Perchè tanti incendi in Sicilia (e non solo)?
L’estate 2026 ci sta facendo riflettere sul rischio incendio, siamo accerchiati e dobbiamo parlarne
In questa estate 2026 si parla molto di incendi e ormai dovremmo diffondere il detto “stagione che vai, evento estremo che trovi”. Per chi vuole co-costruire un racconto della società nella crisi climatica è però difficile spiegare il nesso tra questa e il rischio incendio, anche perchè è il meno intuibile per l’opinione pubblica.
Ho pensato molto alla Sicilia perché, negli ultimi sei anni, un quinto dei giorni della stagione estiva hanno significato oltre il 60% degli ettari bruciati complessivamente. Chi si trova in Sicilia durante l’estate non deve solamente fronteggiare gli allarmi per il caldo o le croniche emergenze idriche, spesso ci sono anche le condizioni per cui ogni singolo incendio può diventare più devastante. Oggi ne parliamo partendo da lontano, perché il nesso tra crisi climatica e fuoco fa parte di una storia che va oltre la sola regione siciliana.
Ultimamente siamo abituati a pensare al fuoco per i suoi aspetti distruttivi. Nell’ultimo film di Avatar, ad esempio, Jake Sully e la sua famiglia di spilungoni blu devono affrontare il clan Na’vi del fuoco, dipinto come oscuro, folle e aggressivo. Eppure la storia dell’umanità è una storia di rapporto col fuoco e del suo controllo. Non a caso, nella mitologia greca, Prometeo lo rubò agli dei per donarlo agli esseri umani. Il fuoco è alla base dell’origine della condizione esistenziale dell’umanità ma qualcosa evidentemente è cambiato.
Fuoco e cenere: l’Europa e l’Italia tra crisi climatica e rischio incendi
Quando parliamo di cambiamenti climatici, la preoccupazione sugli incendi non è tanto sul fatto che si verifichino. Il rapporto tra crisi climatica e rischio incendio può essere raccontato meglio quando si riconosce l’aumento dell’intensità, dell’estensione e l’interessamento di aree storicamente poco colpite da incendi significativi.
Luglio è stato segnato dalle immagini della devastazione della Gironda, dipartimento nel sud ovest della Francia. Si tratta del rogo più grande nel Paese degli ultimi 50 anni per cui si stimano oltre 42 mila ettari bruciati e 220 mila persone evacuate. Per ora la situazione è stabile ma non sotto controllo perché ci sono ancora dei roghi attivi o a rischio riaccensione. Nel mentre si è formato un pirocumulonembo, un temporale generato dal fuoco che crea dei venti propri con turbini imprevedibili.
L’Osservatorio delle foreste francesi nel novembre del 2024 ricordava che i maggiori incendi boschivi della storia francese si sono verificati nel 2003, circa 73 mila ettari bruciati, e nel 2022, quando quasi bruciarono quasi 60 mila ettari, di cui 30 mila nella Gironda. Per entrambe le occasioni l’Osservatorio francese nota delle anomalie nelle temperature. L’estate del 2003 è stata una delle più calde misurate in Francia, con una temperatura di +2,7 °C rispetto alla media del 1991-2020. Mentre l’estate 2022 è la seconda estate più calda con una temperatura di +2,3 °C sopra la media. Per il 2022 è stato, inoltre, notato un numero record di giorni di ondate di caldo e siccità storica, due fattori aggravanti del rischio di incendi boschivi.
Negli stessi giorni le fiamme sono divampate anche in Spagna, dove i roghi hanno interessato le aree tra Ávila, Madrid e Toledo. Qui le stime raccontano il fenomeno con oltre 80 mila ettari bruciati, 75 mila persone evacuate e 14 morti. Il 28 luglio il Consiglio dei Ministri Spagnolo ha dichiarato zone colpite da un’emergenza di protezione civile i territori di 14 comunità autonome interessate da 211 eventi, per la maggior parte causati da incendi boschivi, tra il 31 marzo e il 27 luglio 2026. Con questo provvedimento il Governo spagnolo ha iniziato ad erogare gli aiuti a supporto delle persone, di lavoratori e lavoratrici, e a sostegno del settore agroalimentare e industriale, nonché agli enti locali. Ciò ci ricorda che al di là degli incendi ci sono anche gli impatti socio-economici.
Il fattore che accomuna i due incendi è la complessità e la difficoltà dello spegnimento che ha coinvolto aree urbane con zone industriali e residenziali. In questo caso si può parlare anche di incendi di interfaccia urbano/rurale perché riguardano quelle zone in cui vi è l’interconnessione tra strutture antropiche e aree naturali con possibile propagazione dei roghi a causa della vegetazione combustibile, oltre al rischio di effetti a cascata.
Nella realtà questi due incendi che possono sembrare distanti, non lo sono. Il rischio di trovarsi di fronte a una situazione simile a quella della Spagna o della Francia è concreto e abbiamo avuto qualche assaggio anche in Italia. Nel solo mese di luglio si sono sviluppati roghi in Sardegna nella zona industriale nel Sulcis, in Puglia le fiamme si sono diffuse tra il Gargano e il Basso Molise, mentre a Roma in una sola notte sono divampati quattro diversi roghi in vari punti a sud della capitale.
Anche al nord la paura del fuoco si è fatta viva con diversi volti. Prima con l’incendio al deposito Bartolini (BRT) in Bovisa per la deflagrazione di un pacco di batteria al litio. Poi, dieci giorni dopo, con l’incendio della piattaforma di selezione e trattamento dei rifiuti di A2A a Novate Milanese. Proprio mentre chiudevo questa Lettera nella crisi climatica ho poi letto di un incendio al binario 20 della Stazione Garibaldi con una colonna di fumo nero visibile da chilometri di distanza. Qualche ora prima, invece, era stata lanciata la notizia dei cavi elettrici in fiamme fra le stazioni di Verona Porta Nuova e Porta Vescovo, con tanto di deviazioni e treni soppressi.
Sono tanti esempi, in diverse parti d’Italia e d’Europa. Ogni incendio ha una sua storia, delle cause diverse e delle conseguenze sulla popolazione. Potrebbe venire facile pensare che la crisi climatica qui non c’entra nulla ma il gioco sta tutto qui: non dobbiamo guardare le cause, dobbiamo porre attenzione a come la crisi climatica può rendere gli incendi sempre più drammatici.
Intanto proprio a partire dal 31 luglio le previsioni del Sistema europeo di informazione sugli incendi boschivi (Effis) avvertono un aumento del rischio incendi in Italia. Le aree maggiormente a rischio sono le regioni del meridione e le isole: Puglia, Basilicata, Campania, Calabria, Sardegna e Sicilia.
Incendi e crisi climatica, un esempio dalla Sicilia
Proprio concentrandoci sugli incendi in Sicilia forse possiamo iniziare a farci un’idea della relazione con i cambiamenti climatici. Dobbiamo intanto dire che per avere un incendio sono necessarie tre elementi:
il combustibile, ossia il materiale infiammabile;
il comburente, una sostanza che agisce come agente ossidante del combustibile e che nella maggior parte dei casi è proprio l’ossigeno;
una fonte di calore che, raggiunta un’adeguata temperatura, può far sì che avvenga l’innesco.
Soprattutto nel caso degli incendi boschivi, i cambiamenti climatici possono contribuire a creare delle condizioni favorevoli agli incendi per l’aumento di periodi siccitosi, l’intensificazione delle ondate di calore e la variazione dei venti. Oggi non ti parlerò delle diverse tipologie di incendio boschivo ma ridotto in poche parole quello che spesso accade è un aumento della superficie vegetale che, essiccando, diventa del combustibile in grado di facilitare la propagazione e l’intensità delle fiamme. Quella che ti ho condiviso è una generalizzazione e per questo ricorda che va sempre letto sulla base del territorio, le sue caratteristiche e il tipo di vegetazione.
Sulla base di questa riflessione mi sono poi chiesto: come possiamo misurare un incendio e le condizioni che lo favoriscono? Per questa riflessione sugli incendi in Sicilia:
mi sono concentrato su un periodo di tempo, tra il 2020 e il 2025 con un affondo su questa prima parte del 2026;
ho preso i dati del Sistema europeo di informazione sugli incendi boschivi (Effis) sul numero dei roghi e la superficie totale bruciata1;
ho utilizzato i dati del modello Bigbang dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) che contiene serie storiche su variabili come la temperatura media, le precipitazioni e il deficit idrico;
mi sono scaricato i dati sulla siccità dello European Drought Observatory di Copernicus;
ho shakerato il tutto con un’estrazione dei dati sulle ondate di calore contenute nei report del Ministero della Salute per il Piano operativo nazionale per la prevenzione degli effetti di calore2.
Per questa Lettera nella crisi climatica mi sono ispirato al numero 6 di Mappine, scritta dal Data Journalist Riccardo Saporiti, e quindi per la realizzazione delle infografiche ho avuto l’appoggio di Claude Opus 5. Oltre a dargli in pasto i diversi dati, un aiuto interessante è arrivato sull’estrazione dei dati dai report in PDF (che sono sempre una rogna). Per il resto mi sono occupato di ricontrollare il tutto e di portare avanti la riflessione che stia leggendo.
Gli incendi in Sicilia tra il 2020 e il 2025
Tra il 2020 e il 2025 il numero assoluto di incendi in Sicilia rimane più o meno stabile mentre varia, fino anche a triplicare, l’estensione bruciata. Il 2021 è stato uno degli anni con incendi più devastanti con più di 80 mila ettari coinvolti e il 57% dell’area complessiva bruciata da roghi che hanno superato i 500 ettari. Altri picchi li abbiamo avuti nel 2023 (74 mila ettari) e nel 2025 (50 mila ettari). Seguono il 2020 (36 mila ettari) e il 2022 (35 mila ettari). Chiude il 2024 con un’area bruciata pari a 17 mila ettari e roghi inferiori ai 100 ettari o tra i 100 e i 500.
Il rischio incendi in Sicilia si gioca tutto in sei mesi, da maggio a ottobre, ma il mese in cui gli incendi sono più devastati si sposta nei quattro mesi estivi con una preferenza tra luglio e agosto. Ciò che sposta il “quando” gli incendi diventano ingestibili potrebbe essere le ondate di calore. Sulle sei estati siciliane che ho analizzato, i giorni in cui almeno una fra Palermo, Catania e Messina è in allerta caldo sono un quinto della stagione estiva eppure corrispondono ad oltre il 60% dell’aria bruciata. Nei giorni di ondate di calore gli incendi in Sicilia sono quattro più volte numerosi e ognuno di essi brucia tre volte tanto. Qui una delle cautele da avere quando si legge il dato è che non parliamo di una relazione causale. Nei giorni di allerta caldo entrano in gioco anche il vento e lo stato della vegetazione, che questi dati non misurano. Per avere un idea, nel modello del paper “Spatio-temporal modelling of fires in Sicily” il vento da sud (lo scirocco) è la variabile più forte nel rischio incendio.
Complessivamente un giorno di emergenza caldo può arrivare a bruciare undici volte un giorno normale. Se si osserva questo rapporto, il comportamento lungo gli anni è molto variabile. Si passa da circa il doppio nel 2024 al 18 volte tanto nel 2023. Va poi comunque ricordato che i giorni di allerta caldo possono variare da un anno all’altro. Ad esempio nel 2020 abbiamo registrato 9 giorni di allerta caldo, mentre nel 2023 erano 24 giorni e nel 2024 36 giorni. A questi dati, per avere una visione complessiva della crisi climatica, andrebbero poi aggiunti quelli sulla mortalità concausata dalle ondate di calore. Ad esempio nell’estate 2025 è stato osservato un eccesso statisticamente significativo della mortalità a Catania (+16% a giugno) e a Palermo (+10% a luglio mentre si registrava il picco di intensità dei roghi).
Gli incendi sono fenomeni complessi e porci delle domande sulle numerosi variabili ci permette di non focalizzarci a un singolo aspetto. Se il problema fossero solamente gli inneschi, potrebbe venire intuitivo lavorare solo sul lato della sorveglianza e delle pene. Invece se il problema è anche che nei giorni estremi gli incendi possono diventare ingestibili, allora occorrerà concentrarsi sulla resilienza del patrimonio boschivo e sulla capacità di risposta simultanea nei giorni di massima allerta.
Per quanto riguarda i comuni più colpiti dagli incendi in Sicilia è interessante notare che su 293 comuni siciliani con almeno un incendio mappato tra il 2020 e il 2025, ben 58 hanno avuto almeno un incendio in tutte e sei le estati prese come riferimento. Le tre province con aree bruciate più estese in questi 6 anni sono Palermo (75 mila ettari), Agrigento (73 mila ettari) e Caltanissetta (33 mila ettari). Seguono Trapani (26 mila ettari), Messina (23 mila ettari) ed Enna (23 mila ettari). Chiudono le province di Catania (19 mila ettari), Siracusa (15 mila ettari) e Ragusa (4 mila ettari).
Con i dati che ho analizzato è difficile fare un’affermazione netta sulle disuguaglianze tra i diversi comuni della Sicilia colpiti da incendi. Il tema principale rimane infatti quello tra disuguaglianze tra Sicilia e resto di Italia che viene raccontato dall’indice di fragilità dell’ISTAT. L’indice infatti misura la fragilità dei comuni italiani rispetto a una media italiana e il 71% dei comuni siciliani è nei decili più alti tra 8 e 10, quelli che evidenziano una maggiore fragilità. Questo discorso vale anche per la categorizzazione delle aree interne, che in Sicilia sono 310 comuni su 391.
In una futura riflessione potrebbe essere però interessante inserire il tema dello spopolamento, almeno considerando che una minore presenza potrebbe portare a una minore cura delle aree forestali. I comuni che hanno perso oltre il 15% di popolazione dal 2002 ad oggi sono il 41% dei comuni Siciliani ma il 54% dell’area bruciata tra il 2020 e il 2025. A ciò si aggiunge che bruciano il 2,56% del proprio territorio ogni anno, contro circa l’1% di tutti gli altri. Quest’aspetto andrebbe comunque approfondito perchè, al contrario, il comune di Custonaci è cresciuto dell’8,7% ed è secondo comune in Sicilia per ettari bruciati. A livello provinciale invece possiamo vedere come gli incendi insistono e sono più gravi nelle province di Palermo e Agrigento. Nelle mappe puoi vedere un idea dell’estensione degli incendi all’interno della singola provincia negli anni di analisi e un aggregazione complessiva. Lo scopo è quello di dare un idea e non la localizzazione precisa degli incendi.
Gli incendi in Sicilia a luglio 2026
Gli incendi in Sicilia di luglio contano roghi di vaste proporzioni e oltre 100 persone evacuate. Le aree più interessate sono state il catanese e l’agrigentino, dove erano a rischio un deposito di ossigeno, una fabbrica di fuochi d’artificio e la clinica Ignazio Attardi. Anche a Palermo ci sono stati diversi incendi a cui si sono combinate vaste aree colpite da blackout, mentre a San Cataldo in provincia di Caltanissetta un vigile del fuoco è morto durante le operazioni per domare il fuoco.
Se si prende come riferimento gli ettari bruciati nello stesso arco di tempo (1 gennaio-27 luglio) dal 2020 e il 2026, in Sicilia ha preso fuoco più del doppio della superficie rispetto alla media (circa 23 mila ettari). Da gennaio a luglio 2026 hanno preso fuoco 51 mila ettari, quasi un quarto in più del 2023 ossia il peggior anno della serie (42 mila nello stesso periodo). Il dato più di impatto è che però si è deciso tutto in una settimana. Tra il 17 e il 22 luglio 2026 hanno preso fuoco quasi 40 mila ettari, circa il 77% dell’area bruciata nel resto dell’anno.
Cosa sappiamo sulla causa degli incendi in Sicilia
Sarà forse colpa del fatto che sono stato svezzato da Blu Notte con un Carlo Lucarelli dedito a raccontare i casi irrisolti in Italia (salvo poi passare ad Elisa True Crime nel mio periodo milanese), ma la domanda che torna alla mente è: chi è che accende gli incendi in Sicilia?
Determinare le cause degli incendi non è facile e in realtà non ci sono molti dati disponibili, soprattutto a livello locale. La classificazione distingue tra:
naturali, quando provocati da fulmini, eruzioni vulcaniche o fenomeni di autocombustione;
involontari, quando la colpa è di persone che accendono dei fuochi senza l’intenzionalità di innescare l’incendio (è il caso degli agricoltori quando bruciano le sterpaglie e la situazione sfugge dal loro controllo);
dolosi, quando le persone volontariamente appiccano dei fuochi per causare danni o averne un vantaggio;
dubbi, ossia che non è possibile attribuire una causa con certezza.
L’accertamento è investigativo ed è portato avanti dal comparto forestale dell’Arma dei Carabinieri tramite il Nucleo Informativo Antincendio Boschivo (NIAB), i quali detengono i dati accessibili solo su richiesta formale.
Secondo i dati pubblicati sul sito dell’ISPRA, a livello nazionale in media tra il 2012 e il 2024 è molto alta l’incidenza degli incendi di origine volontaria (56%). Seguono poi le cause non accertate o dubbie (28%), quelle involontarie (15%) e quelle naturali (1,5%). Questo ci ricorda che il fuoco, in Italia, lo accendono le persone, a cui potremmo aggiungere i guasti alle infrastrutture che caratterizzano il nostro abitare. Questo non toglie nulla alla crisi climatica, rafforza quello che abbiamo detto. I cambiamenti climatici sono la ragione per cui gli incendi diventano sempre più devastanti. Quanto detto lascia supporre che lo stesso possa valere per le cause degli incendi in Sicilia, almeno fino a che non saranno disponibili dei dati in proposito.
Incendi, crisi climatica e immaginazione politica
La campagna antincendio boschivo che viene lanciata annualmente dalla Protezione Civile dura dal 15 giugno al 15 ottobre. Abbiamo quindi davanti a noi ancora qualche mese in cui poter trarre l’ennesimo bilancio sul rischio incendi in Italia. Ci dovremmo quindi domandare come possiamo prevenire o affrontare questo fenomeno.
La crisi climatica porta a eventi incendiari di eccezionale estensione ed intensità a cui dovrebbero essere associate le ricadute sociali ed economiche. Senza contare tutti quei costi nascosti che riguardano gli effetti sul lungo periodo, i costi comunitari ed ecosistemici o sulla salute. Anche per questo dovremmo lavorare sempre di più in prevenzione, pianificazione e risposte operative che siano anche collettive.
La risposta insieme alle persone e con le persone permette di trovare delle soluzioni efficaci che possono aiutare l’azione istituzionale e portare nuove forme di socialità, al di là dell’aspetto della sensibilizzazione al rischio. Se pensiamo ai metodi della democrazia partecipativa, ad esempio esistono esperienze di Foreste Modello che, attraverso accordi tra la società civile e le istituzioni, permettono una gestione collettiva di beni comuni migliorandone la resilienza ai cambiamenti climatici. Oltre a questo il monitoraggio civico, anche nella declinazione della citizen science, possono portare ad esperienze come l’Osservatorio sugli incendi supportato in Sicilia da diverse associazioni con lo scopo di segnalare gli incendi e i terreni incolti contribuendo a una risposta tempestiva o preventiva.
C’è poi da dire un’ultima cosa. Incendi inarrestabili che diventano parte del nostro immaginario collettivo non sono una casualità. Quella che fino a qualche decennio fa poteva essere raccontata come un emergenza, oggi sta diventando una normalità accompagnata dalla crisi climatica. Spesso è il segno delle disuguaglianze che si saldano in questa epoca dato che, ad esempio, la Sicilia in questi mesi sta richiedendo maggiori sforzi sul fronte incendio dopo aver affrontato gli effetti del Ciclone Harry in un territorio segnato da siccità cronica. Senza dimenticare che il territorio siciliano è il 68% agricolo e il 26% forestale.
Tutto questo è il risultato di scelte politiche e di una politica che ha scelto di smettere di immaginare il futuro dei territori, lasciando chi vi abita ad affrontare le paure di questa nuova epoca.
Questo è un progetto collaborativo, non serve essere esperti di clima o di statistica. Ora ti chiedo di rivedere i grafici:
Cosa noti?
Cosa ti domandi?
Cosa ti colpisce?
Come sempre ti aspetto nei commenti se hai domande, dubbi o curiosità su questa Lettera. Lasciami anche qualche consiglio di lettura o altro se ti viene in mente! Lettere nella crisi climatica nasce come un progetto collaborativo che ha come scopo quello di creare una community per tornare a parlarci di questi temi. Per partecipare ti chiedo anche di compilare questo questionario.
1 Data were provided by the European Forest Fire Information System – EFFIS (https://forest-fire.emergency.copernicus.eu) of the European Commission Joint Research Centre
2 Risultati dei Sistemi di allarme (HHWWS) e del Sistema di Sorveglianza della Mortalità Giornaliera (SiSMG) e degli accessi in pronto soccorso (16 maggio-16 settembre 2020); Risultati dei Sistemi di allarme (HHWWS) e del Sistema di Sorveglianza della Mortalità Giornaliera (SiSMG) e degli accessi in pronto soccorso (17 maggio -17 settembre 2021); Risultati dei Sistemi di allarme (HHWWS) e del Sistema di Sorveglianza della Mortalità Giornaliera (SiSMG) e degli accessi in pronto soccorso, sintesi dei risultati estate 2022; Risultati dei Sistemi di allarme (HHWWS) e del Sistema di Sorveglianza della Mortalità Giornaliera (SiSMG) e degli accessi in pronto soccorso, sintesi dei risultati estate 2023; Risultati dei Sistemi di allarme (HHWWS) e del Sistema di Sorveglianza della Mortalità Giornaliera (SiSMG) e degli accessi in pronto soccorso, sintesi dei risultati estate 2024; Risultati dei Sistemi di allarme (HHWWS) e del Sistema di Sorveglianza della Mortalità Giornaliera (SiSMG) e degli accessi in pronto soccorso, Sintesi dei risultati estate 2025.











