplì non l’ha presa benissimo e forse a breve cado in tentazione anch’io.
Torno serio, perché qui ogni tanto si prova anche a fare divulgazione. Il termine “nine-enders” è stato coniato da Adam Alter e Hal Hershfield, due professeori di Marketing e Behavioral Decision Making (qui il loro articolo “People search for meaning when they approach a new decade in chronological age”). Due professori, certo — ma di Marketing e Behavioral Decision Making. E forse dovremmo domandarci come mai quasi tutte le categorie che ultimamente dicono qualcosa di significativo sui tempi che viviamo arrivino dal marketing. Segno di quanto il pensiero dell’attuale modello economico sia pervasivo? Poi magari sono io che do peso a cose inutili.
Devo fare una piccola confessione prima di proseguire, la presunta scientificita del concetto di “nine-enders” è contesa. Lo studio originale si basa su sei analisi e gli stessi autori ammettono che gli effetti sono relativamente piccoli.
Eppure il concetto di “nine-enders” sembra funzionare maledettamente bene perchè, di fatto, alla fine di ogni decennio siamo li a vedere quali obiettivi non siamo riusciti a raggiungere e cosa vorremmo realizzare nei prossimi anni. Non ti dico che ci mettiamo a fare un cronoprogramma però, se avessimo qualche idea che un futuro è li da qualche parte, potremmo pensare più seriamente alla nostra carriera, all’avere qualcuno accanto o a poter mettere effettivamente radici.
Nine-enders da Late Millenials
Essere del 1996 e compiere 30 anni vuol dire vivere quella esperienza per cui sei l’ultimo anno ancora riconosciuto nel range della generazione Millenials, di quell’ultima transizione per cui dopo in un qualche modo ci sono altri. Sono pur sempre categorizzazioni ma i 30 anni di un Late Millenials restituiscono uno spaccato di come sono andate le cose ultimamente.
Tutta la politica climatica ruota attorno a punti di riferimento temporali a numero tondo: gli obiettivi al 2030, la neutralità al 2050, il grado e mezzo. Niente di strano — abbiamo appena visto che è così che funziona la nostra psicologia. Ma ci troviamo in quella duplice dimensione in cui “abbiamo fatto progressi” e insieme “stiamo fallendo”, mentre andiamo verso un mondo a +2°C ed eventi estremi sempre più frequenti.
Il concetto di nine-enders mi richiama alla memoria gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio, nati con la Dichiarazione del Millennio del 2000 come augurio per un mondo senza disuguaglianze. L’orizzonte era il 2015. Quel sistema è crollato sotto le criticità del nostro sistema-mondo e sotto il peso del debito internazionale per i Paesi del Sud globale. Ci si è riprovato con l’Agenda 2030, che ne è la prosecuzione e che ha allineato tutti gli orizzonti temporali sulla stessa cifra tonda.
Come andrà, lo vedremo nel 2029. In parte, la risposta la sai già.
E nota la data: il 2029 sarà l’anno nine-ender della nostra civiltà. L’ultimo anno prima della soglia, quello in cui — se la psicologia dei confini tondi vale per i collettivi come per gli individui — dovremmo precipitarci a fare il bilancio e il gesto estremo che lo riscatta. Mi chiedo che forma avrà: una rincorsa vera, o l’ennesimo annuncio-maratona, il gesto plateale che serve a sentirsi vivi senza toccare ciò che ci sta uccidendo? Perché il rischio del nine-ender, a qualsiasi scala, è esattamente questo: scambiare il gesto per il cambiamento.
Bilanci che purtroppo non facciamo
Gli ultimi trent’anni hanno segnato una distorsione del sogno della globalizzazione. Se da una parte ci troviamo ancora più chiusi in frontiere e confini psicologici a un livello tale da generare conflitti sociali, dall’altra la cultura Pop è diventata onnipresente.
Un esempio? Potresti parlare con chiunque nel modo di One Piece, dell’ultimo “God of War Donna” o di come collezionare qualsiasi cosa dei Pokémon mentre nel tempo stanno crescendo i sostenitori di idee come la remigrazione.Un certo tipo di cultura riduce sempre più le distanze e ci influenza ugualmente nell’interpretare il mondo mentre la “politica visibile” cerca di aumentare queste distanze. Anche per questo di tanto in tanto cerco di fare un pò di pop filosofia.
Come Late Millenials in questi trent’anni abbiamo fatto in tempo a vedere le diverse miriadi di rivoluzioni causate da attentati, crisi economiche, pandemie e disastri. Eventi talvolta localizzati che però hanno sconvolto la vita di comunità più ampie. Ti sei mai fermata o fermato a riflettere su cosa hanno significato l’attentato alle Torri Gemelle o al Bataclan, l’influenza aviaria o il Coronavirus, il maremoto di Phuket o il disastro di Fukushima Dai-ichi? Non parlo dei ridimensionamenti del “grande scacchiere geopolitico” ma di come ognuno di questi eventi abbiano cambiato il modo in cui viviamo gli spazi pubblici e quelli digitali, di come hanno militarizzato le nostre piazze o reso economicamente instabili le nostre vite.
Siamo stati travolti da questi eventi cosi come ti sei sentita travolta da questo elenco. Il “gesto estremo” però sta nel fatto che questo cambiamento è stato un progressivo picconamento a favore di un modo per pochi. Perchè si possiamo dire di avere un benessere generale più alto in certe società (manco tutte) ma sfido chiunque a dire che l’opinione maggioritaria sia quella che ci prospetta un futuro bellissimo e prospero.
Eppure continuiamo ad alimentare e sostenere chi sta facendo di tutto per realizzare questa visione distopica. Perchè invece, ad esempio, non facciamo qualcosa di diverso è sosteniamo chi immagina un futuro solarpunk? Se tanto dobbiamo scegliere.
E ti parlo di società nella crisi climatica anche perchè la crisi climatica è diventato uno dei più grandi rischi della società del rischio. Tanto che invece di prevenire eventuali rischi e sistemare i danni, lo vediamo come parte delle nostre vite così che qualcuno ci può anche fare profitto.
Eppure in questi anni abbiamo visto territori e comunità comparire e sparire dai nostri media. Prima massima attezione a un alluvione o un terremoto ma poi chi oggi sa cosa sta accadendo in quei territori? Chi sa come è la situazione ad Albinia dopo l’alluvione del 2012 o in Romagna dopo quella del 2023? Chi sa come stanno i territori colpiti da sisma nel 2016 dopo ben dieci anni? Attenzione, non parlo solo del mettere dei “mattoni”, parlo di sapere quali sono le prospettive future di queste comunità.
Ti ho travolto di nuovo, scusami. Volevo volgere la tua attenzione solo su alcuni degli eventi che abbiamo vissuto collettivamente ma che non abbiamo mai avuto modo di metabolizzare perchè la società digitalizzata e tecnologica funziona così.
Prima i social hanno raddoppiato le nostre emozioni e percezioni frammentandoci come società, ora le intelligenze artificiali ci lanciano alla velocità della luce sulla base dei dati raccolti sui social. La mai proposta qui è sempre quella di concentrarsi sul fattore umano delle intelligenze artificiali e di mappare quali sono le dinamiche di potere.
Questo senza fermarsi al dire chi è il “colpevole” ma analizzando l’intero sistema di oppressione che passa tra energia, digitale, armi, internazionali nere e molto altro. Comunque il dato più preoccupante penso sia un altro.
In questo scarto ho fatto giusto in tempo a vedere persone accogliere sbalordite il concetto di “intelligenza emotiva” e riscoperta dell’umanità oltre il razionalismo, salvo poi dover aspettare il Papa affermare che con l’intelligenza artificiale dobbiamo riscoprire l’umanità. Ma quindi stiamo andando avanti o indietro? a destra o a sinistra? per dritto o per Piazzale Loreto?
Me, semplice nine-enders nella crisi climatica
In mezzo a questo caos (o chiamala complessità, se vuoi) ci siamo noi come singoli, che cerchiamo di portare avanti la nostra esistenza. Troppo presi da troppe cose, troppo stanchi per rispondere ai messaggi o fare quella chiamata che curerebbe il minimo di rapporti sociali costruiti con tanto tempo.
La vita da adulti fa schifo e non lo dico solo io: abbiamo tonnellate di tempo impegnate in qualcosa ma quante volte quel qualcosa ti interessava davvero? Forse “crescere” è anche imparare a rallentare e sottrarre del tempo alle cose di cui non ti frega un “c**zo”. Magari puoi anche solo essere un Kidults, almeno in tutta questa follia anche videogiocare alla fine del mondo sembra una prospettiva migliore di sentire qualche fascio in prima serata. Poi certo, possiamo fare qualcosa ma questo parte dall’imparare a darsi del tempo perchè queste cose accadono. Poi forse sono un po’ un kidult anch’io: da quando ho qualche soldo mio compro più fumetti, giochi e merchandising Pokémon di quando ero al liceo. Ma riconoscere che anche questo parla di politica significa riconoscere che siamo il nostro miglior progetto. Un progetto inevitabilmente incoerente, perché lo disegniamo restando dentro la casa, senza mai la panoramica privilegiata e dall’alto del progettista.
Tutto quello che ti ho raccontato nell’ultimo anno è passato attraverso un profondo rapporto con la nostalgia: le strade che percorrevo da ragazzo, le emozioni di allora, un costante riappropriarmi della mia cultura. Non si tratta solo di tornare a emozionarsi con l’Italian Horror Story di Noyz Narcos o al concerto “Tarek da colorare” di Rancore. È qualcosa di più viscerale, che ci porta a rivivere certe cose e a darci il tempo di costruire una memoria personale.
Un bilancio, appunto. Quello che chiedo a questa newsletter è di provare a farlo anche in grande: passare dal bilancio privato a una coscienza condivisa di come siamo arrivati qui perché nessun gesto estremo individuale, nemmeno il più sincero, sostituisce quello che possiamo capire e costruire insieme.
Ieri notte poi è successo qualcosa di molto particolare. Allo scattare della mezzanotte ho sentito esplodere fuochi d’artificio, come se piovesse. Erano tenui ma vicini, poi improvvisamente il silenzio. La mia compagna accanto a me si era appena addormentata e, nel momento in cui di solito partono i messaggi di auguri, ho solo apprezzato quel silenzio.
Negli anni mi sono allontanato da casa e ho macinato chilometri per l’Italia, l’Europa e il mondo: per turismo, per lavoro, per volontariato. Ogni tassello mi ha portato qui, a scrivere questa lettera come un memorandum dei primi trent’anni. Mi sembrano un traguardo: sicuramente potevo fare scelte migliori, ma anche scelte che non so se mi avrebbero portato qui, con una salute decente e una situazione accettabile, a scrivere. Altri che ho conosciuto non hanno avuto questa fortuna.
Eppure ogni persona incontrata mi ha spinto, a modo suo, in una direzione che mi ha aiutato a costruire — e a rimettere in dubbio — il senso di questo percorso. Magari domani cambierà o metterò in dubbio tutto quello che sono ad oggi. Piano piano ho conosciuto il significato della gratitudine: trovare anche solo una motivazione per affrontare la giornata, in un mondo in cui i temi sono diventati “ideologici” e non si riconosce più che possono esistere approcci diversi, anche politicizzati, per costruire la società che vogliamo.
Quando ho iniziato a parlare di cambiamenti climatici pensavo fosse solo una questione tecnica, oggi però mi chiedo: e se tutto quello di cui parliamo in queste lettere un giorno valesse qualcosa? Riusciremo a costruire insieme qualcosa in grado di cambiare culturalmente la nostra società, prima che la nostalgia per le aree verdi, l’aria pulita e le bollette meno care ci spinga a fare qualcosa quando sarà ormai troppo tardi?
E quindi te lo chiedo, da nine-ender appena scaduto: qual è l’evento che hai visto comparire e sparire dai media, e che per te meriterebbe ancora un bilancio?
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