Esiti Referendum giustizia 2026, cosa ci dice sulla sfida Generazionale
Con la vittoria del No alla riforma Nordio si è tornato a parlare del voto delle e dei giovani ma cosa ci dice questo sulla nostra Democrazia?
L’esito del Referendum Giustizia 2026 si è concluso con la vittoria del No col 53,7% delle preferenze che ha battuto il Sì fermatosi al 46,3%. L’affluenza per il voto al Referendum, pur considerando la crescita dell’astensionismo, è tra le più alte degli ultimi anni raggiungendo il 58,9% similmente alle ultime politiche che hanno eletto il Governo Meloni (in quell’occasione l’affluenza fu pari al 63,91%).
Per molte persone l’esito referendario sembrerebbe avere risvegliato l’attenzione verso le fasce più giovani del paese. Per altri invece ha segnato una profonda frattura generazionale e politica, spesso condita da un po’ di tokenismo. Come da tradizione però vorrei andare insieme a te un po’ più in profondità nell’interpretazione dell’esito di questo Referendum.
Gli esiti del Referendum giustizia 2026, come interpretarli?
L’esito del referendum costituzionale sulla giustizia del 22 e 23 marzo 2026 in realtà è stato accolto con reazioni contrastanti, ma per facilitare la lettura possiamo distinguere tra i due macro schieramenti.
La vincitrice politica di questa tornata elettorale è l’opposizione, anche se le reazioni sono state leggermente diverse. Ad esempio la segretaria del PD, Elly Schlein, ha celebrato l’esito come un successo politico del centrosinistra, sostenendo che il ribaltamento di quella che sembrava una “sconfitta annunciata” sia dovuto alla compattezza del proprio elettorato e al voto dei giovani. La Schlein ha poi lanciato ufficialmente la sfida per le prossime politiche. Diversamente il presidente del Movimento 5 stelle, Giuseppe Conte, ha sottolineato come molti elettori di destra abbiano votato “No”, suggerendo che l’opposizione non possa intestarsi interamente il merito della sconfitta del “Sì”.
Dall’altra parte il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha preso in prestito il maglione grigio della Ferragni per un video social in cui accettava il risultato elettorale e ringraziava per l’affluenza. Da lì sono iniziati i primi segnali di un terremoto interno con segnali di forte delusione da parte di Marina Berlusconi per la mancata approvazione di una riforma storicamente voluta dal padre (che era stato chiamato in causa recentemente dal suo partito per mettere una buona parola al padre eterno, anvedi sta necrocrazia!). Antonio Tajani ha comunque dichiarato che la battaglia per la riforma della giustizia “rimane un tema sul tavolo”.
Nel giorno successivo invece si sono alternate le interpretazioni degli esiti di questo referendum. A sorprendere di più è stata l’affluenza superiore alle attese, il 58,9% finale ha superato di gran lunga il 45% e 50% previsto dagli osservatori. Questo dato è stato letto come un segnale di mobilitazione civile e nelle diverse interviste la domanda principale fatta ai rappresentati politici è stata: secondo lei è stato un voto politico o un voto tecnico? Su questo ci torneremo tra poco perchè c’è chi già celebra l’epilogo del Governo Meloni ma qui mi preme dire che si tratta di una domanda riduttiva.
La narrazione politica degli ultimi anni ha infatti esasperato la divisione tra “scelta tecnica”, vista come necessaria anche nei casi in cui comporta dei costi sociali, e “scelta politica”, di per sé quindi discutibile in base il proprio orientamento elettorale. Il problema è però che così facendo ignoriamo le intenzioni politiche e le motivazioni dietro a una presunta scelta tecnica dato che non c’è mai un solo modo per fare le cose.
L’altra grande interpretazione è invece quella che ha portato alla ribalta le persone più giovani nella narrazione pubblica, ogni tanto qualcuno se li ricorda. Il risultato del referendum giustizia è stato interpretato come una forte domanda di partecipazione da parte della fascia più giovane del Paese e le stime indicano nella fascia di età tra i 18 e i 34 anni il “No” abbia vinto con percentuali tra il 55% e il 61%. Un risultato ben preciso nella fascia under 35, mentre i risultati sono stati più equilibrati nelle fasce d’età più anziane.
L’esito è stato quindi raccontato come una chiara divisione: mentre i giovani hanno espresso una contrarietà netta, il consenso alla riforma è cresciuto progressivamente con l’aumentare dell’età, diventando prevalente tra gli elettori più anziani (over 55), seppur con margini contenuti.
La terza direttrice di analisi è invece quella che si è concentrata sulla geografia del voto. Il “No” ha vinto in 17 regioni su 20, ottenendo i margini più ampi nel Mezzogiorno (con punte del 65,3% in Campania) e nelle regioni tradizionalmente vicine al centrosinistra, come Toscana ed Emilia-Romagna. Il “Sì” ha prevalso solo in Veneto, Friuli-Venezia Giulia e Lombardia. Poi neanche il “santo” in Paradiso del fu Silvio Berlusconi ha potuto nulla: persino ad Arcore il “No” ha vinto di misura.
Ora che ho recuperato alcuni elementi del dibattito vorrei approfondire questi aspetti ma prima un ultimo avvertimento. Quelle che vi ho mostrato sono delle stime statistiche e come tali danno un’interpretazione della realtà, anche se su solide basi scientifiche. Come sempre il dato è segreto e ogni analisi può essere soggetta a bias, quindi non prendiamola come una verità scritta nella roccia ma come un’indicazione per orientare la nostra esplorazione e capire cosa è successo.
Il Referendum Giustizia è una questione generazionale?
Guardando il telegiornale nel post scrutinio elettorale c’è una cosa che mi ha dato un po’ fastidio: i giornalisti increduli che le persone “giovani” sono risultati “determinanti” e che “si sono svegliati”. Ecco non so se era un po’ una serie di sfortunati zapping ma sostanzialmente la cosa che mi ha irritato è quella che improvvisamente ci si è accorti dei giovani come se non fossero “più quei pigri, apatici e choosy” di una volta. In questo paese forse però abbiamo un problema con la narrazione della “gioventù”.
In diverse occasioni nella mia vita mi sono sentito dire “non capisci come funziona il mondo dei grandi” anche se magari avevo già una laurea o lavoravo da tempo. Certo all’epoca ero più “giovane” e quest’anno compirò 30 anni, non sono da bollire ma neanche di primo pelo.
Con queste frasi nella testa e con la sensazione che ho provato ancora oggi presente nel mio corpo, mi sono spesso domandato chi è realmente a decidere, in particolare, per le generazioni future? La domanda ovviamente non ha una risposta definitiva e neanche facile, anzi se vuoi dirmi la tua opinione sono felice di ascoltarla. Però è certo che quando si parla di “crisi della democrazia”, si parla tanto anche di crisi di rappresentanza. Per questo credo che sia intuitivo pensare che gli attuali sistemi democratici rivelino uno squilibrio di potere che favorisce la popolazione più anziana e che via via è sempre meno rappresentativa delle generazioni più giovani. Questo almeno in paesi dove la bilancia demografica pesa verso i più anziani.
Per capirci, prova a immaginare un grafico in cui le vecchie generazioni hanno un livello massimo di potere e che questo livello di potere diminuisce verso le generazioni più giovani fino ad annullarsi verso chi non ha diritto di voto e chi effettivamente non è ancora nato. Non è un aspetto secondario se si pensa alla giustizia intergenerazionale.
Quella che ti ho presentato è una semplificazione ma penso che sia valida per un paese come l’Italia e questo, in generale, si somma col fatto che le democrazia moderne, almeno nella loro classica forma rappresentativa, hanno un vizio alla base che non permette loro di tenere in conto gli interessi delle generazioni più giovani.
Se è vero che le dinamiche di voto sono complesse, è anche vero che il concetto stesso di democrazia rappresentativa si basa su un trasferimento del proprio potere decisionale a dei rappresentati. Il voto dovrebbe essere quindi un patto tra il rappresentato e il rappresentante, ovviamente se non hai il diritto di voto o se sei numericamente irrilevante (spesso anche perché sei reso tale).
Come poi sai l’Italia è un Paese che invecchia e tempo fa provai a fare un “giochino” per calcolare il “peso” delle generazioni nel momento del voto.
Analizzando i dati sulla popolazione residente in Italia a gennaio 2025 avevo stimato che che la Gen X (1965-1980, 14.7 milioni) e i Boomers (1946-1964, 13.4 milioni) costituiscono il 48% della popolazione e detengono la maggiore capacità di rappresentanza politica. A seguire abbiamo i Millenials (1981-1996, 10.8 milioni) e la Gen Z (1997-2012, 9.5 milioni) che insieme costituiscono il 34% della popolazione, mentre il futuro demografico del Paese è rappresentato dalla Gen Alpha (2013-2025, 5.9 milioni) che costituisce il 10% della popolazione. Da questa manciata di numeri dobbiamo però sottrarre chi non ha il diritto di voto o chi non riesce a farlo. Ad esempio tutta la Gen Alpha è minorenne, mentre un terzo della Gen Z deve ancora compire la maggiore età.
Dobbiamo poi levare anche tutti quei giovani che, per un motivo o per un altro, non riescono a votare perché vivono in una regione diversa da quella di residenza e non possono tornare a casa per votare. Una stima realistica dovrebbe vedere gli esclusi al voto oscillare tra il 15 e il 20% della popolazione residente.
La piramide generazionale non è quindi a favore delle generazioni più giovani, situazione aggravata poi dai milioni di persone italiane senza cittadinanza. Su questa base è quindi difficile che le giovani generazioni siano “relativamente” determinanti, spesso possono di rilievo solamente in una situazione di equilibrio delle intenzioni di voto delle altre generazioni.
Dopo questa ulteriore premessa dobbiamo però parlare del problema del “tokenismo”, di partecipazione simbolica, in cui l’inclusione delle giovani generazioni o di gruppi marginalizzati è spesso solo superficiale e di facciata, finalizzata a migliorare l’immagine delle istituzioni senza concedere un reale potere decisionale.
Sebbene i leader delle opposizioni abbiano celebrato i giovani come i “trascinatori” della vittoria del No, solo il tempo ci dirà se le giovani generazioni rimarranno “un soggetto estetico”, più che un soggetto politico. Ormai le giovani generazioni vengono perlopiù descritte come una “categorie sociologiche da social media” o “riferimenti per i marketers milanesi”, fino ad arrivare ai detrattori delle loro intenzioni di voto che li descrivono come “idealisti che non capiscono il mondo reale”.
Nel fronte del Sì in molti hanno accusato le giovani generazioni perché non “hanno provato la fatica che hanno vissuto loro”, spesso dimenticandosi che stanno invecchiano e che molti e molte di noi vivono una vita di molteplici precarietà anche sorpassati i 30 anni.
Questo segnala come spesso le giovani generazioni siano citate come elemento di pregio, salvo poi essere dimenticate non appena il rito elettorale si conclude. A seconda dei casi, con un atteggiamento spesso paternalista, vengono “invitati al tavolo delle decisioni” o usati per giustificare un risultato, basta che la pensino come chi detiene il potere decisionale. Però, a conti fatti, le giovani generazioni non hanno strumenti per incidere realmente sulle politiche pubbliche o sulle decisioni di lungo periodo.
Le giovani generazioni sono dei “panda”del nostro Paese ma la narrazione politica di questo Paese è ancora più evidente se pensiamo al Referendum del 2025 su Cittadinanza e Lavoro. Anche in quel caso le giovani generazioni erano state “determinate” sull’intenzione politica e anche i milioni di voti di fuorisede davano un risultato inequivocabile. Eppure il risultato finale, di fatto, è stato quello di lasciare da sole quelle generazioni di persone italiane che ancora aspettano la cittadinanza.
Un risultato che ha visto anche i partiti progressisti utilizzare le persone razzializzate come “token” durante le campagne elettorali per mostrare un volto multiculturale, per poi “dimenticarsene” o affossare le riforme concrete (come accaduto con lo Ius Soli nel 2017). Senza parlare di alcune decisioni che molto probabilmente hanno affossato i referendum del 2025. Insomma, 5 quesiti insieme sono difficili da affrontare in una campagna elettorale e abbiamo visto un fronte proponente molto disunito.
Il rischio è che presto o tardi ritorni la disillusione e, con essa, l’astensione.
Il sistema politico dovrebbe smettere di operare con logiche che non prevedono una reale responsabilità per tutte le componenti delle nuove generazioni. In fondo occorre riconoscere che le persone più giovani sono un soggetto politico e allo stesso modo anche il futuro è uno spazio di contesa politica, sociale ed etica che vede in costante tensione nuove e vecchie generazioni. Una contesa che, nel conteso della società nella crisi climatica, si estende fino alle generazioni che devono ancora nascere.
Verso l’epilogo del Governo Meloni?
L’esito del referendum costituzionale sulla giustizia ha alimentato un acceso dibattito sulla tenuta dell’esecutivo perché, sulla base degli esiti degli ultimi referendum, potrebbe essere il segnale della fine di una specifica stagione politica.
Allora io non sono Nostradamus ma forse è un po’ presto per affermare una cosa del genere. Quello che è sicuro però è che la vittoria del “No” segna il tramonto dell’apparente invincibilità del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni. L’effetto “Snowball” in questo caso è più nei segnali di cedimento del fronte della maggioranza che sembrerebbe meno unito di prima.
Anche se il voto è segreto, istituti come Opinio, YouTrend e Ipsos hanno raccontato come gli elettori di centrosinistra (PD e AVS) sono stati i più fedeli alle indicazioni dei leader, con tassi di “dissenso” minimi (tra il 2% e il 5%), mentre tra gli elettori di centrodestra la quota di chi ha votato contro la riforma è stata più alta (fino al 18% in Forza Italia). Dato che i partiti sono molto sensibili a questi dati, vittime di un fenomeno chiamato “sondaggismo”, ciò potrebbe giustificare i dolori di pancia di Marina Berlusconi, che sembra sempre più vicina alla discesa in politica.
Un altro segnale forte è che la riforma della magistratura era considerata il primo tassello di un più ampio disegno costituzionale che includeva il premierato (caro a Fratelli d’Italia) e l’autonomia differenziata (voluta dalla Lega). Riforme costituzionali che, se sommate ai Decreti sicurezza e alle dinamiche di controllo dei media, erano orientate al consolidamento del Potere di chi Governa. Un sogno politico da sempre coltivato dai partiti italiani che rincorrono il mito della stabilità, spesso confondendolo tra ragion di stato e svolte autoritarie. Altro elemento di questo tassello è la riforma della legge elettorale che fino ad ora era in discussione in parlamento con la previsione di un premio di maggioranza.
Un ultimo segnale forte sono le “epurazioni” di Giorgia Meloni con tanto di Nota stampa di Palazzo Chigi in cui esprime apprezzamento per la scelta del Sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro (indagato per la sua partecipazione nella società “Le 5 Forchette Srl” della figlia di un condannato per mafia, Mauro Caroccia) e del Capo di Gabinetto Giusi Bartolozzi (coinvolta nel caso Almasri) di rimettere gli incarichi finora ricoperti. Nella stessa nota auspica che analoga scelta sia condivisa dal Ministro del Turismo Daniela Santanchè, attualmente indagata per falso in bilancio su Visibilia Editore e per truffa aggravata ai danni dell’Inps. Un tentativo per ripulire l’immagine del Governo e riavvicinare i propri elettori mentre da la “colpa” all’opposizione di aver portano avanti la gogna mediatica della maggioranza?
Però ora torniamo alla realtà, perché tutto questo ancora non sembra presagire l’epilogo del Governo Meloni. Il Presidente del Consiglio sta sicuramente gestendo una crisi che potrebbe anche far fatica ad affrontare, però la vera discriminante sarà nella capacità delle opposizioni di presentarsi come un’alternativa credibile e unita, obiettivo che non sempre è stato centrato negli anni precedenti.
Gli ultimi sondaggi politici, pubblicati il 24 marzo 2026 a ridosso del referendum sulla giustizia, delineano ancora un quadro in cui, nonostante gli esiti del referendum giustizia, i pesi dei partiti rimangono parzialmente stabili, pur con alcune “crepe” nel consenso della maggioranza.
Fratelli d’Italia resta il primo partito con il 29,5% delle preferenze nonostante la prima vera incrinatura in quattro anni di governo. Il PD si conferma la seconda forza politica al 21,5%, mentre seguono il Movimento 5 Stelle (M5S) al 12,2%, Forza Italia con il 7,8%, Lega al 6,8% per l’ascesa di nuove formazione a destra, Alleanza Verdi-Sinistra al 6,6%, Azione al 3,4%, e Futuro Nazionale (il partito di Vannacci) che cresce fino al 3,3%. Insomma è cambiato tutto per non cambiare ancora nulla (o solo poco) per il momento.
Solo il prossimo anno che ci divide dalle elezioni del 2027 ci potrà dare una risposta definitiva ma nel frattempo fammi sapere cosa ne pensi nei commenti.
Ogni cuoricino, condivisione e segnalazione ad un amica o un amico permette a questo progetto di crescere. Non dimenticare di supportare Lettere nella crisi climatica :)
Se vuoi rendere questo spazio ancora più nostro, non dimenticare di compilare il questionario online! Ho un sogno, che le Lettere nella crisi climatica diventino un luogo collettivo di riflessione e scambio di prospettive sui tempi che viviamo. Vuoi aiutarmi?




