Renée Nicole Good, poetessa uccisa dall’ICE
Ecco chi era Renée Nicole Good, la donna uccisa a Minneapolis dall’ICE il 7 gennaio 2026, e cosa ci dice sulle società nella crisi climatica
É il 7 gennaio 2026 quando Renée Nicole Good, donna di 37 anni con cittadinanza statunitense, viene uccisa a Minneapolis dall’agente Jonathan Ross dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE).
Nei momenti successivi al femminicidio di Renée Nicole Good si innesca la corsa dei giornali alla ricerca dei dettagli della sua vita. In men che non si dica, sappiamo che era madre di tre figli, due con il primo marito e uno con il secondo, che era una poetessa e scrittrice, ma anche una cristiana devota.
Eppure mentre l’ex marito rilascia un’intervista in cui dice che Renée Nicole Good non era un attivista e che non l’ha mai vista prendere parte a una manifestazione, c’è chi, come il presidente Donald Trump e Kristi Noem (segretaria della sicurezza interna degli Stati Uniti d’America), l’accusa di aver commesso un atto di terrorismo interno e di aver usato l’auto come arma contro le forze dell’ICE. Dov’è la verità?
Sono un appassionato di True Crime, una di quelle fisse che ho preso vedendo “Blu notte - Misteri italiani” di Carlo Lucarelli insieme a mia madre, e quando ci troviamo davanti a un crimine c’è qualcosa dentro di noi che ci spinge a voler sapere di più: chi era la vittima? perchè si trovava lì? qual era il movente dell’assassino?
Queste domande nascondono però l’innata paura che ci possa accadere lo stesso e attraverso i dettagli che scopriamo si tenta di allontanare questi pensieri. Ma davvero questa ricerca spasmodica di dettagli della vita di Renée Nicole Good può restituire la complessità di un essere umano giustiziato dall’Immigration and Customs Enforcement (ICE)? In questa Lettera nella crisi climatica ti racconto tutto quello che sappiamo.
Cosa sappiamo sul caso Renée Nicole Good e sulla repressione dell’ICE
L’uccisione di Renée Nicole Good a Minneapolis nel giro di poche ore è stata assunta come simbolo di una comunità che rivendica solidarietà e rifiuta la repressione dell’ICE.
Stando alle testimonianze, Renée Nicole Good stava tornando a casa dopo aver accompagnato il figlio più piccolo di 6 anni a scuola e si è fermata nel mezzo di un raid “anti-migranti” a pochi isolati dall’abitazione in cui viveva insieme alla partner Becca Good. La coppia si era trasferita a Minneapolis da un anno con il bambino che Renée aveva avuto con Tim Macklin, secondo marito morto nel 2023, per trovare una vita più stabile e sicura. Nella nuova città hanno trovato un forte senso di comunità in cui ognuno e ognuna si prendeva cura di chi aveva accanto.
Per il senso di responsabilità collettiva Renée e Becca si sono fermate durante l’operazione dell’ICE, non erano nè attiviste di “professione” nè organizzatrici di proteste strutturate. Anche il primo marito di Renée Nicole Good ha smentito il fatto che lei fosse un’attivista, non l’ha mai vista partecipare a una manifestazione ed era una devota cristiana che aveva fatto la missionaria in Irlanda del Nord. Semplicemente Renée e Becca si sono fermate per sostenere i vicini di casa. In un comunicato pubblicato dopo la morte di Renée, Becca ha poi scritto:
“Noi avevamo dei fischietti. Loro avevano le armi”.
L’uccisione di Renée Nicole Good è stata raccontata principalmente attraverso due video registrati col cellulare.
Il primo è stato filmato da un passante e si vede l’agente dell’ICE Jonathan Ross che filma l’auto di Renée mentre Becca Good segue tutta la scena con in mano un telefono. La visuale poi si sposta verso gli altri agenti dell’ICE che cercano di accerchiare a piedi l’auto, lentamente però Renée inizia a fare retromarcia. Improvvisamente si sente il rumore degli spari e da dietro l’auto compare Jonathan Ross con la pistola in mano mentre Renée, ormai morta, si schianta contro le auto parcheggiate. Con questo video siamo venute e venuti a conoscenza di quanto era accaduto a Minneapolis.
Il 9 gennaio 2026, due giorni dopo, il sito conservatore Alpha News entra in possesso e pubblica il video del cellulare dell’agente dell’ICE Jonathan Ross. Poco dopo arriva la conferma del Dipartimento di sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Nel video abbiamo la prospettiva di Jonathan Ross che iniziata con le ultime parole di Renée Nicole Good, non sappiamo cosa si siano detti prima e l’agente dell’ICE va verso il retro del SUV per filmare la targa. Nel video compare Becca che chiede a Ross di mostrare il volto e lo incita ad andare via, poco dopo arrivano gli altri agenti dell’ICE che urlano a Renée di scendere dall’auto. Sia Becca sia gli agenti dell’ICE, cercano di entrare nell’auto ma trovano lo sportello chiuso. Improvvisamente la visuale del cellulare si sposta verso il cielo, si sentono gli spari e poi la camera torna sul SUV che si schianta. Nel mentre si sente una voce maschile non identificata che commenta la scena.
Se già con il primo video Donald Trump e Kristi Noem si erano esposti accusando Renée Nicole Good di essere una terrorista appartenente ai movimenti di estrema sinistra (che per l’amministrazione Trump sono sinonimi), con il secondo video hanno ribadito che questa fosse la prova della legittima difesa di Jonathan Ross, tanto che JD Vance ha ribadito la propria posizione sui social. Eppure è proprio il nuovo video che sta diventando virale e sta consolidando la posizione di chi chiede giustizia per Renée Nicole Good.
Nel frattempo stanno circolando nuovi video estratti da telecamere di sicurezza o ripresi da altri cellulari del vicinato. In questi video sembra che Renée Nicole Good stesse suonando il clacson per diversi minuti e qualcuno dice che stesse bloccando la strada. Molti utenti hanno iniziato a rallentare i video come se fosse il VAR durante una partita di calcio ma forse dovremmo domandarci: anche se fosse colpevole di qualcosa, è giusto che una donna venga uccisa a colpi di armi da fuoco in mezzo a una strada?
“On Learning to Dissect Fetal Pigs” la poesia di Good che ha vinto l’Academy of American Poets Prize nel 2020
“On Learning to Dissect Fetal Pigs” è la poesia più facile da reperire online di Renée Nicole Good ed è quella con cui nel 2020 ha vinto American Poets Prize nella sezione University & College Poetry Prizes come studentessa dell’Old Dominion University, quando ancora portava il cognome del marito Tim Macklin.
Quando scrivo le lettere cerco sempre un modo per parlare di storytelling nelle sue varie declinazioni, tra cui proprio la poesia. Sapere che Renée Nicole Macklin era una poetessa mi aveva fatto venire la voglia di raccontare questa storia a partire dai suoi versi. Purtroppo, però, non ho trovato molto altro di Renée disponibile: in rete circola soprattutto (e spesso soltanto) “On Learning to Dissect Fetal Pigs”, ripubblicata anche in questi giorni in seguito alla sua uccisione.
Se dovessi scoprire altri testi, condividimeli pure nei commenti. Intanto, preferisco riportare la poesia in originale, perché non voglio rovinare il lavoro con una traduzione frettolosa. E ora te ne parlo meglio.
On Learning to Dissect Fetal Pigs
by Renée Nicole Macklin
i want back my rocking chairs,
solipsist sunsets,
& coastal jungle sounds that are tercets from cicadas and pentameter from the hairy legs of cockroaches.
i’ve donated bibles to thrift stores
(mashed them in plastic trash bags with an acidic himalayan salt lamp—
the post-baptism bibles, the ones plucked from street corners from the meaty hands of zealots, the dumbed-down, easy-to-read, parasitic kind):
remember more the slick rubber smell of high gloss biology textbook pictures; they burned the hairs inside my nostrils,
& salt & ink that rubbed off on my palms.
under clippings of the moon at two forty five AM I study&repeat
ribosome
endoplasmic—
lactic acid
stamen
at the IHOP on the corner of powers and stetson hills—
i repeated & scribbled until it picked its way & stagnated somewhere i can’t point to anymore, maybe my gut—
maybe there in-between my pancreas & large intestine is the piddly brook of my soul.
it’s the ruler by which i reduce all things now; hard-edged & splintering from knowledge that used to sit, a cloth against fevered forehead.
can i let them both be? this fickle faith and this college science that heckles from the back of the classroom
now i can’t believe—
that the bible and qur’an and bhagavad gita are sliding long hairs behind my ear like mom used to & exhaling from their mouths “make room for wonder”—
all my understanding dribbles down the chin onto the chest & is summarized as:
life is merely
to ovum and sperm
and where those two meet
and how often and how well
and what dies there.
Prima di tutto: il titolo può essere tradotto come “Sull’imparare a dissezionare feti di maiale”. “On Learning to Dissect Fetal Pigs” non è un testo che inneggia allo “squartamento di feti”, come qualcuno ha provato a far credere sui social per dipingerla come una “psicopatica” per screditarla e legittimare il suo femminicidio.
Il punto centrale di questa poesia è la tensione tra brutalità e meraviglia, come ha recentemente ricordato sulle pagine del New York Times Rajiv Mohabir, professore di poesia alla University of Colorado at Boulder che le assegnò il premio.
A livello formale “On Learning to Dissect Fetal Pigs” si rifà al genere della letteratura giapponese Zuihitsu (letteralmente “seguire il pennello”) che segue “il pensiero” più che una trama generale per intrecciare la visione personale di chi scrive con un vago collegamento con ciò che è presente nell’ambiente circostante. In questo movimento tra appunti, immagini e memorie improvvise Renée Nicole Good va oltre il significato della sua mera esperienza per cogliere questioni esistenziali “saltando qua e là”.
In questo modo “On Learning to Dissect Fetal Pigs” diventa una riflessione sull’oggi, un epoca in cui tutto quello che prima creava “stupore” ora viene “biologizzato” e reso misurabile. L’atto del dissezionare funziona come una metafora perchè ricorda l’attività di ridurre la materia vivente in parti con lo scopo di “capire” qualcosa. Un paradigma mentale dell’umanità contemporanea: scomporre, nominare e categorizzare per conoscere.
Con l’atto della dissezione “On Learning to Dissect Fetal Pigs” ci ricorda quanto stiamo perdendo il contatto con lo spirito e di quanto siamo capaci solo di affermare con certezza la nostra esistenza guardandoci indietro grazie alla memoria e alle emozioni che ci suscita. In questa tensione entra anche il conflitto con la fede dove Renée vede contrapposta la religione, che categorizza con dogmi e rituali condivisi, e la religiosità, che invece interessa l’esperienza soggettiva con il sacro e la spiritualità. Se la scienza categorizza la materia, allo stesso modo la religione categorizza lo spirito. Così tutto ciò che viene stabilito finisce nei libri, siano essi i testi sacri o i manuali, mentre in realtà viviamo come gli scarabocchi che fluiscono imprevedibilmente sui fogli come le emozioni e i nostri corpi.
La domanda con cui si interroga Renée Nicole Good in “On Learning to Dissect Fetal Pigs” è su come far convivere fede e scienza mentre questi “disturbano dal fondo della classe”. Come possiamo tenere insieme “meraviglia” e “rigore” senza che una distrugga l’altra? La risposta purtroppo è negativa perchè la nostra mente si ferma sui dettagli dimenticando quanto ci sia oltre alla nostra esperienza, così l’umanità finisce per biologizzare anche quello che prima era la “meraviglia” per eccellenza: il concepimento come atto di creazione della vita si riduce alle infinite combinazioni di incontro tra ovulo e sperma.
Cosa ci dice il caso Renée Nicole Good sugli Stati Uniti (e sulla società nella crisi climatica)
Ecco, non vorrei fermarmi sui dettagli del femminicidio ma come tento di fare in ogni lettera che ti scrivo vorrei andare oltre la sequenza degli eventi. Quello che è accaduto negli istanti dopo la morte di Renée Nicole Good mi ha portato alla mente molte similitudini con quello che vediamo troppe volte nei casi di femminicidio e di violenza maschile contro le donne.
É un’innata e malsana abitudine delle società nella crisi climatica: la vittima viene colpevolizzata dalle istituzioni e dalla società grazie a un’insistente ricerca di dettagli e giudizi sulla sua condotta. Questa “polizia morale” prima giudica cosa ha fatto la vittima, chi era, cosa ha scritto sui social e quanto effettivamente era un “membro utile” della comunità, poi forse si può parlare della sua morte e di come evitare che ciò riaccada.
Penso che il caso Renée Nicole Good presenti delle analogie. Le prime notizie che abbiamo sul caso sono infatti su chi è Renée Nicole Good, quanti figli ha, cosa fa e sullo scoprire se fosse effettivamente una persona con delle intenzioni così brutte per meritarsi di essere giustiziata. Poi piano piano scopriamo che era una donna bianca, una madre amorevole e una persona con cui molti potevano rivedersi. Ed è li che qualcosa si rompe e in un certo senso a qualcuno fa più paura della morte di un nero.
Nel frattempo però non sappiamo molto di qualcun altro di molto importante in questa storia e di cosa ci facesse li: Jonathan Ross, l’agente dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE). Jonathan Ross è un uomo di 43 anni che fu dispiegato in Iraq tra il 2004 e il 2005, dove ricevette numerose medaglie come mitragliere in una squadra di pattuglia logistica da combattimento.
Tra il 2007 e il 2015 Ross ha lavorato nella polizia di frontiera (US Border Patrol) a El Paso come agente di intelligence sul campo raccogliendo e analizzando informazioni sui cartelli della droga e sui trafficanti di esseri umani. Nel 2015 è entrato poi a far parte dell’ICE come agente addetto alle deportazioni con il cui compito di identificare e arrestare “obiettivi di valore più elevato”.
Durante una delle operazioni dell’ICE Jonathan Ross, nel giugno 2025, si era aggrappato al finestrino di un’auto per aprirle la portiera e arrestare un messicano venendo trascinato per cento metri prima di essere sbalzato riportando delle ferite. Su questo piccolo dettaglio JD Vance, vicepresidente degli Stati Uniti, ha costruito la difesa di quanto accaduto nel caso Renée Nicole Good dicendo “si potrebbe pensare che sia un po’ suscettibile al fatto che qualcuno lo abbia investito con un’auto”.
Ora non posso sapere come siano andate le cose ma non sarebbe meglio domandarsi come sta operando l’ICE e sullo stato di salute mentale di certe persone?
Analizzando il video la CNN però si è posta qualche domanda sull’operato di Jonathan Ross e sulla dinamica generale di quanto accaduto. Ad esempio il Dipartimento per la Sicurezza Interna sostiene che Good stesse “bloccando” la strada, eppure nel video si vedono diverse auto che riescono a passare intorno al veicolo di Good prima della sparatoria.
Inoltre alcuni esperti notano come il fatto che Ross stesse registrando col cellulare avrebbe potuto limitare la sua capacità di reagire correttamente. Senza contare che se si tratta di una situazione di pericolo non ti occupi le mani col cellulare. Infine ci si domanda anche perchè Ross si sia posizionato molto vicino alla parte frontale del veicolo.
Questo ci porta a parlare di un altro aspetto caratteristico della società nella crisi climatica, quella che Jonah Sachs chiama “Story Wars”. Non appena è iniziata a circolare la notizia del femminicidio di Renée Nicole Good, Trump e tutti i membri della sua amministrazione hanno iniziata ad accusarla di essere una terrorista, un’antifascista e come una che ha tentato di uccidere Ross.
A seguire questa narrazione si sono poi uniti tutti i sostenitori di Trump che hanno iniziato a ripetere questa versione arrivando a sostenere che questi incidenti “evitabili” sono colpa dell’estrema sinistra. Detto in altre parole “se se ne stessero zitti e buoni, non verrebbero uccisi”.
Negli ultimi giorni il Washington Post post ha pubblicato un header con la scritta “la Democrazia muore nell’oscurità” (Democracy Dies in Darkness) e personalmente simboleggia perfettamente i tempi che stiamo vivendo. Brian O. Hemphill, preside della Old Dominion University di Norfolk (dove era stata premiata Renée Nicole Good), ha commentato il femminicidio della propria studentessa dicendo che è un’esempio di come “la paura e la violenza siano diventati comuni negli Stati Uniti”. Mi sentirei di aggiungere: non solo negli Stati Uniti.
Nella società nella crisi climatica si è risvegliato un virus dormiente, quello della violenza legittimata e della sua banalità fatta di forze dell’ordine che si riducono a compiere il proprio dovere in modo sostanzialmente “stupido”.
L’Immigration and Customs Enforcement (ICE) è stata creata nel 2003 durante l’amministrazione di George W. Bush come risposta agli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, più o meno quando si affermò la narrazione per cui le persone irregolari sono necessariamente implicate in reati gravi e quindi da considerare pericolose per la sicurezza nazionale. L’ICE ad oggi è il braccio operativo di Donald Trump e da quando è tornato alla Casa Bianca la repressione è diventata più aggressiva. Da mesi l’azione dell’ICE è diventata più capillare e sta creando disagi nelle varie città.
Per questo persone come Renée Nicole Good si sono unite ai volontari delle pattuglie di quartiere che vigilano sulle operazioni dell’ICE a Minneapolis con dei semplici fischietti per segnalare la presenza degli agenti in modo da far fuggire chi è in pericolo e per chiamare i cittadini statunitensi a recarsi sul posto per registrare gli arresti, fornire informazioni legali ai detenuti e scoraggiare gli agenti dal trattenersi. Un auto-organizzazione per difendere i propri quartieri stanchi della violazione dei diritti umani e dalla brutalità degli agenti dell’ICE.
Dopo l’uccisione di Renée Nicole Good è arrivata la reazione del governo dello stato del Minnesota e delle città di Minneapolis e Saint Paul che hanno chiesto al giudice un’ordinanza che obbliga il Governo federale a ritirare gli agenti dell’ICE in quanto le loro attività sono contrarie al decimo emendamento che tutela l’autonomia degli Stati federati dato il caos provocato negli ultimi mesi.
Alle richieste istituzionali si sono aggregate le numerose proteste che dal 7 gennaio vengono organizzate e che hanno portato all’arresto di almeno 30 persone durante le manifestazioni che si sono tenute tra il 10 e l’11 gennaio. Le proteste non accennano a fermarsi, in tutta risposta Trump minaccia di schierare l’esercito. Anche questo è un simbolo di una società che nella crisi climatica vede un distacco sempre più grande tra società civile e governo.
Un ultimo aneddoto su questa storia. Il luogo dove è morta Renée Nicole Good si trova circa a un miglio da dove George Floyd nel 2020 è stato assassinato da un agente di polizia. Quell’episodio riaccese i riflettori sul racial profiling da parte delle forze dell’ordine e portò a numerose proteste negli Stati Uniti organizzate dal movimento Black Lives Matter. All’epoca nacque una frase a sfottò che recitava “All Lives Matter” ma ora che ad essere uccisa e una donna bianca dove sono finiti?
Ad oggi il Minnesota sta tentando di portare Jonathan Ross a processo e, anche se una condanna sembrerebbe difficile, si spera nel precedente del 2021 quando Derek Chauvin, proprio l’agente che aveva ucciso Floyd, è stato condannato a più di 22 anni di carcere per l’omicidio.
In ogni caso Renée Nicole Good è il nuovo simbolo della sfida al potere patriarcale di Trump con quella espressione ferma e dolce che, davanti al suo assassino e con le sue ultime parole, dice “I’m not mad at you”. Non sono arrabbiata con te. Di tutta risposta l’agente spara per uccidere e, infine, dal branco si sente una voce esultare: “fucking b***h”.
Queste Lettere sono uno spazio per esplorare insieme la crisi climatica e andare oltre all’incomunicabilità con cui viviamo queste sfide. Quindi certamente ti leggo e ho cura di ogni tua interazione: scrivimi, commenta, condividi o lascia un cuoricino (mi aiuta a capire se ti piace quello che scrivo).
Nei commenti puoi farmi sapere se hai bisogno di qualche approfondimento su qualcosa di cui ho parlato in questa lettera o se hai bisogno di qualche chiarimento. Sono felice di risponderti! Se invece cerchi approfondimenti sul caso Renée Nicole Good ecco qualche articolo:




