Per comprendere l’importanza della giustizia climatica e di molti degli argomenti che trattiamo in queste lettere dobbiamo forse cambiare punto di vista. Dobbiamo lasciare un approccio mainstream fatto solo di tecnicismi per assumere quello di chi rischia maggiormente di fronte agli effetti dei cambiamenti climatici.
Faccio da subito un’affermazione che di per sé è semplice ma nasconde numerose ripercussioni: chi è in condizione di vulnerabilità spesso è chi ha meno risorse per affrontare le conseguenze dei cambiamenti climatici, anche se contribuisce di meno alle emissioni che li accelerano. Adesso rispondiamo a una delle domande che ci facciamo spesso ma prima, se ancora non lo fai, non dimenticare di iscriverti a Lettere nella crisi climatica :)
Chi è maggiormente colpito dai cambiamenti climatici?
Un’ondata di calore, un’alluvione o un blackout non è uguale per tutte e tutti. Chi è maggiormente colpito dai cambiamenti climatici non lo è per sfortuna, magari ha meno reddito, meno reti di supporto o meno ascolto rispetto ad altri che subiscono lo stesso evento.
Assumere il punto di vista di chi è maggiormente colpito dai cambiamenti climatici significa assumere il punto di vista di comunità a basso reddito, persone anziane, bambine e bambini, persone con disabilità, senza fissa dimora, persone migranti o rifugiate pur mantenendo un’attenzione al genere, alle disuguaglianze territoriali e ai diritti di lavoratori e lavoratrici. Ma ora vediamo perché.

Persone e comunità a basso reddito
Le persone o le comunità a basso reddito possono essere le prime a cui guardare quando ci facciamo domande su chi è maggiormente colpito dai cambiamenti climatici, sia quando si stanno portando avanti delle soluzioni sia nello scenario di inazione climatica.
Sempre più spesso si sente parlare di concetti come “giusta resilienza” o “giusta transizione” proprio per sottolineare come potrebbero esserci persone con minore possibilità di sostenere i costi dell’aria condizionata, dell’assicurazione, dell’accesso agli incentivi per l’efficientamento energetico o per acquistare dispositivi utili a tutelarsi dagli effetti dei cambiamenti climatici.
Accanto a ciò c’è anche da dire che le comunità a basso reddito potrebbero essere maggiormente colpite dai cambiamenti climatici perché non hanno la capacità economica per vivere in alloggi adeguati o in aree meno esposte ai rischi climatici.
Persone anziane, bambini e bambine
Grazie anche ai numerosi servizi estivi dei telegiornali siamo poi abituati a pensare alle persone anziane e ai minori tra coloro che possono essere maggiormente colpiti dai cambiamenti climatici. Questo però non vale solamente per le ondate di calore ma anche per eventi come alluvioni o frane. Quando parliamo di questi eventi dobbiamo infatti domandarci se effettivamente arrivano i messaggi di allerta, quanto sono chiari e se queste persone sono in grado di evacuare un edificio in sicurezza o in autonomia.
Le trasformazioni dei nostri corpi con l’avanzare del tempo ci fanno reggere con più fatica le temperature, i movimenti e gli sforzi mentre ci rendono più dipendenti per l’assistenza o gli spostamenti. Aspetti che pesano di più con la crisi climatica.
Come se non bastasse la maggior probabilità che una persona anziana abbia una patologia cronica (cardiopatie, diabete, ecc.) aumenta i fattori di rischio nella crisi climatica. Questi fattori dovrebbero quindi invitare a riflettere sulla situazione della popolazione assistita nelle lungodegenze, nelle residenze assistenziali (RSA) e nelle residenze per le persone anziane.
Mia nonna diceva sempre che “diventare anziani è come tornare bambini”. È una di quelle frasi che ogni tanto riecheggia nella mia scatola cranica e che ha un fondo di verità anche quando parliamo di crisi climatica.
Bambine e bambini possono essere maggiormente colpiti dai cambiamenti climatici perché, soprattutto nelle prime fasi, i propri organi e il sistema immunitario si stanno ancora sviluppando, hanno una mobilità ridotta e in ogni caso dipendono da una persona adulta per temi come la tutela, l’informazione e l’evacuazione durante un evento estremo. Oltre a questo, solitamente, bambini e bambine passano più tempo all’aperto e, dato che stanno ancora scoprendo il mondo, hanno una minore capacità di comunicare una situazione di disagio come quella legata, ad esempio, alle alte temperature.
Persone con disabilità fisiche e/o con disabilità intellettive
Quando parliamo di persone con disabilità, invece, il rischio climatico dipende dalle specificità della singola persona. Non è un’etichetta unica che possiamo apporre a nostro piacimento.
Una persona con disabilità fisica e/o intellettive potrebbe affrontare un limitato accesso ai servizi di supporto, delle barriere fisiche, comunicative e linguistiche o essere dipendente da sistemi salvavita, infrastrutture specifiche o andare incontro a complicazioni sanitarie. Ognuno di questi aspetti potrebbe tramutarsi in ostacoli all’accesso agli allarmi, alle vie di evacuazione o alla possibilità di vedersi garantito il proprio diritto alla salute.
D’altronde un determinato contesto può “disabilitare” le persone perché ognuna di queste barriere esiste laddove, ad esempio, non si diffondono informazioni fondamentali o messaggi di allerta in linguaggi accessibili a tutte e tutti. Una disabilità non determina automaticamente una condizione di vulnerabilità ai cambiamenti climatici, anzi è la mancata attenzione alle specificità individuali nella progettazione di infrastrutture, trasporti o piani di emergenza a determinarla.
Persone senza fissa dimora
Spesso dimenticate dalla nostra società, anche davanti ai cambiamenti climatici le persone senza fissa dimora sono tra quelle che pagano il prezzo più alto della crisi climatica.
La mancanza di accesso a ripari sicuri e al cibo di qualità, la prolungata esposizione alle condizioni meteo sia estremamente calde sia estremamente fredde e l’instabilità sociale ed economica sono solo alcuni degli esempi quando parliamo degli effetti dei cambiamenti climatici. La mancanza di dati sulle persone senza fissa dimora e un ascolto quasi inesistente dei loro bisogni fa sì che siano completamente invisibili alle politiche pubbliche, tra cui rientrano le politiche climatiche.
Persone con disagio psichico o malattie mentali
Anche la salute mentale entra in questo elenco. Le temperature elevate, ad esempio, possono aggravare alcuni disturbi, aumentare gli accessi in emergenza o impedire un sonno regolare.
Alcuni farmaci possono poi compromettere la termoregolazione con conseguenti rischi per la salute e impatti sulle terapie. Tutto ciò può aumentare i rischi a causa dell’isolamento sociale, delle difficoltà nell’accesso ai servizi sanitari e di supporto psicologico e della maggiore vulnerabilità agli stress ambientali e sociali.
Come se non bastasse le persone con disagio psichico o malattie mentali possono essere maggiormente colpite dai cambiamenti climatici perché alcune condizioni possono rendere più difficile riconoscere un rischio o reagire in tempo durante un evento estremo. Soprattutto quando mancano informazioni accessibili e persone di riferimento.
Persone con background migratorio e rifugiate (con o senza documenti legali)
Per le persone migranti, con background migratorio o rifugiate le difficoltà di accesso ai servizi, la comune difficoltà nell’essere assunte per un lavoro adeguato a garantire il sostentamento, l’instabilità abitativa e le barriere linguistiche si sommano nella crisi climatica ponendole tra chi è maggiormente colpito dai cambiamenti climatici.
Le barriere linguistiche, culturali, economiche e giuridiche possono infatti rappresentare un ostacolo all’accesso alle informazioni, alla partecipazione ai processi decisionali, alle possibilità di tutelarsi dagli effetti della crisi climatica o di abitare in luoghi con un minore rischio climatico.
Va poi ricordato che chi oggi vive in Italia e ha origini internazionali potrebbe a sua volta provenire da Paesi del “Sud globale” più esposti alla crisi climatica rispetto al nostro. Altri esempi di ingiustizia climatica sono infatti quelli delle persone appartenenti ai popoli indigeni che vedono la propria cultura messa in pericolo dalla crisi climatica o che sono migranti climatici, ossia persone che sono state spinte o costrette a migrare da fattori che interagiscono e si sovrappongono ai cambiamenti climatici.
Lavoratrici e lavoratori informali, precari e/o outdoor
Anche il tipo di lavoro svolto e le tutele che lo accompagnano decidono l’impatto della crisi climatica: lavoratrici e lavoratori informali, precari e/o che svolgono le attività all’aperto sono tra le popolazioni maggiormente colpite dai cambiamenti climatici. Per questo la crisi climatica dovrebbe portarci a riflettere sul suo rapporto con le condizioni lavorative, le tutele e i sistemi di protezione sociale.
Il rischio per le singole persone e comunità davanti agli effetti dei cambiamenti climatici, come abbiamo visto anche negli altri esempi, cresce in presenza di povertà, isolamento sociale, alloggi inadeguati che riducono la possibilità di accedere a delle soluzioni.
Nello specifico le lavoratrici e i lavoratori informali o precari risultano essere quelli con minori possibilità nel coprire i costi per fronteggiare i cambiamenti climatici e con minore possibilità di modificare la propria attività lavorativa (anche cambiando orari di lavoro) in condizioni meteo a rischio. Ciò vale soprattutto per chi svolge lavori intensi all’aperto come nel caso del lavoro agricolo ed edile.
Donne e prospettiva di genere
Riconoscere che le donne possono essere tra le persone maggiormente colpite dai cambiamenti climatici significa affermare che la crisi climatica è anche una questione di genere.
Dicendo ciò non voglio ridurre la crisi climatica a un fattore biologico ma porre l’accento sul fatto che i ruoli di genere spesso sfociano in carichi di cura sproporzionati, status economici inferiori e limitato potere decisionale che le mettono maggiormente a rischio.
Le donne e le ragazze che vivono in condizioni sociali ed economiche svantaggiate possono infatti trovarsi a sostenere una quota sproporzionata di lavoro domestico e di cura non retribuito, con minori possibilità di proteggersi, spostarsi o accedere ai servizi in occasione degli eventi estremi.
Inoltre, in caso di gravidanza i rischi aumentano perché le donne vanno incontro a una serie di cambiamenti fisiologici che richiedono una sufficiente idratazione spesso difficile durante i periodi di caldo estremo prolungato, aumentando i rischi per la salute della madre e di chi nascerà. In questo caso la crisi climatica ancora una volta rappresenta un rischio per il diritto alla salute e per le future generazioni.
Popolazione in area rurale o in aree interne
Al termine di questa lunga carrellata di esempi non ci resta che citare la popolazione rurale e/o che vive nelle aree interne tra quelle maggiormente colpite dai cambiamenti climatici a causa della distanza dalle strutture sanitarie, della raggiungibilità da parte dei soccorsi, della minore accessibilità dei trasporti, dell’eventuale isolamento sociale e delle difficoltà di comunicazione.
In questi territori, inoltre, è frequente la dipendenza dalle attività agricole, silvo-pastorali e dalle risorse naturali, fortemente esposte al rischio di siccità, incendi, alluvioni o frane. Tutto questo ha poi conseguenze sulla vita delle comunità, le loro prospettive future e su dimensioni come la salute, il reddito e la continuità dei servizi essenziali.
Andare oltre le categorie: osservare il contesto con un approccio intersezionale
Per parlare di chi è maggiormente colpito dai cambiamenti climatici abbiamo elencato una serie di categorie ma non dobbiamo cadere nell’errore di vederle come una caratteristica naturale o immutabile di questi gruppi sociali. L’individuazione di chi è maggiormente colpito dai cambiamenti climatici deve infatti passare per un’analisi situazionale che deve comprendere come si manifesta una condizione di vulnerabilità in uno specifico contesto.
Essere maggiormente colpito dai cambiamenti climatici e avere una maggiore condizione di vulnerabilità alla crisi climatica sono il risultato dell’interazione tra esposizione agli eventi estremi, condizioni individuali, sociali, economiche e territoriali. Per questo è necessario superare categorie generiche ed adottare un approccio intersezionale per assicurarsi di adottare una prospettiva di giustizia climatica anche quando parliamo di adattamento ai cambiamenti climatici.
L’approccio intersezionale aiuta infatti a riconoscere come genere, reddito, età, disabilità, status migratorio, condizioni abitative e territorio possano produrre combinazioni diverse di rischio e capacità di adattamento ai cambiamenti climatici. La “buona notizia” è però che la vulnerabilità è un processo. Alcune persone o territori diventano più vulnerabili a causa di fattori come l’esclusione, la mancanza di servizi, la qualità delle reti e dei legami sociali che sono il risultato di scelte da parte di chi detiene il potere decisionale.
Capire cosa significhi attraversare la crisi climatica per una donna anziana a basso reddito o un bambino con disabilità, ossia come queste dimensioni si intreccino concretamente, meriterebbe una Lettera per parlare di intersezionalità. Ci arriveremo.
In questa Lettera nella crisi climatica è fondamentale invece ricordare come le politiche climatiche, ma non solo, siano disallineate con i propri territori perché non tengono conto della loro storia e della voce, dell’esperienza e del punto di vista di chi è maggiormente colpito dai cambiamenti climatici. In questi casi le persone e le comunità che abbiamo visto possono dirsi sottorappresentate perché la loro influenza nei processi decisionali è assente o insufficiente. Anzi, spesso questi processi sono vittime della “cattura” da parte di grossi gruppi di interesse che vogliono trarre vantaggio anche rallentando i progressi nell’azione climatica.
Spesso queste stesse persone e comunità sottorappresentate possono essere “svantaggiate” o messe al margine quando vi sono condizioni istituzionali, economiche ed organizzative che distribuiscono inadeguatamente risorse, servizi e forme di supporto non consentendo l’esercizio sostanziale dei propri diritti. La mancata adozione di una prospettiva di giustizia climatica comporta il rischio che questi gruppi, sottorappresentati e messi al margine, non beneficino degli interventi messi in campo dal decisore pubblico con il risultato di consolidare o aumentare le disuguaglianze già esistenti.
Parlare di potere e privilegio, andare oltre le semplici categorie e adottare l’intersezionalità potrebbe non essere facile. Per fortuna esistono diversi strumenti che ci permettono di visualizzare come potere e privilegio tendano a concentrarsi verso i gruppi più avvantaggiati e a diminuire proprio laddove identità e posizione sociale riescono a descrivere i gruppi più marginalizzati. Questi strumenti ci invitano ad ampliare lo sguardo e riconoscere identità e condizioni che potremmo non considerare partendo dal nostro punto di vista.
Uno sguardo alla crisi climatica italiana
In questa Lettera nella crisi climatica ho voluto raccontarti di chi è maggiormente colpito dalla crisi climatica ma manca un pezzettino per completare il quadro. Quando parliamo di questi temi sarebbe utile capire se ci sono esempi concreti e, in particolare, soffermarsi su cosa significa vivere la crisi climatica in Italia.
Su questo ActionAid Italia ha pubblicato una ricerca esplorativa condotta da Valeria Righi sul “Coinvolgimento delle comunità in condizioni di fragilità e marginalità nelle politiche di adattamento al cambiamento climatico”.
Tra gli esempi vi è quello dell’alluvione del 2023 in Romagna, dove le persone anziane, spesso impossibilitate ad evacuare in autonomia, sono state le più colpite. Molte di loro, poi, hanno dovuto spendere i risparmi di una vita nella riparazione di casa. In Sicilia invece vi sono testimonianze di come durante i periodi di forte siccità nelle aree rurali l’acqua arrivava ogni 15 giorni mentre a Palermo la cadenza era settimanale. Un segno di come le disuguaglianze nell’era della crisi climatica sono anche disuguaglianze territoriali. Oltre a queste, in Lombardia, c’è la storia di un collettivo di madri che si sono riunite per denunciare l’inquinamento e i rischi ambientali dei siti estrattivi e industriali nel Bresciano e tutelare la salute di figli e figlie. Questi sono solo pochi esemi di come la biografia dei singoli territori, le condizioni delle comunità e le loro rivendicazioni si sovrappongono e si sommano nella ricetta della crisi climatica. Eppure non sono gli unici ingredienti.
Il problema principale di quando si parla di crisi climatica è che chi è maggiormente colpito dai cambiamenti climatici spesso è invisibile. Invisibile all’opinione pubblica, invisibile ai dataset, invisibile a chi decide e invisibile alle politiche climatiche. Nel territorio italiano poi la distanza delle istituzioni, la carenza di relazioni comunitarie e la mancanza di informazioni non fanno altro che aumentare gli ostacoli di chi deve affrontare la crisi climatica.
Ma tu a quale di questi gruppi non avevi mai pensato come tra i più colpiti dalla crisi climatica? Secondo te manca qualcuno?
Ti aspetto nella sezione commenti e se hai domande, dubbi, consigli o curiosità io ne sarò felicissimo! Lettere nella crisi climatica nasce come un progetto collaborativo che ha come scopo quello di creare una community per tornare a parlarci di questi temi. Anzi, se vuoi fare qualcosa di più ti chiedo di partecipare compilando questo questionario.
Fonti e approfondimenti
European Environment Agency (EEA), Environmental inequalities, ultimo accesso a settembre 2026.
UNDRR, 2023 Global Survey Report on persons with disability and disasters, 2023.
Leggat, J., Dearman, C., Bainbridge, S., De Zoete, E., & Petrokofsky, C. (2024). Heatwaves and homelessness. Perspectives in public health, 144(2), 70–71. https://doi.org/10.1177/17579139231224690
van Daalen, K. R., Tonne, C., Semenza, J. C., Rocklöv, J., Markandya, A., Dasandi, N., Jankin, S., Achebak, H., Ballester, J., Bechara, H., Beck, T. M., Callaghan, M. W., Carvalho, B. M., Chambers, J., Pradas, M. C., Courtenay, O., Dasgupta, S., Eckelman, M. J., Farooq, Z., Fransson, P., … Lowe, R. (2024). The 2024 Europe report of the Lancet Countdown on health and climate change: unprecedented warming demands unprecedented action. The Lancet. Public health, 9(7), e495–e522. https://doi.org/10.1016/S2468-2667(24)00055-0
ILO, Ensuring safety and health at work in a changing climate Global report, 2024.
UNWOMEN, Feminist climate justice. A framework for action, 2023.




