Ciclone Harry: la crisi climatica colpisce Sicilia, Calabria e Sardegna
Il 19, 20 e 21 gennaio un evento estremo ha colpito Sicilia, Calabria e Sardegna tra indifferenza e mancate politiche di adattamento climatico
Il Ciclone Harry ha colpito violentemente Sicilia, Calabria e Sardegna stravolgendo la vita delle persone che vivono in questi territori nel silenzio assordante del resto della penisola.
Come abbiamo visto più volte in queste Lettere nella crisi climatica, il ciclone Harry non è un caso isolato e le sue conseguenze vengono moltiplicate dalla mancanza di politiche di adattamento ai cambiamenti climatici.
In questa lettera vorrei raccontarti cosa è successo con il passaggio del Ciclone Harry e come ha messo a nudo diverse problematiche del nostro Paese, ricordandoci che la crisi climatica non è solo una questione ambientale ma anche economica, sociale e di diritti umani. In altre parole: la crisi climatica è una questione di potere.
Il Ciclone Harry, la tempesta che ha devastato il meridione
Tra il 18 e il 22 gennaio il Ciclone Harry ha violentemente colpito il meridione italiano, con conseguenze catastrofiche in Sicilia, Calabria e Sardegna. Ancora una volta ci troviamo a parlare di un disastro e di quello che lascia alle sue spalle.
In soli tre giorni è caduta la metà della pioggia che solitamente in quell’area cade in un anno, con apici di 500-600mm. Le raffiche di vento hanno toccato i 120/130 km/h che hanno dato vita a mareggiate con onde che hanno raggiunto i 9-10 metri di altezza lungo le coste. Pensa che al largo si è registrato un picco di 16 metri di altezza mai documentato nel Mediterraneo. Mentre le comunità affrontavano questi eventi, le attività economiche venivano devastate e chilometri di lungo mare venivano erosi o inghiottiti dalle onde, i media nazionali rimanevano in silenzio. Nelle poche apparizioni televisive la particolarità della narrazione era la descrizione di una normale “ondata di maltempo” che avrebbe portato delle piogge anche al Nord Italia.
Solo giorni dopo, quando ormai il Ciclone Harry era passato, il resto del Paese ha iniziato a sapere quanto era accaduto. L’attenzione si è quindi focalizzata su quello che è rimasto dei Comuni colpiti e sulla frana lunga quattro chilometri che ha squarciato l’altopiano dove sorge Niscemi.
Per avere un’idea, pur ricordandoti che sono ancora in corso le valutazioni puntuali dei danni su cui verrà organizzata la fase di ricostruzione, le prime stime ci parlano di due miliardi di euro, di cui un miliardo in Sicilia e l’altro distribuito tra la Sardegna e la Calabria. Il Ciclone Harry ha coinvolto un area vastissima dell’Italia e il disastro, secondo l’ordinanza 1180 del 30 gennaio 2026 emessa dal Capo del Dipartimento della Protezione Civile, ha colpito 517 comuni tra Sicilia, Sardegna e Calabria.
Nonostante ciò le istituzioni hanno dichiarato che nel caso del Ciclone Harry il sistema di Protezione Civile sembrerebbe aver tenuto e, grazie ai sistemi di allerta precoce, gran parte della popolazione ha adottato gli opportuni comportamenti. Per paradosso proprio alcuni rappresentanti istituzionali si sono lasciati a comportamenti non proprio del tutto responsabili e sono stati travolti dalle onde mentre filmavano quanto stava accadendo. Tuttavia manca una valutazione o le voci dalla popolazione sull’efficacia della Protezione Civile anche se per fortuna bisogna riconoscere che non ci sono state vittime tra le persone dei territori colpiti dal Ciclone Harry. Ora però le persone colpite entrano in una fase delicatissima, chiamate a fronteggiare i danni materiali e le conseguenze sociali ed economiche di una crisi climatica sempre più intensa.
La situazione in Sicilia, la regione più colpita dal Ciclone Harry
La Sicilia è stata senza dubbio la regione che ha pagato le conseguenze più alte del Ciclone Harry, con una stima pari a un miliardo di euro di danni e 254 comuni colpiti (più della metà del totale).
Gli impatti maggiori del Ciclone Harry sulla Sicilia si concentrano sul versante orientale, anche se sono stati diffusi su tutta la regione. Purtroppo la Sicilia negli ultimi anni si è trovata più volte a fronteggiare la crisi climatica, sia per la siccità che ormai sta diventando una costante per l’isola, sia per le alluvioni.
Dopo solo 3 anni le alluvioni e mareggiate del febbraio 2023, Catania e la sua provincia si trovano di nuovo a dover far fronte agli eventi estremi. Con il Ciclone Harry il catanese ha visto la distruzione del lungomare di Mascali e l’invasione del borgo di San Giovanni Li Cuti, dove le barche di legno sono state scaraventate sulla passeggiata. Nella Piana di Catania vi è stata inoltre l’esondazione del fiume Gornalunga che ha sommerso migliaia di ettari di terreni.
Nel Messinese e nel Siracusano si sono registrastrati numerose interruzioni strutturali, tra cui quella della Statale 114 e della linea ferroviaria Messina-Siracusa. Anche qui lo scenario e molto simile a quello del resto della penisola con abitazioni private dannegiate. A Siracusa parte del muraglione è crollato e diversi edifici sono stati evacuati. A Marzamemi, la storica Tonnara è stata invasa dal mare, con danni incalcolabili al patrimonio culturale. A Taormina, la distruzione delle infrastrutture di trattamento delle acque reflue minaccia la stagione turistica 2026. Le isole di Lampedusa e Linosa sono rimaste isolate; nella prima la banchina commerciale ha rischiato il collasso, mentre nella seconda la rete stradale interna è stata praticamente distrutta.
Dal punto di vista socio-economico il settore agricolo, pilastro dell’export siciliano, ha perso circa un terzo della produzione regionale. Anche la pesca ha avuto problemi con danni a imbarcazioni, attrezzature e porti pari a decine di milioni di euro.
Anche se questo bollettino di guerra ci dovrebbe far pensare a cosa si poteva fare prima di questo disastro, il vero scontro politico si è aperto nella gestione del primo post-emergenza del Ciclone Harry per il diffuso malcontento sulla decisione iniziale del Governo Meloni di stanziare 100 milioni di euro totali per tutte e tre le regioni. Su questo ci torno più avanti perchè vorrei prima raccontarti cosa è accaduto e come si sono mosse proprio le regioni subito dopo il passaggio del Ciclone Harry.
La giunta regionale Siciliana ha in prima battuta stanziato 50 milioni di euro come somma iniziare per il fondo d’emergenza. A questi si sono aggiunti 40,8 milioni di euro stanziati per sostenere i territori colpiti attraverso la Legge Regionale n. 3 del 30 gennaio 2026 approvata dall’Assemblea Regionale. La norma regionale stanzia 20 milioni per i ristori alle attività commerciali danneggiate, 5 milioni al settore della pesca, 5 milioni all’agricoltura, 10 milioni per esentare dal pagamento 2026 i concessionari demaniali marittimi nelle zone colpite, e 0,8 milioni come compensazione dei pedaggi autostradali sospesi per i residenti nelle aree più colpite. Il vero scontro per trovare i fondi all’indomani del Ciclone Harry riguarda però l’opera più controversa della storia italiana: il Ponte sullo Stretto di Messina.
Il Ciclone Harry ha infatti provocato un voto a scrutinio segreto all’Assemblea Regionale Siciliana di un ordine del giorno che chiede di dirottare 1,3 miliardi di euro di cofinanziamento regionale destinati al Ponte sullo Stretto verso la messa in sicurezza del territorio e i risarcimenti. Gli ordini del giorno sono un atto di indirizzo politico con cui si chiede, in questo caso, al presidente di regione Sicilia Schifani di riallocare i fondi pubblici verso opere più utili. Quando gli è stato fatto notare che questo ordine del giorno è stato approvato grazie all’opposizione e a parte della maggioranza, il Presidente Schifani ha cercato di schivare la polemica, assicurando che il Ponte “seguirà la sua strada” e che si useranno altri fondi, come i Fondi per lo Sviluppo e la Coesione.
Niscemi, la frana che ha spezzato un Paese
Se da una parte la copertura dei quotidiani nazionali sul Ciclone Harry è stata scarsa nei primi momenti, nei giorni successivi è iniziata una copertura costante di quanto stava accadendo a Niscemi, comune parte del libero consorzio comunale di Caltanissetta. In una di quelle mattine, mentre camminavo a Milano verso l’ufficio, ricordo vividamente di aver visto un servizio televisivo in cui intervistavano “una baronessa” che stava perdendo casa. Al di là dei media, la vita degli abitati di Niscemi è stata stravolta da una frana che ha squarciato l’altopiano su cui sorge la città. Oltre 1500 persone sono state evacuate preventivamente mentre le case rimanevano “appese” sull’orlo del precipizio.
La magistratura ha aperto un’inchiesta per disastro colposo, evidenziando come i segnali di allarme geologico fossero ignorati da trent’anni. Qui la crisi climatica ha moltiplicato e approfondito le condizioni di vulnerabilità del territorio. Gli esperti spiegano che il terreno di Niscemi, composto da sabbia e argilla, è stato reso instabile dalla siccità del 2024, che ha creato fessure in cui l’acqua piovana del Ciclone Harry è penetrata in profondità, agendo da lubrificante per il movimento franoso.
La situazione di Niscemi è così diventata una delle immagini più drammatiche e simboliche legate al passaggio del Ciclone Harry, segno che nel nostro Paese si parla di “gestione del territorio” quando è troppo tardi. Ancora più forte di altre volte, per Niscemi ci sono troppi “ma” che hanno anticipato il disastro:
“ma un fenomeno simile si era verificato già nel 1997 quando crollarono parti del Paese”;
“ma per 30 anni gli allarmi geologici su Niscemi sono rimasti inascoltati”;
“ma Niscemi non dispone di una carta geologica aggiornata anche se la sua pericolosità è nota da 200 anni”;
“ma nessuna opera del PNRR contro il dissesto idrogeologico ha previsto degli interventi a Niscemi”.
Mentre la Procura della repubblica risponderà a questi “ma” per verificare la negligenza istituzionale, la Protezione Civile definisce la frana come ancora attiva e la situazione di “crisi dinamica in evoluzione”. Però l’impatto sociale è devastante è quanto mai attuale, con intere fasce in condizione di vulnerabilità, come le persone anziane, che si trovano ad affrontare quello che vuol dire perdere la propria casa e veder franare il proprio territorio. Per molti il danno è irreversibile, alcune aree sono state dichiarate “zone rosse” e in molti dovranno essere ricolocati permanentemente altrove. Tra l’altro, qualcuno ha già parlato dell’ipotesi di una “New Town” nella Piana di Gela.
Niscemi è anche il simbolo del racconto politico della crisi climatica. Se subito dopo l’alluvione in Emilia-Romagna del 2023, nella regione allora guidata da Stefano Bonaccini del Partito Democratico, Giorgia Meloni si è presentata subito con gli stivaloni nell’acqua e nel fango per fare visita ai territori colpiti dall’alluvione, con il Ciclone Harry si è limitata a un volo in elicottero sopra la frana di Niscemi e all’incontro con il Presidente di regione Renato Schifani eletto con Forza Italia.
Il Ciclone Harry e i danni in Calabria
Il Ciclone Harry in Calabria ha colpito 119 comuni, causando danni significativi sopratutto sulla fascia costiera ionica. In Calabria i danni del Ciclone Harry ammontano a circa 300 milioni di euro e la Giunta Regionale ha richiesto formalmente lo Stato di Emergenza il 23 gennaio.
In alcune zone della Calabria sono caduti oltre 400-500 mm di pioggia in circa 80 ore. Il dato più eclatante riguarda San Sostene Alaco, in probincia di Catanzaro, dove sono stati registrati 583 mm. L’intensità della pioggia ha messo in crisi le strade, le opere di regimazione idraulica e gli alvei dei fiumi. Come per la Sicilia, anche la Calabria ha registrato danni rilevanti per il comparto agricolo, con pesanti ripercussioni sull’economia rurale regionale.
Il Presidente di Regione Calabria Roberto Occhiuto, attuale vicesegretario di Forza Italia, è intervenuto nei giorni successivi a Porta a Porta con Bruno Vespa riconoscendo da una parte l’elevato consumo di suolo ma dall’altro accusando la “burocrazia italiana” e la nostro legislazione perchè non permetterebbe di intervenire efficacemente e in tempi brevi. Anzi, Occhiuto ha affermato che il sistema italia non è stato costruito per prevenire e mitigare il rischio idrogeologico». Tra le preoccupazioni principali del Governatore della Calabria vi è poi la ripresa del turismo in vista dell’estate poichè le mareggiate hanno causato una grave erosione costiera, cancellando metri di spiaggia e distruggendo numerosi stabilimenti balneari, specialmente nel quartiere Lido di Catanzaro, a Montepaone e a Siderno.
Gli impatti del Ciclone Harry sulla Sardegna
Il passaggio del Ciclone Harry in Sardegna ha colpito 144 comuni del lato orientale e meridionale dell’Isola. Nel territorio sardo le autorità regionali e le organizzazioni di categoria hanno stimato i danni per almeno 500 milioni di euro. Qui la Giunta regionale guidata da Alessandra Todde ha dichiarato lo Stato di Emergenza Regionale per 12 mesi e ha stanziato 15,5 milioni di euro (5,5 immediati e 10 in finanziaria) per la difesa dell’ambiente e il ripristino costiero.
Il Ciclone Harry ha ridisegnato la geografia della Sardegna e località come come Cala Luna, Cala Mariolu e Cala Goloritzè in Ogliastra sono state descritte come “temporaneamente cancellate” o sparite sotto la furia delle onde. Sui giornali si è letto anche del caso della Spiaggia del Poetto che per un paio di giorni è rimasta sotto 60 centimetri d’acqua e, per ripristinare il litorale, si stima che sia necessario rimuovere oltre 2.500 metri cubi di sabbia finiti sulle carreggiate e negli stabilimenti. Molte strutture sono state distrutte o sommerse dalla sabbia e in molti hanno denunciato che le polizze catastrofali obbligatorie dal 2024, fortemente volute dal Ministro della Protezione Civile Nello Musumeci, paradossalmente non coprono i danni da mareggiata. A questi si aggiungono, oltre ai gravi danni alla viabilità (sopratutto nelle aree più rurali, i danni al comparto agricolo e alle imbarcazioni, oltre ai porti resi inagibili.
Per quanto riguarda il patrimonio culturale, invece, il sito archeologico di Nora è finito parzialmente sott’acqua a causa di onde alte sei metri, richiedendo l’intervento degli archeologi per verificare la stabilità del “tofet”, l’area sacra risalente alla civiltà fenicia. Grazie all’erosione però sono riemersi dei reperti sulla spiagga di Chia, due tombe e strutture antiche riconducibili all’epoca fenicia, probabilmente appartenenti all’antica città di Bithia, protette dalla sabbia per oltre due millenni.
La Presidente di Regione Sardegna Alessandra Todde, nel frattempo, ha dichiarato che la ricostruzione sarà gestita da una cabina di regia che coordinerà, in qualità di commissaria straordinaria, in collaborazione con la Protezione Civile nazionale e locale. Ne faranno parte anche gli assessorati regionali dell’Ambiente, con delega alla Protezione civile, delle Infrastrutture e Lavori pubblici, degli Enti locali, dell’Urbanistica e dei Trasporti insieme agli attori economici e sociali del territorio.
La reazione del Governo davanti al Ciclone Harry
La prima mossa del Governo Meloni per far fronte alle conseguenze del Ciclone Harry si è vista con il Consiglio dei Ministri del 26 gennaio con cui è stato dichiarato lo Stato di emergenza nazionale per 12 mesi. Questo periodo di stato di emergenza può essere prorogabile per ulteriori 12 mesi e in passato però è stato prorogato ad oltranza a seconda delle necessità. La differenza in questo caso è che recentemente è stata approvata la legge n. 40 del 18 marzo 2025 contenente la “Legge quadro in materia di ricostruzione post-calamità”. Si tratta di un quadro di riferimento per le ricostruzioni post disastro che è stato fortemente richiesto dalle realtà della società civile alla luce delle esperienze del terremoto dell’Aquila del 2009 e in Centro Italia 2016/2017 (e non solo), dove ad ogni ricostruzione si è ricominciato da capo lasciando in sospeso vite e diritti. L’attuale legge non rispecchia esattamente i desideri delle comunità colpite da disastro che la richiedevano e in questo caso vedremo una delle prime applicazioni.
La “Legge quadro in materia di ricostruzione post-calamità” in breve definisce procedure, principi e aspetti di coordinamento per la ricostruzione una volta che viene dichiarata la fine dello stato di emergenza e l’inizio dello stato di ricostruzione per eventi calamitosi di rilievo nazionale. Non è detto che il nuovo quadro normativo garantirà ordine ed efficienza nella fase post-emergenziale e molto dipenderà da come la legge verrà attuata nello specifico, dai suoi decreti e da come si comporteranno i diversi Presidenti di Regione che assumeranno il ruolo di Commissari straordinari.
Il Governo Meloni per questa prima fase ha stanziato 100 milioni di euro ripartiti tra le tre regioni (circa 33 milioni a regione) per rispondere ai bisogni più urgenti della prima emergenza e iniziare le valutazioni puntuali dei danni. Sulla base di questa valutazione, in teoria, dovrebbero essere stanziati nuovi fondi per far fronte alla ricostruzione e ripresa dei territori.
Pochi giorni dopo è stata approvata l’ordinanza 1180 del 30 gennaio 2026 emessa dal Capo del Dipartimento della Protezione Civile che stabilisce poteri straordinari, risorse e procedure speciali per fronteggiare l’emergenza post Ciclone Harry. Tra le varie cose, l’ordinanza prevede l’obbligo di predisporre entro 30 giorni un piano degli interventi urgenti, contributi per gli sfollati (da 400 a 900 € al mese per nucleo familiare), deroghe alle normative ordinarie (urbanistiche, ambientali, appalti, ecc.) per accelerare i lavori, sospensione dei mutui per immobili danneggiati e prime misure di sostegno economico (fino a 5.000 € per le famiglie e 20.000 € per attività produttive colpite). Oltre a questo il Ministero del Turismo guidato da Daniela Santanchè ha predisposto dei fondi dedicati alla promozione turistica fondi dedicati alla promozione turistica “per far fronte al danno d’immagine che sta colpendo i territori colpiti dal ciclone Harry”.
Al di là di questo, siamo sempre alla solita storia italiana. Il passaggio del ciclone Harry ha riacceso un acceso dibattito sulla gestione del territorio in Italia, evidenziando la necessità di passare da un approccio puramente emergenziale a uno più preventivo. Nel nostro caso si parla della necessità di parlare maggiormente di adattamento ai cambiamenti climatici. Un punto centrale del fallimento della politica climatica italiana riguarda il Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (PNACC), approvato nel dicembre 2023 ma rimasto a lungo inattuato e privo di finanziamenti adeguati. Questo senza contare che il PNACC sarebbe dovuto essere approvato poco tempo dopo l’adozione della Strategia Nazionale per l’Adattamento ai Cambiamenti Climatici (SNACC) del 2015.
La triste realtà è che poco prima dell’arrivo del Ciclone Harry è stata annunciata l’apporvazione del decreto ministeriale del 16 dicembre 2025, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 15 gennaio, con cui è stato istituito l’Osservatorio nazionale per l’adattamento ai cambiamenti climatici presso il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE). Questa primo passo che dovrebbe rendere operativo il PNACC arriva a ben due anni dalla sua approvazione ed è l’organismo di governance che dovrebbe coordinare il percorso di adattamento, individuare le fonti di finanziamento e monitorare e aggiornare le misure.
Se da una parte è vero che il coordinamento a livello nazionale risulta ancora inefficace, dall’altra occorre ricordare il ruolo fondamentale che le regioni rivestono nella gestione del territorio. Nel caso della Sicilia, la regione ha intrapreso diverse iniziative per affrontare i cambiamenti climatici ma non ha ancora adottato una strategia o un piano di adattamento climatico completo e operativo. Seppure rappresenti un importante segnale politico e istituzionale, sopratutto la Sicilia è ancora in una fase preliminare in cui tutt’oggi è priva di una struttura in grado di coordinare, supportare gli enti locali e coinvolgere le persone nei processi decisionali in modo da preparare il territorio alle sfide che la crisi climatica rende sempre più pressanti.
Un poco più virtuose sembrerebbero essere Calabria e Sardegna che nel 2024 hanno rispettivamente approvato la Strategia regionale per lo sviluppo sostenibile (che contiene degli elementi per l’adattamento climatico) e la Strategia regionale per l’adattamento ai cambiamenti climatici. Per una valutazione migliore occorrerebbe analizzare l’avanzamento delle azioni, l’esistenza degli opportuni finanziamenti e cosa si sta facendo concretamente ma senza dubbio si può notare l’elevata frammentarietà dell’adattamento climatico in Italia che non può far altro che aumentare le disuguaglianze tra i diversi territori.
La relazione tra il Ciclone Harry e i cambiamenti climatici
L’IPCC ad ogni ciclo di valutazione accerta che nella crisi climatica vi è un aumento di fenomeni estremi e il Ciclone Harry si inserisce in un contesto che vede un triste trend che di anno in anno è sempre più triste: il 2025 è stato classificato come il terzo anno più caldo di sempre. Per questo, tra le varie domande che sorgono davanti a un evento estremo del genere, ci si chiede quale sia la relazione tra il Ciclone Harry e i cambiamenti climatici. Cosa diversa è però l’attribuzione di un singolo evento specifico ai cambiamenti climatici, è un lavoro che richiede studi che hanno bisogno di tempo ma quasi sempre vengono fatte delle analisi preliminari.
C’è chi l’ha già nominata come la peggiore tempesta del XXI secolo per l’Italia meridionale e in queste settimane il consorzio internazionale ClimaMeter, composto da un gruppo di scienziati che si occupano di comprendere la connessione degli eventi estremi con i cambiamenti climatici, ha svolto un’analisi di “attribuzione rapida” sul Ciclone Harry confermando che l’intensità del vento e delle precipitazioni sono stati potenziate del 15% grazie all’influenza umana sul sistema climatico.
Spesso dimentichiamo che la natura dei territori italiani portano con sé molteplici fragilità e rischi che spesso si sovrappongono, si retroalimentano e si acuiscono dalle forme del nostro abitare. Se da una parte l’Italia è situata al margine fra placche litosferiche (europea e africana) e il movimento convergente o divergente tra queste placche causa l’accumulo di energia e deformazione che occasionalmente vengono rilasciate sotto forma di terremoti di magnitudo variabile, allo stesso modo il Paese è situato in un’area riconosciuta come hot-spot climatico nel bacino del Mediterraneo.
Il Mediterraneo si riscalda il 20% più velocemente rispetto alla media globale e le temperature marine eccezionamente elevate (conosciute come ondate di calore marine) hanno rilasciato l’energia necessaria per potenziare la tempesta. Inoltre, con un’atmosfera più calda si trattiene circa il 7% di umidità in più per ogni grado di aumento con il rischio di incrementare le probabilità di precipitazioni particolarmente intense o alluvioni lampo. Nell’equazione del disastro del Ciclone Harry vi è anche il fatto che il livello del Mediterraneo è cresciuto di circa 20 cm dal 1900, rendendo le mareggiate più penetranti e distruttive rispetto al passato. Infine come sempre vi è il tema che, quelli che un tempo erano eventi rarissimi, stanno trovando una nuova normalità.
Anche per questo la nostra penisola è un territorio ad elevato rischio per le potenziali vittime, i danni al costruito e al territorio con enormi implicazioni economiche e sociali. E comunque per questo l’Italia dovrebbe attrezzarsi per essere un paese resiliente, dotato di quegli strumenti capaci di ridurre i rischi e rispondere efficacemente agli shock degli eventi estremi. Eppure, come abbiamo visto, la realtà racconta una storia diversa.
Stesse vecchie storie nella crisi climatica
Insomma, alla fine di questa lettera potrei ricordare come il Ciclone Harry ha devastato Sicilia, Calabria e Sardegna lasciando miliardi di danni, eppure il più grande dei problemi in questa storia nella crisi climatica è un problema di storytelling.
A suon di “discover [inserire Sicilia, Calabria o Sardegna]” queste regioni sono diventate la metà dei sogni per i turisti, del buon cibo, delle tradizioni arcaiche o per riscoprire la natura che spesso ci manca delle tetre città. Insomma, un servizio a disposizione di chi può permetterselo e sempre meno per chi ci vive.
Eppure questi storytelling ignorano le voci, i bisogni e i desideri di futuro di Siciliani, Calabresi o Sardi. Persone che vorrebbero vedere affrontate le fragilità della propria casa anche se quella casa per un motivo o per l’altro l’hanno lasciata. Davanti a tutto questo e a secoli di sfruttamento di questi territori il “ringraziamento” è stato il silenzio nazionale mentre il Ciclone Harry si abbatteva.
A buon ragione a molti quanto accaduto ha ricordato il terremoto di Messina del 1908, uno dei più catastrofici della storia, quando Giovanni Giolitti pronunciò le parole “l’ennesima fastidiosa lamentela meridionale” all’arrivo delle richieste di aiuto. L’antimeridionalismo purtroppo è ancora dilagante ma non credo vada letto come “il nord” vs “il sud” perchè quel nord è ormai composto da tutte e tutti noi che qui ci siamo capitati. Non avrei tempo di contare tutte quelle amiche e amici che chiamavano a casa preoccupati per sapere a casa come stavano e cosa stesse accadendo davvero dato che il silenzio e “il non sapere” ti logora dentro.
L’antimeridionalismo va letto ancora una volta come una dinamica di potere. Perchè il fatto che non si parlasse del Ciclone Harry è un fatto comodo per chi detiene il potere, sopratutto per quelle regioni più vicine a chi vuole imporre una specifica visione del “Sud”, magari per imporre grosse opere pubbliche che non interessano a nessuno o da sfruttare per ignorare problemi che si potrebbero iniziare a risolvere: crisi climatica, massiccia militarizzazione, inquinamento a livelli atroci, siccità o servizi pubblici carenti solo per dirne qualcuno.
Il Mediterraneo era la culla della nostra civiltà e ora è sempre più minaccioso. Quello che accade in questo spazio di mare non è neanche più di interesse istituzionale, è più facile voltarsi dall’altro lato. Se è atroce quando è accaduto sulla nostra terra, non dobbiamo dimenticare che di crisi climatica si fugge e si muore. Solo qualche giorno dopo il passagio del Ciclone Harry la SOS Méditerranée ha denunciato una tragedia umana che in molti non volevano vedere: mille persone sono annegate in mare nel tentativo di attraversare il Mediterraneo proprio nei giorni della tempesta.
Anche per questo, come di tutto quello di cui abbiamo parlato in questa lettera, il vero disastro è l’indifferenza con cui il resto del Paese ha guardato altrove.
Questa Lettera è stata particolarmente difficile per me, ci tenevo che restituisse la complessità di quanto è accaduto e mi piacerebbe se anche tu contribuissi nei commenti. Magari puoi portare un’esperienza personale o il tuo punto di vista su cosa abbiamo visto con il Ciclone Harry. In ogni caso, se hai trovato questa lettera interessante fammelo sapere nei commenti e continuiamo la conversazione. Ovviamente si ci sono dei punti poco chiari o se hai delle curiosità sono qui a tua disposizione.








