La “normalità” tra artificiale e umano
Cos'è la normalità? Provo a rispondere contemplando una curva gaussiana
“Normalità” è una di quelle parole strane su cui ogni autore su substack prima o poi si sfracella sopra. Scegliendo poi il pinguino come animale guida era inevitabile che mi sarei sfracellato anche io sulla parola “normalità”.
Un giorno infatti mi hanno chiesto “quale animale ti rappresenta?” e ho risposto “il Pinguino! Perché è goffo quando cammina sulla terraferma, ma quando entra nel suo ambiente (l’acqua) si trasforma ed è a suo agio”.
In quella risposta — nel goffo che diventa elegante quando cambia ambiente — c’è già il problema di cui voglio parlarti: la normalità, e come la usiamo per governare una società nella crisi climatica.
Sul concetto di Normalità e altri artifici della società umana
Ci posso scommettere quello che vuoi ma almeno una volta nella tua vita hai detto “questo non è normale” oppure “normalmente non si fa così”. Poi magari oggi ti stai fustigando per aver detto una cosa del genere o sei arrivata a rivendicare orgogliosamente l’essere “weirdo” come me e tutte le persone che scrivono su Substack. Forse dovremmo organizzare un “weird-pride” ma volevo parlare con te della normalità e dell’esser strani. Tutti pensieri che mi sono venuti in mente osservando una “gaussiana” e richiamando qualche nozione di sociologia.
L’invenzione della normalità e il radicamento positivista
Se come società ci siamo incartati sul concetto di ‘normalità’, grande colpa è del positivismo: un movimento culturale dell’Ottocento basato sulla fiducia assoluta nella scienza e nel metodo sperimentale. Da lì è facile scrutare come secoli dopo questo approccio si sia trasformato in una visione ‘tecno-ottimistica’ della società, quella per cui possiamo fare quello che ci pare col nostro pianeta. Tanto ci penserà la tecnologia a salvare tutto.
Il positivismo comunque si è affermato nell’800, duecento anni fa, e ha contribuito alla fortuna del termine “normale” e del concetto stesso di “normalità” applicato al mondo sociale. Devi sapere infatti che i matematici e gli statistici dell’epoca, coloro che diedero forma al metodo sperimentale, iniziarono ad usare il termine “normale” per indicare quello che era una consuetudine quando studiavano un determinato fenomeno.
Magari misuravano l’altezza di una popolazione o quante volte una persona vince alla lotteria. Degli eventi che nascondono dentro di sé un elemento di casualità anche perchè si potrebbe sbagliare a misurare o cambiare lo strumento per raccogliere quel dato. Dire che qualcosa era normale o consuetudine, significava che i risultati della misurazione tendono a concentrarsi attorno a una media.
Il positivismo ha gettato le basi per la percezione secondo cui in natura esistano delle leggi sociali oggettive, basta scoprirle e stabilirle attraverso un metodo scientifico. Il problema però è che questa corrente culturale vedeva la deviazione dalla “normalità” come una qualcosa di patologico e, di conseguenza, la diversità non è qualcosa che funziona cosi come il conflitto è una malattia da evitare a tutti i costi. Ed è qui che entra in gioco la mia contemplazione di una curva gaussiana.
Gauss e la “distribuzione normale”, o “curva gaussiana”
Carl Friedrich Gauss era un matematico, astronomo e fisico tedesco nato nel 1777. Come altri non fece altro che costruire teorie, metodi o strumenti di misura che il positivismo utilizzo nella costruzione di un giudizio sulla società.
Gauss nel 1809, con l’opera “Theoria motus corporum coelestium in sectionibus conicis solem ambientium”, introdusse l’idea della distribuzione normale che oggi conosciamo come curva gaussiana. L’opera descrive i moti celesti attorno al Sole e per questo propone la gaussiana come un metodo per ridurre le inesattezze di misurazione. Anche per questo motivo viene chiamata “curva degli errori”.
Un piccolo disclaimer prima di proseguire:la gaussiana, o curva di distribuzione normale, è una delle poche cose che mi ricordo dal mio esame di statistica della triennale quindi potrei dire delle tenere bestialità. L’idea non è spiegarti un concetto statistico, è avere uno spunto di riflessione sulla società in cui viviamo. Poi se non ti ricordi come è fatta la curva di Gauss, te la disegno subito qui.
Per spiegare la “distribuzione normale” ti posso dire che è un modello matematico che nasce per descrivere le variazioni dei risultati quando si misura qualcosa. Se ti è capitato di prendere un mobile all’Ikea penso che hai preso delle misure per capire più o meno cosa ti poteva entrare in casa. Ecco la cosa migliore sarebbe prendere più volte la stessa misura perchè potresti aver sbagliato o esserti distratta per una telefonata. Prendendo più volte la misura potresti notare risultati diversi, anche se di poco. Quella è la variazione dei risultati che viene descritta da Gauss.
Ovviamente Carl Friedrich Gauss non stava prendendo un mobile per il suo bagno, doveva misurare il moto delle stelle con gli strumenti che aveva nell’800. Quindi col metodo che propone, misurare più volte aiuta a capire anche quanto effettivamente è precisa quella misurazione o una stima sulla misura reale. Da qui deriva la tipica forma “a campana” del grafico della distribuzione normale.
Il concetto dietro al grafico è semplice, qualsiasi cosa misuriamo avremo una valore medio al centro e tanti altri valori che, più o meno, si avvicinano. Al centro, al picco della curva, abbiamo la media (spesso chiamata “normale”)mentre ai lati abbiamo la deviazione standard dalla media. La relazione tra media e deviazione standard ci dice quanto è probabile un certo valore all’interno di un area, quindi quale è la densità di probabilità.
Di conseguenza, più la curva è larga e più avremo risultati molto variabili tra loro e quindi la misurazione sarà meno precisa. Al contrario più la curva è stretta, meno i risultati variano e più la misurazione è precisa. Ciò ci dice anche quanto è probabile un certo risultato. Ad esempio, la sezione centrale della curva gaussiana ci dice che la possibilità che si verifichi quel risultato è circa il 68%.
Un artificio storico: la normalità applicata alla società
Ora se il Positivismo ha enfatizzato il metodo scientifico nel governo della società, allora la normalità diventa quel 68% per cui lo Stato deve adoperarsi. La normalità non diventa altro che uno standard a cui fare riferimento e su cui costruire tutto ciò che preserva la società.
Allo stesso modo, proiettandoci due secoli dopo la nascita di questa idea, si solidifica quell’idea che esiste un solo “corpo standard” dotato di specifiche abilità fisiche, sensoriali, cognitive e relazionali. L’effetto però è che il mondo è costruito a misura di questo standard, più ti ci avvicini e più sei privilegiato mentre più te ne allontani e più rischi di essere escluso, marginalizzato o considerato “inferiore”. Penso sia il significato più profondo dell’essere fuori contesto.
Chi traccia quella linea che divide la curva di Gauss, appunto la linea della normalità, ha il potere di determinare chi è dentro e chi è fuori, chi è minoranza e chi è maggioranza. Storicamente, quella linea l’ha tracciata chi ha potere. E da lì in poi la società si è plasmata attraverso cultura, istituzioni, tecnologie e ambienti fisici — tutti calibrati su chi aveva tracciato per primo quella linea. La normalità è al tempo stesso causa e conseguenza del contesto. Un contesto che può disabilitare, rendere inadeguata od ostacolare quelle persone “non normali”.
Con l’artificio della normalità una caratteristica individuale diventa ostacolo alla partecipazione sociale solo perché le strutture economiche e culturali non si adattano alle esigenze di tutti. La barriera invisibile della normalità non fa altro che produrre ulteriori barriere più o meno invisibili che mettono in difficoltà un essere umano.
Gli effetti a cascata dell’idea di normalità
L’idea di normalità è stato rafforzata dal modello economico che abbiamo scelto come una fede per il proseguimento della nostra società. Il positivismo ha infatti costituito l’approccio filosofico e culturale dominante del capitalismo industriale delle seconda metà dell’800 con cui ha legittimato il proprio potere e presupposti. Ancora oggi, in una delle società più lavoriste della storia, facciamo fatica a immaginare un mondo senza capitalismo.
Per questo tipo di modello economico i corpi sono tutto e la replicabilità su vasta scala è il principale principio di funzionamento. Per replicare un sistema di profitto sono necessari corpi, menti e abilità standardizzate e funzionali al quel tipo di lavoro salariato che viene standardizzato.
Tutto quello che esce fuori dallo standard viene visto come un costo, una perdita di profitto o un peso inutile. Potremmo parlare della situazione che vivono oggi le persone con disabilità ma non dimentichiamoci anche di come viene percepita spesso una gravidanza nei posti di lavoro. Se lo standard culturale è basato sull’uomo, è inevitabile che un congedo di maternità venga visto come una perdita. È la cultura alla base che ha un problema.
Nella società nella crisi climatica però l’idea di normalità viene rinforzata anche dagli artefatti tecnologici. Parliamo delle Intelligenze Artificiali, tutti si indignano su chi la usa o meno oppure finiscono a farci tenere conversazioni come Walter Veltroni. Non ci preoccupiamo però del fattore umano dietro a queste tecnologie, dei dati con cui sono state addestrate per produrre canzoni o disegni senza che gli artisti vengano supportati e pagati, o dell’ottimismo che riversiamo incondizionatamente verso questi attrezzi.
Le Intelligenze Artificiali sono macchine probabilistiche e inevitabilmente diventano l’amplificatore di una certa idea di normalità. Chiamali se vuoi bias, allucinazioni o palle magiche, il problema siamo sempre noi esseri umani. Le Intelligenze Artificiali si basano sulla risposta più probabile, su quelle che sono all’apice di una gaussiana calcolata con i dati di addestramento.
L’idea di normalità diventa algoritmo ed è per questo, se non aggiungiamo personalizzazioni o dati che la macchina non ha, avremo risultati “mainstream” e spesso inutili. Le nostre società sono sempre più “data-driven” ma non ci fermiamo mai a riflettere come questi dati vengono raccolti, classificati, organizzati ma soprattutto quali dati vengono esclusi o quali mancano perchè certe persone non possono, non riescono o non vogliono inserire questi dati. In questo modo l’idea di normalità rispecchia la media di uno spaccato ben preciso e ben saldo al potere.
L’idea di normalità è oggi anche il motivo per cui continuiamo a chiamare ‘maltempo’ un’alluvione, ‘estate calda’ un’ondata di calore che uccide, ‘incidente’ un evento che accade ogni anno con regolarità crescente. Normalizzare la crisi climatica è il modo più efficace per non agire.
L’umanità è il glitch dell’artificio che abbiamo costruito
La normalità non è un fatto naturale: è un’invenzione che storicamente abbiamo imparato ad usare per controllare, classificare ed escludere. Nella realtà però l’umanità è il glitch di questo artificio sociale, è la somma di tutte le probabilità di quello che un individuo o una collettività può essere.
La curva gaussiana è una curva nata per visualizzare le misurazioni ma il concetto stesso di misurazione che dobbiamo tenere d’occhio. Misureresti mai la temperatura dell’acqua con un metro o la larghezza del mobile con delle pinze amperometriche? Allora perchè dovremmo misurare e costruire la società sulla base di uno stereotipo di essere umano?
La critica non è sulla figura “media” di per sè dell’essere umano che ci può più o meno venire in mente. La critica è sul fatto che se usiamo un determinato strumento di misurazione, molti dati non riusciamo a raccoglierli. Nell’epoca della datificazione facciamo ancora fatica a ricordarci che molti fenomeni umani sono sostanzialmente invisibili, difficilmente vengono presi in considerazione dalla società. Se quello standard non “misura” le discriminazioni di genere, l’omobitransfobia o degli impatti dei cambiamenti, a qualcuno verrà facile dire che non bisogna investire in rinnovabili, nell’educazione sessuo-affettiva o in percorsi sicuri di transizione per l’affermazione di genere. Semplicemente diranno che è “buon senso”, che non è normale. Nella crisi climatica però abbiamo anche imparato a normalizzare violenze, eventi estremi, disuguaglianze e guerre. È davvero questo l’artificio in cui vogliamo vivere?
L’umanità non è predeterminata e Gauss ci dice che è tutta quella curva e non solo quel pezzo li al centro viziato dai dati che siamo riusciti a misurare o che abbiamo avuto la sensibilità di raccogliere. L’umanità è quel punto di osservazione che ci ricorda come la normalità sia un artificio, di come siamo complessi, inadattabili e fuori da ogni parametro di produttività e conformità.
Il Glitch umano ci ricorda che noi stessi siamo probabilità, che ogni momento può essere deciso da una scelta e che tra dieci anni potresti trovarti in luoghi che oggi non hai la capacità di immaginarti. Il Glitch umano ci ricorda anche che quella immaginazione l’abbiamo e che possiamo domandarci quale è la normalità che vogliamo.
Quindi te lo chiedo: cosa vorresti che fosse normalità? Lascia un commento qui sotto. Questo spazio è anche tuo"!
Ogni cuoricino, condivisione e segnalazione ad un amica o un amico permette a questo progetto di crescere. Per migliorare il mio lavoro e creare un vera community non dimenticare di compilare questo questionario!





