L'attivismo vive una crisi dello Storytelling?
Qualcuno dice che l’attivismo non è più efficace da decenni, proviamo a fare una riflessione insieme
Recentemente mi sono imbattuto in diverse considerazioni che affermavano che “l’attivismo vive una crisi dello Storytelling”, così ho deciso di parlarne con te sulle Lettere nella Crisi climatica.
Storytelling è una parola molto abusata negli ultimi anni ma è anche una concetto a cui ho imparato a tenere molto. Diciamo che possiamo vederla come l’arte di creare legami profondi tra chi racconta e chi ascolta, di generare un qualcosa in chi riceve la storia. Ogni volta che mi metto al PC per scriverti una lettera cerco di costruire una relazione. Per l’attivismo, o meglio per gli attivismi, lo storytelling è quindi importante per la relazione che si viene a creare: una storia che risuona nelle persone può informare, coinvolgere, cambiare le percezioni su un qualcosa o spingere all’azione.
Eppure negli ultimi anni abbiamo visto prima un momento d’oro dell’attivismo e poi una repressione sempre più intensa. Un caso pratico è Greta Thunberg che prima ha goduto dell’accettazione dei Governi, poi è stata vista come un demonio sceso in terra.
Il riflesso di tutto ciò è che quando parliamo di cambiamenti climatici spesso non riusciamo a unire le persone attorno a questa causa. Però molti dati sulla crisi climatica li abbiamo, sono stati condotti numerosi studi di attribuzione e, se non bastasse, gli eventi estremi scuotono i nostri territori in modo sempre più violento.
Forse le domande sono anche queste: perchè i temi portati dagli attivismi non vengono ritenuti “politicamente vincenti? le persone sanno dell’esistenza di certi dati a supporto delle rivendicazioni che portiamo avanti? sono nelle condizioni di poterli interpretare o dedicarci un pò di attenzione? ma sopratutto, siamo noi in grado di raccontarli?
Lettere nella crisi climatica è un esperimento che nasce sulla base di questa consapevolezza, di voler fare pratica nel racconto, di studiare diversi modi di fare storytelling attraverso i media e, in particolare, di imparare con lo scambio di idee all’interno di una community. Ed è per questo che oggi ci siamo fermati in questa tappa del nostro cammino per esplorare il rapporto tra storytelling e attivismi.
Spesso non è un problema di mancanza di “dati”
Quando parliamo di rinvendicazioni, di criticità della società nella crisi climatica o di disuguaglianze sociali, in tanti casi ci scontriamo col fatto che mancano i dati per conoscere un certo fenomeno perchè il rischio è che senza dati queto tema diventi invisibile. Qualcuno direbbe “No Data, No Party!” con un sorriso sornione alla George Clooney. Per questo numerose realtà della società civile si rimboccano le maniche e fanno un enorme lavoro di ricerca.
La verità è che nella maggior parte dei casi il problema non è rappresentato da missing data o dal fatto che non sappiamo nulla di un fenomeno.
Ad esempio pensa che da settembre 2025 ad aprile 2026, circa otto mesi, abbiamo visto sui nostri schermi ben tre grandi eventi estremi: le alluvioni che hanno colpito Lombardia e Ticino, il Ciclone Harry che ha devastato il sud italia e da ultimo la tempesta Erminio. Purtroppo non si tratta di una fatalità imprevedibile e ciò è anche legato a una scarsa cultura del rischio in Italia. Ti faccio una domanda: sei consapevole dei rischi presenti nel tuo Comune o nella tua Regione?
No? Eppure esistono dati, studi e piani di emergenza di cui spesso ignoriamo l’esistenza (o che non vengono comunicati adeguatamente).
L’ISPRA, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, da questo punto di vista è una miniera d’oro:
ha una sezione OpenData aggiornata e divisa in 13 sezioni che contegono numerosi dataset;
ha elaborato il portale IdroGEO dove attraverso delle mappe interattive puoi scoprire i dati su rischio alluvione e frane (puoi inserire anche la via in cui abiti o lavori!!!);
ha pubblicato la Piattaforma ClimaAdapt che dovrebbe contenere tutte le informazioni relative sull’adattamento ai cambiamenti climatici in Italia e il relativo piano nazionale.
Se ciò non dovesse bastare l’Istat ha elaborato una mappa dei rischi dei comuni Italiani dove per ogni comune è possibile scaricare un report in PDF con le informazioni sulla situazione della propria città. Altrimenti c’è anche una sezione interattiva dove puoi esplorare una mappa dei rischi selezionando diversi layer a seconda dell’informazione che cerchi.
Cambiamo esempio e parliamo di un argomento che ultimamente preoccupa anche chi è fuori da community come questa: la crisi energetica. La guerra intrapresa da Trump e Netanyahu ha avuto come unica vittoria per l’umanità quella di far conoscere a tutte e tutti lo stretto di Hormuz, cosa che uno scienziato politico come me può vantarsi di sapere da molto più tempo (vedi che le lauree servono ancora a qualcosa in Italia!).
Una delle rivendicazioni più associate a quelli che qualcuno (cof, cof, Vannacci) definisce come ambientalisti ideologici è quella sulle fonti rinnovabili. Secondo i detrattori della transizione verde questo cambiamento “drastico” sarebbe da evitare e l’approvvigionamento energetico deve essere costituito da un mix di tutte le fonti disponibili, ovviamente con il petrolio in prima posizione e qualche rancore sul nucleare. Il tutto condito dal “se non facciamo cosi torniamo ai primi del ‘900 e a pagare il prezzo saranno i meno abbienti”.
Ovviamente siamo davanti a una semplificazione a cui rispondo con “ormai la crisi petrolifera è solo un’altro martedì”.
Non è sbagliato dire che “serve un mix energetico” ma è sbagliato dimenticare che non è solamente importante la diversificazione dell’approvvigionamento energetico. Se seguiamo questo pensiero strategico e geopolitico dovremmo prima metterci d’accordo su quali fonti energetiche utilizzare, con quale priorità ogni fonte contribuirà a questo pacchetto e di conseguenza con quale quantità ogni fonte contribuirà alla produzione complessiva. Legata a questa scelta vi è quella di valutare dove fisicamente parte la filiera di questa fonte energetica per mappare i fattori di rischio: è ben diverso produrre energia nel proprio paese dall’importare energia da scenari di crisi (o che passano attraverso questi).
Pensa che solo negli ultimi trent’anni, l’arco di vita di un Late Millennials, possiamo contare queste crisi energetiche:
quella dei primi anni 2000 che raggiunse l’apice nel 2008 con il massimo storico del prezzo del petroio di 147,30 dollari al barile a causa della seconda guerra del Golfo, delle speculazioni finanziarie e del boom di domanda energetica cinese e indiana;
quella legata alla pandemia di Covid-19 quando il prezzo del petrolio dapprima è precipitato a causa dei lockdown e poi si è impennata per il tentativo di accelerare la ripresa economica;
quella causata dall’invasione dell’Ucraina da parte della Russia che, essendo il fornitore del 45% del gas europeo, aumentò improvvisamente il prezzo dell’energia;
quella che stiamo vivendo in questi giorni del 2026 con l’attacco all’Iran e che sta avendo conseguenze ben peggiori delle altre.
Ognuno di questi casi è legato a un combustibile fossile, tre direttamente al petrolio e uno al gas. Per capire come queste fonti energetiche siano un sinonimo di instabilità possiamo pensare al fatto che ci troviamo in uno scenario molto simile a quello delle precedenti crisi petrolifere innescate dalla Guerra del Kippur del 1973/74, quando vennero inaugurate le prime domeniche dell’austerity (ribattezzate poi ecologiche), e dalla rivoluzione iraniana del 1979/80.
Anche in quel caso potevamo prepararci: la stessa Shell, che sui combustibili fossili ci ha costruito un impero, prima di queste crisi elaborò lo scenario planning (uno strumento di Futures Studies) per sviluppare alternative per sopravvivere a questi shock. Pensa, la Shell ci guadagnò anche dei vantaggi economici nel mercato petrolifero.
L’unica differenza è che ora ci troviamo davanti a una crisi energetica ogni 3 anni, per un mondo sempre più in guerra e sempre più affamato di energia. E i dati, le esperienze e le ricerche anche in questo caso le abbiamo.
Spesso però è un problema di “Story Wars”
Quindi se il problema spesso non sono i dati, allora il problema è nello storytelling e nella guerra che due o più storytelling possono intraprendere per affermarsi nell’opinione pubblica.
Jonah Sachs nel libro “Winning the Story Wars” utilizza questo termine per indicare la lotta tra schieramenti politici, imprese e attivisti per il dominio della narrazione degli eventi. In questo alternarsi di narrazioni e contronarrazioni, chi riesce a imporre il proprio racconto e a far vivere la propria storia è destinato a governare il futuro. Questo anche perchè ci dimentichiamo che la “politica” dovrebbe essere il Governo per il futuro e non il Governo per il presente.
Gli esempi di queste “Story Wars” sono il modo in cui l’opinione pubblica e i media reagiscono ai diversi tipi di mobilitazione, come i diversi gruppi di interesse si schierano e influenzano il dibattito pubblico ma anche come determinati temi vengono condannati o ridicolizzati.
Jonah Sachs scrisse quel libro nel 2012, oggi però sembra che la società nella crisi climatica si trovi in una situazione peggiore rispetto a 14 anni fa. Penso che oggi le “Story Wars” hanno assunto una specifica cifra di “Content Wars” dove lo storytelling viene alimentato e riprodotto (anche in modo frammentato) attraverso i contenuti che ognuno e ognuna di noi pubblica.
In tutto ciò le intelligenze Artificiali stanno ereditando questo scenario. Come successo con i social media che hanno aumentato la diffusione degli storytelling, le Intelligenze Artificiali accelerando la creazione di contenuti e ridifinendo silenziosamente chi può creare, chi può distribuire, chi può essere ascoltare e quindi chi può raccontare. Anche questo parla della società che stiamo scegliendo di costruire perchè le tecnologie (non solo le IA) stanno ottimizzando una situazione scelta da degli esseri umani, la differenza sta nel “chi” può scegliere. Questo è uno degli esempi di ciò che intendo quando dobbiamo concentrarci sul fattore umano oltre le Intelligenze Artificiali (ma in generale di tutte le tecnologie).
Ad aprile una giuria californiana, ad esempio, ha ritenuto che Meta e Google sono responsabili di aver ccontribuito al peggioramento della salute mentale di una donna che da bambina utilizzava le loro piattaforme in modo compulsivo. La giuria ha riconosciuto che esiste una sorta di “algoritmo della dipendenza” progettato dalle diverse piattaforme appositamente per catturare la nostra attenzione sempre più frammentata e con una soglia sempre più bassa.
Il fatto è che più passiamo tempo in queste piattaforme e più queste piattaforme guadagnano, così come guadagnano i creator che monetizzano con i contenuti. Di conseguenza anche la nostra attenzione è diventata un “asset” di mercato perchè una volta catturata ci possono vendere un prodotto o un’idea.
Il desing stesso della nostra società sta assumendo i caratteri di una competizione per la nostra attenzione. Prima l’abbiamo frammentata e ridotta diventando repereribili in ogni momento con i telefoni, poi l’abbiamo reso un “asset” sempre più scarso e infine abbiamo iniziato a rincorrerla e a dargli un valore.
E questo non lo sanno solo i Marketers, lo sanno anche i politici.
La comunicazione politica di Trump prima aveva precise strategie di disinformazione (che ho chiamatato “Trump-l’œil”) volte a screditare accordi interazionali o a minimizzare crisi, mentre ora utilizza sempre l’espressione “tra 2 settimane” per creare tensione e catturare le emozioni di chi lo ascolta.
“Due settimane di tregua in Iran”, “bombardiamo tra 2 settimane”, “tra due settimane facciamo questo”: un lasso di tempo non troppo vicino da poterci far dimenticare il giusto, né troppo lontana per poterci tenere incollati agli schermi. Il tutto intervallato da meme o screen tratti dai videogames, mentre nel mondo spopolano influncer IA che fanno propaganda politica o i politici si affacciano a podcast mainstream (anche la Meloni ne sa qualcosa).
Dall’altro lato però non dobbiamo dimenticare che l’attivismo viene represso fisicamente e narrativamente.
Quando raccontiamo una storia facciamo concentrare chi ci ascolta su un frame. Eppure esistono dei momenti prima e dei momenti dopo quel singolo frame che spesso ignoriamo, cosi come il contesto in cui queste azioni si svolgono. Aspetti essenziali per capire il valore stesso di quelle azioni e suscitare in noi determinate emozioni.
Non si tratta di scegliere chi è “l’eroe” o “il villain” perchè in quel caso subentra il punta di vista di chi guarda, soltanto che le sue emozioni dipendono dal cosa guarda. Pertanto le azioni, il contesto e i valori di una storia sono il punto di vista del Narratore (o Storytellers) che, in uno scenario politico, sta cercando di vincere la propria story wars.
Vi ricordate di quando tutta italia si mobilitò per la Global Sumud Flotillia e i giornali si concentrarono su una vetrina rotta in Stazione Centrale a Milano mentre la polizia lanciava i lacrimogeni? Ecco, ora sono arrivate le denunce alle agli attivisti ma ti invito a recuperare il video di Sofia Pasotto dove viene lanciata la raccolta fondi per sostenere le spese legali.
Ma alla fine gli Storytellers degli attivismi sono già qui
Viviamo in un epoca in cui abbiamo più dati, più rapporti, più ricerche, più campagne e più fatti di qualsiasi altro momento della storia umana. La sfida però non è informare le persone, è farle provare un emozione rispetto a quello che quei dati, quei rapporti o quei fatti raccontano.
Significa rendere concrete delle storie di vita vissuta nella società della crisi climatica, nelle repressioni e nelle violazione dei diritti umani.
Per fortuna gli e le storytellers sono già qui e anche tra gli attivismi si è concretizzata la consapevolezza che “non basta avere ragione”.
Gli attivismi stanno andando oltre gli allarmi o le trappole del catastrofismo e del moralismo. Si stanno facendo portatori attivi di quella intenzione di bucare le bolle per tornare finalmente a parlare per davvero.
Spesso l’attivismo viene additato come inefficace perchè si pensa che si limita a gesti simbolici o online senza tradursi in azioni concrete (hanno coniato la parola “slacktivism” per questo), di polarizzare il dibattito anzichè unire o utilizzare metodi che allontanano l’opinione pubblica.
Però forse dovremmo porre attenzione a chi davvero sta cercando di allontanare le questioni pubbliche dall’opinione pubblica perchè politicamente non è vincente dire che vivi in un’area a rischio, che il tuo Governo ha sbagliato a prendere delle decisioni o che il sistema su cui tutti fanno affidamento è in realtà profondamente sbagliato o diseguale.
E se la politica si conclude in un progetto di marketing per raccogliere consenso fine a se stesso forse, diventa un pò difficile andare verso un futuro in cui risolviamo i problemi della società nella crisi climatica.
D’altronde lo ha raccontato bene Sayf nell’ultimo Sanremo richiamando la frase del “noto imprenditore” (quando Berlusconi disse “l’Italia è il Paese che amo) per dire che l’amore non basta per cambiare le cose, criticando il patriottismo da televendita che ci ha offerto un immagine dell’Italia dalle bellezze turistiche e della bella vita mentre interi territori franano e si allagano.
Il divario quindi non è che non esistono Storytellers o che nessun attivismo è in grado di fare storytelling, le comunità hano una propria voce e una propria capacità di raccontare la “storia” è spesso sono quelle comunità di cui i dati cercano di rappresentare la situazione in cui vivono. Semplicemente non hanno accesso alla possibilità di rendere quella storia rilevanti o magari non abbastanza potere per influenzare l’opinione pubblica.
Ogni giorno viviamo storie leggendo, videogiocando e ascoltando musica, ognuna di queste è una palestra di immaginazione e un modo per sentirci più vicini l’uno all’altro. Non dobbiamo quindi dimenticare il valore politico e sociale dello Storytelling e della sua capacità di creare realtà immaginarie e visioni alternative che possono spingerci verso un futuro piuttosto che un altro per il semplice fatto che una storia senza dati è inaffidabile ma i dati senza una storia sono invisibili.
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