“Al mio paese” ma quale è il nostro Paese?
Partiamo dal significato e lo storytelling del singolo di Serena Brancale con Levante e Delia per riflettere sulle “periferie” del racconto
Nelle parole di “Al mio paese” di Serena Brancale, Levante e Delia la tensione latente è tra il meridione come categoria politica e il meridione come oggetto di desiderio. Il passo che vorrei fare in questa lettera è quello di posare il frame della conversazione sulla tensione delle narrazioni tra “centri” e “periferie”.
Per questo ti chiedo di metterti comoda e rallentare un attimino per prenderti qualche minuti per leggere e riflettere insieme sul significato dei luoghi oltre le cartoline. Così possiamo costruire qualcosa di condiviso.
Con questa lettera torniamo a parlare di Storytelling e di Pop filosofia come strumenti di indagine dei nostri tempi, poi nella mia testa stanno bollendo alcune idee sull’attualità. Anche qui andiamo “più lentamente” perchè mi ricavo del tempo per raccogliere qualche informazione in più e darti un quadro completo su cui ragionare. Almeno oggi abbiamo tempo di esplorare centri e periferie dello storytelling.
La canzone “Al mio Paese” di Serena Brancale con Levante e Delia
Il 3 aprile è uscita la traccia “Al mio Paese” nata dalla collaborazione tra Serena Brancale, Levante e Delia. Tre artiste provenienti dal Meridione in un filo rosso che collega Bari, Caltagirone e Catania. Tre artiste che delle proprie radici hanno fatto un tratto distintivo della propria musica.
Questa volta la canzone ci parla della malinconia del dover lasciare il luogo in cui si è nate e cresciute, il fatto di essere sdoppiate tra due luoghi in attesa del ritorno a casa. Un ritorno che in “Al mio Paese” è quello di chi è emigrato a Milano per cercare fortuna, che a tratti mi sembra una versione distopica dell’Italian Dream, e che non vede l’ora di tornare dato che è costretto a sottostare ai ritmi, alla lingua e alle regole sociale del Nord. Una mitologia italiana su cui forse un giorno rifletteremo, non perchè il “Nord faccia schifo” ma perchè le parti belle sono quelle fuori dallo storytelling mainstream.
Quello che cantano Serena Brancale, Levante e Delia è un esperienza personale che vivono in tantissimi in una città come Milano e al trauma dell’emigrazione fa eco il movimento del ritorno. Un atto che può essere visto come liberatorio per certi versi e magico per molti altri.
La personificazione del Meridione in “Al mio Paese” però sono “Le Madonne nelle chiese”, “Le signore sulle sedie” e una Rosalia che aspetta qualcuno al balcone, mentre gli spazi tornano vivi nel momento in cui si torna fisicamente a casa. L’immagine è quella di una comunità che si ricostituisce con l’atto del ritorno e che si riaccende grazie ad esso.
Il tema del “doppio” in chi parte è espresso in qualche verso ben specifico: “mi sento una gitana per la strada, le notti in metropolitana” e “Gente ca mangia, ca beve e ca chiancia, quando risente il suo l’accento”. Una contrapposizione tra le tenebre della metropoli con la vitalità del riappropriarsi della propria lingua e dei propri sapori “con le luci sempre accese”. In “Al mio Paese” il dialetto non è decorativo, rappresenta l’identità stessa che la canzone celebra e la riappropriazione delle persone di una parte di Sé.
La canzone anche se racconta in modo figurato, sottotraccia descrive molto un certo tipo di realtà. Ti faccio una domanda un pò provocatoria: perchè dovremmo riappropriarci del nostro dialetto solamente quando torniamo a casa?
Le critiche alla canzone “Al mio Paese”
La canzone ha fatto tanto rumore, portando Serena Brancale a rispondere alle critiche dicendo che “Al mio Paese” vuole parlare a tutti i fuorisede, a coloro che hanno dovuto lasciare casa e provano la malinconia di fondo nel voler tornare al proprio Paese. Per questo ha deciso di celebrare i “luoghi comuni”, quelle immagini che in un modo o nell’altro ti accendono qualcosa dentro e ti fanno scaldare il cuore. Delia ha invece aggiunto di essere d’accordo sul fatto che “il Sud non sia soltanto nostalgie, mancanze e luoghi comuni”, sopratutto dopo quello che è accaduto tra il Ciclone Harry e il disastro di Niscemi. Il bisogno di Delia con questa canzone allo stesso tempo era quello di occuparsi di temi come l’amore, la nostalgia e la leggerezza che occorrono in tempi truci come quelli che viviamo.
Non sono qui per ricostruire tutte le critiche ma la pubblicazione di “Al mio Paese” ha innescato un dibattito che non si è mai visto su una canzone pop, almeno per quello che mi ricordo. Come ogni cosa che accade sui social, ciò ha creato una forte polarizzazione tra detrattori e appassionati.
Personalmente sono d’accordo con chi ha voluto instaurare il dibattito ponendo come premessa che non si tratta di criticare la canzone, ma di capire quali sono le “logiche” che ci sono dietro, ossia capire di “cosa è sintomo”.
Di base però accordiamoci sul fatto che non dobbiamo pretendere che la Brancale deve per forza fare rivendicazioni politiche, cosi come sarebbe assurdo chiedere al Truceklan di fare testi femministi o attenti al linguaggio inclusivo. Questo semplicemente perchè magari non è il loro e perché, se riflettiamo sul significato delle opere pop che consumiamo, possiamo anche decidere su cosa vorremmo vedere in queste opere e magari proporre noi qualcosa che ci rappresenta.
L’articolo che ho trovato più interessante sulla querelle “Al mio Paese”, e che ti consiglio di recuperare, è quello di Claudia Fauzia in cui tra le altre cose si sofferma su una questione per me piccola e allo stesso enorme: cosa intendiamo con la parola Paese?
La costruzione di “cosa è Paese” nel testo della canzone avviene da un singolo punto di vista preciso e che viene assunto come centrale, quello di chi è partito. Chi vive ormai da anni fuori dal proprio luogo di origine tende a vedere questi luoghi come il posto del “non-lavoro” dove staccare da quel ritmo asfissiante di città in cui non sei cresciuto e che spesso fai fatica a capire. Il significato del luogo che si vuole raccontare magari viene costruito a partire da una persona che “non sa” o “non vede” le altre sfumature di quegli stessi luoghi in cui è cresciuto ma in cui non è più presente.
Non so se ti è mai capitato, ma è come quando i tuoi parenti ti nascondono qualsiasi cosa accada a casa tua in un clima di generale omertà, salvo poi scoprire quando varchi la soglia della tua vecchia casa d’infanzia che magari qualcuno è finito in ospedale. Un vedo e non vedo che spesso alimenta una serie di bias e idealizzazioni da parte di chi se ne va. Non per colpa di qualcuno ma semplicemente perchè chi se ne va viene escluso involontariamente ed anche per questo ha una forte nostalgia di casa. Sai però quanto la nostalgia sia un asset del marketing nella società durante la crisi climatica.
Nello storytelling di ‘Al mio Paese’, il Meridione non lavora, non cambia, non rivendica. Semplicemente aspetta chi deve tornare. Eppure stiamo parlando del nostro Meridione, un territorio con problemi strutturali reali e spesso colpito dalle decisioni dei centri politici o di potere.
Con la parola “paese” poi possiamo indicare molte cose diverse tra loro, dal concetto più generale di “casa” per passare allo spazio “nazionale” fino ai piccoli comuni delle aree interne. Qui il Paese è fatto di Paesi, paesi raccontati per la loro parte più folkloristica senza restituire la complessità interna di un territorio enorme e disomogeneo come il Meridione. Ridotto ad una cartolina per il turismo mentre sul resto si accetta un destino ineluttabile. Mi raccomando, non ti sentire male in vacanza…
Come dicevo il problema non sta nella canzone o nel trio di cantanti, “Al mio Paese” è il sintomo di qualcosa che vediamo tutti i giorni della nostra vita: un centro che assoggetta le periferie al proprio sguardo e alle proprie narrazioni tralasciandone i bisogni o le necessità di infrastrutture e servizi. Il tutto in un contesto in cui l’attuale modello economico cerca costatemente di tradurre aspetti “immateriali” ed “emotivi” in occasioni di profitto. Per questo dobbiamo ricordare che “Al mio Paese” parla della nostaglia dei fuori sede e che ciò è oro per le case discografiche o gli algoritmi dei social. D’altronde “Netflix Docet”.
Allo stesso tempo “Al mio Paese” è il sintomo anche di quello di cui parlavamo nelle scorse lettere quando riflettavamo sulla crisi dell’attivismo con lo storytelling. Il fattaccio sta tutto in chi ha gli strumenti per poter imporre la propria narrazione, di chi ne rappresenta il centro e chi invece viene destinato in una posizione periferica e subalterna.
Spesso chi è partito per avere una condizione migliore rispetto a quella che lasciava, è chi ha il capitale culturale ed economico per produrre contenuti e rendere mainstream questo tipo di storytelling. Chi rimane, invece, viene invisibilizzato. C’è un meccanismo di rinforzo: certe aree sono state decise siano solo votate al turismo.
Quindi dobbiamo domandarci chi ha interesse che il Meridione venga narrato cosi? A chi non conviene che un determinato luogo storicamente periferico rispetto al Nord diventi un luogo di riposo da cui trarre risorse o che non trarrebbe profitto da racconti di conflitto, carenze infrastutturali, difficoltà nell’accesso ai servizi ed emigrazione forzata? Chi ci guadagna se i media nazionali tacciono sugli impatti del Ciclone Harry e difficilmente pubblicano aggiornamenti sullo stato di risposta a quanto è accaduto?
Non è una risposta semplice. Ma spesso la risposta è: perché non fa Business. Non a uno qualcuno, ma a molti e con molte sfumature. Un corto circuito che ci dimostra quanto la realtà è sempre più frantumata e che quello che vediamo è invece il risultato di un immaginario costruito nel tempo e funzionale a qualcuno che viene messo realmente al centro del racconto.
Centri e periferie nella società nella crisi climatica
Per le lettere nella crisi climatica vorrei però cambiare la prospettiva dalla tensione tra nord e sud per passare a quella più trasversale tra centri e periferie. Non perchè una categoria sia migliore dell’altra ma perchè il rischio della scena musicale è che la musica smetta di narrare per diventare un prodotto pronto per i trend di TikTok. Non penso di essere l’unica persona ad essersi immaginata le numerose storie o Reels con “Al mio paese” per celebrare il ritorno a casa.
Anzi le tensioni di cui ti parlo si sovrappongono. Ora non vorrei mettere in dubbio il comune senso della geografia, però a pensarci bene i punti cardinali sono relativi alla posizione in cui ci troviamo. Avremo sempre un nord e un sud che tracciamo fisicamente rispetto a un centro, cosi come avremo delle periferie rispetto al centro. Poi su queste presunzioni fisiche abbiamo spesso costruito la nostra cultura, il nostro immaginario e il modo in cui funziona la nostra società.
Ho fatto questo mini spiegone perché da romano che si è sposato spesso lontano da casa mi sono più volte ritrovato come centro e periferia del discorso a seconda della conversazione e della persona con cui conversavo. Roma ha poi per me questa caratteristica di essere al centro geografico, storico e politico della penisola, eppure c’è sempre stato qualcosa che non mi tornava in questa narrazione. Ed è qui si mi sono chiesto che cosa è in realtà il mio Paese.
Ormai sono più di quattro anni che mi sono trasferito a Milano e col tempo sono stato costretto subdolamente cercare di cambiare le parole, a cercare di mascherare il più possibile il mio accento e a rendere sempre meno figurato il mio modo di espressione.
Il cornetto diventa briosce, la pizza bianca che sogno di notte mi diventa una focaccia e le frasi durante un aperitivo devono essere scelte con un ingegneria tale da non poter lasciare quello che intendo all’interpretazione del contesto, come accadeva con quelle birre sui gradini di Piazza Sempione o sulle panchine di San Lorenzo.
Nel mentre nessuno mi ha mai creduto quando affermavo che esiste almeno una qualche forma di dialetto romano o che tra le cose che fanno più nostalgia a un romano sono una chiacchiera o un sorriso occasionale per strada. Ogni tanto mi chiedo se tutto ciò non sia colpa del processo di fascistizzazione e italianizzazione coatta portata avanti da Duce. Tutto ciò mi sembra ironico a distanza di un secolo. Comunque Dio solo sa quanto è bello per me scendere dal treno a Termini e poter lasciar andare la lingua, ed è lo stesso motivo per cui ho sempre sofferto gli ambienti e i contesti più formali dato che anche a Roma può capitare di essere guardati male se parli romano. Quindi non è una questione meramente geografica, è una questione di potere: chi decide che linguaggio vale.
Fino ad oggi mi sono sentito piu volte “centro” e “periferia”. Le strade in cui ho camminato a Roma sono periferiche rispetto al centro di potere ed economico della capitale. Non è possibile scrivere in poche righe la complessità di quel macro mondo che è Montesacro e delle divisioni interne che ci fanno sentire a seconda dei casi di Nuovo Salario, del Tufello, di Talenti o di Piazza Sempione. È più facile capire però come in molte e molti riescano ad unirsi attorno a tutto quello che è passato in quelle strade, nelle serate al Brancalone e da quello che può essere raccontato da uno come Noyz Narcos o Rancore.
Perché il senso e la cultura attorno alle canzoni lo costruiamo nel modo in cui le cantiamo, dove le ascoltiamo e che uso ne facciamo. È ben diverso cantare insieme seduti su un gradino di un marciapiede dal postare una storia, cosi come mi è piu facile immaginare degli adolescenti cantare “In The Panchine - Deadly Combination” rispetto “Al mio Paese”. La prima è nata solo per raccontare qualcosa, la seconda segue anche delle logiche di mercato musicale.
Questi pensieri intrusivi mi circolano in testa perchè poche sere fa sono stato all’Italian Horror Story di Noyz a Milano e per me è stata come una messa pagana in cui la liturgia seguiva il racconto della “Roma incivile” per alcuni e della “Cronaca quotidiana” per molti altri. In questo caso il racconto mette al centro certe storie periferiche mettendo la periferia al centro. Si ribalta la narrazione in un modo tale che “lo zoo di Roma” è popolato da ogni tipo di autorità che ha contribuito a rendere strutturale questa condizione nelle periferie.
Poi magari, dati i temi di cui parliamo in queste lettere e in cui credo molto, non ti consiglierei mai una di queste canzoni. Eppure fa parte della mia identità, è quella parte un pò hardcore che qualche volta vorrebbe alzare un bel dito medio alle autorità e a chi non guarda dove dovrebbe. Non prendermi troppo sul serio eh, sono pur sempre quello che sono.
Il gioco che ti sto proponendo non è quello di “essere d’accordo o meno con i frammenti cantati da chi canta” ma di prendere una posizione rispetto alle realtà che vengono raccontate e chi le rende tali. Questo perchè molte delle condizioni che possiamo analizzare, anche solo per gioco, nel testo di una canzone derivano da dinamiche strutturali da cui qualcuno può trarre un privilegio rispetto ad altri. Occorre sempre un pizzico di “studio universale” per cogliere tutti questi punti di vista.
Il mio “Paese” è probabilmente molto diverso da quello raccontato da Serena Brancale, Delia e Levante, cosi come lo sarebbe rispetto a quello di uno dei Parioli (che dista solo qualche chilometro rispetto a dove ho le origini). Il punto è che esistono centri ed esistono periferie rispetto a quel centro che ha il privilegio e il potere di raccontare. Ed avere il potere di raccontare nella società della crisi climatica vuol dire avere la capacità di trarre profitto dalla narrazione. Ed è qui che penso sia la sfida per chi racconta e chi ascolta: essere al tempo stesso centro e periferia.
Ma dimmi, qual è il tuo Paese?
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