Festival di Sanremo 2026: 5 cose che ci racconta sull'Italia
Appuntamento annuale per capire cosa ci dice il Festival di Sanremo sull’Italia
Il Festival di Sanremo 2026, giunto alla sua settantaseiesima edizione, si è concluso con il primo posto di Sal Da Vinci con “Per sempre sì”, seguito dal secondo posto di Sayf con “Tu mi piaci tanto” e Ditonellapiaga che si è classificata terza con “Che fastidio!”.
Con questa Lettera nella crisi climatica voglio continuare la tradizione lanciata l’anno scorso e raccontarti le 5 cose che ho imparato sull’Italia. Ogni anno mi approccio al Festival di Sanremo con il gusto della ricerca per il trash anche se già l’anno scorso avevo avuto paura di avere un allucinazione: ovunque veniva decantata come l’edizione “più bella” e “più piatta”. Concettualmente mi sembrano due parole che fanno a pugni ma credo di aver capito qualcosa in più quest’anno.
Il perché parlo del Festival di Sanremo in questa lettera è più scontato di altre volte. Dobbiamo infatti ammettere che finito il Festival non abbiamo più un vero momento condiviso a livello nazionale. Puoi andare in un qualsiasi negozio e, anche se non hai visto la puntata, alla fine puoi parlare di Sanremo. Anche per questo il Festival di Sanremo diventa una superficie in cui riflettersi e capire qualcosa in più sul nostro Paese.
Ed eccomi qui con le 5 cose che il Festival di Sanremo 2026 ci racconta sull’Italia. Per quest’anno ho deciso di elaborare una personalissima playlist con cui esplorare la nostra società nella crisi climatica. Se vogliamo nobilitare questo espediente per farci una chiacchierata possiamo anche dirci che facciamo un pò di pop filosofia consci del fatto che ogni società costruisce il proprio “senso comune” quotidianamente con dispositivi di intrattenimento che contribuiscono a costruire l’immaginario collettivo legittimando questo o quell’altro valore.
In onda il Festival di Sanremo 2026: un paese di musichette mentre fuori c’è la morte!
La settantaseiesima edizione del Festival di Sanremo ha ricordato a molte persone la celebre frase di Boris, diventata poi meme, che recita “Questa è l’ Italia del futuro: un paese di musichette mentre fuori c’è la morte!”
Non sono serviti a nulla i ripetuti appelli alla pace con un livello di approfondimento pari a “gente morta = brutto, gente viva = bello” o ogni tentativo di evitare a qualsiasi costo anche un solo riferimento a quello che accade fuori dall’Italia. Come un tuono è arrivata la notizia dell’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran.
Sarà che come generazione ormai siamo persone navigate e, per quanto mi riguarda, è da quando sono nato che vivo in un ciclo perpetuo di guerre e recessioni. Eppure vedere il Festival di Sanremo mentre accadeva tutto ciò mi ha fatto sentire più spesse quelle pareti della bolla in cui viviamo.
Nonostante ciò, ho estratto 5 cose o argomenti dalle canzoni del Festival di Sanremo 2026. Ci tengo a dire che non è una recensione o una valutazione della bellezza delle canzoni anche se ti posso dire che il mio “trio” magico sono state le Bambole Di Pezza, Dargen e Ditonellapiaga rigorosamente reclute del mio fantasanremo.
Se vuoi, prova a vedere questa lettera come un laboratorio in cui usiamo la cultura pop per riflettere su femminismo, alta società, umanità, storytelling e le vere facce dell’Italia.
1. Bambole di pezza, femminismo resta con me!
Come primo pezzo per questa playlist del Festival di Sanremo 2026 ti propongo “Resta con me” della Bambole Di Pezza. Non potevo non parlarne, è una band orgogliosamente femminista e che proprio per questo ha suscitato la reazione di un giornalista nella sala stampa radio tv Lucio Dalla del Festival di Sanremo.
Nello scambio diventato virale sui social il giornalista afferma convintamente che “parlare di femminismo” sia una “contrapposizione un pò vecchia” perché siamo “ormai nel 3000”. Il giornalista aggiunge poi che la nostra “non è una società patriarcale” dato che, non volendo dire una frase banale, “”dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna” per poi concludere dicendo che a casa sua comanda la moglie.
In questa Lettera nella crisi climatica non vorrei soffermarmi sull’improponibilità delle frasi del giornalista e neanche dire “Bene han fatto le Bambole Di Pezza a rispondere a tono, quanto accaduto deve essere chiarito completamente in ogni suo aspetto”. Che siano delle cantanti eccezionali lo sappiamo ma dobbiamo forse dirci perché è fondamentale avere band femministe come la loro.
Il problema è proprio quello sottolineato dalle stesse Bambole Di Pezza ossia che “dirsi femministe è importante in una società in cui non è ancora stata raggiunta la parità” e che ciò non vuol dire essere “contro i maschi” in quanto “penemuniti” ma anzi significa essere contro un retaggio culturale caratterizzato da un certo tipo di mascolinità che spesso fa male a noi stessi “masculi”.
Per non finire a dire come Roberto Vannacci che “il Patriarcato ha fatto anche cose buone”, dobbiamo ricordarci che il patriarcato è prima di tutto un sistema di organizzazione sociale e un modello di potere di stampo sessista, fondato sulla discriminazione e sull’oppressione delle soggettività marginalizzate.
Magari il giornalista ha fatto un viaggio nel futuro oppure è svenuto dentro il Museo del Patriarcato (MUPA), che tra l’altro è a Milano presso la Fabbrica del Vapore dal 7 al 21 marzo 2026, dove ci si immagina di essere nel 2148 e di potersi guardare indietro potendo affermare che il patriarcato è un ricordo da archiviare. Eppure fenomeni come la violenza sulle donne, l’omotransfobia o l’abilismo sono parte della nostra realtà quotidiana (solo per citarne alcuni). Non bisogna guardare troppo lontano, è successo tutto proprio durante il Festival di Sanremo 2026.
Ad esempio la stessa frase usata dal giornalista “dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna” viene abusata perché si pensa sia stata detta da una donna, spesso attribuita erroneamente a Virginia Woolf ignorando il vero significato. Si fa risalire questo “proverbio” all’età vittoriana quando le donne non avevano diritti, non potevano scegliere liberamente con chi sposarsi e, se benestante, ogni suo bene apparteneva al marito.
L’uomo era il detentore delle regole, dei diritti e di qualsiasi decisione mentre le donne erano relegate al focolare domestico. Poi se eri in condizione di povertà dovevi lavorare per sopravvivere e sfamare la prole in condizioni disagiate o senza tutele in una società costruita a misura di uomo.
Per la totale esclusione sociale e culturale, in particolare negli stati uniti e nel regno unito, per la maggior parte delle donne era impossibile pubblicare e firmare i romanzi. Era frequente infatti la pubblicazione dietro pseudonimo, anche per evitare che le opere fallissero a causa dei pregiudizi.
Dire cosa come “in casa comandano le donne” ha quindi come sotto testo (culturale e non) la legittimazione del potere di una donna solo nel suo ruolo di cura domestica. Solo lì e non altrove, è il surrogato di “statte bona lì al posto tuo”. Anche per questo le Bambole Di Pezza hanno prontamente risposto “Noi non vogliamo avere potere in casa, vogliamo potere ovunque”.
Se però ci facciamo un giro sulle troppe pagine dichiaratamente “antifemministe” la paura più grande sembra essere quella che gli uomini vengano trattati come hanno trattato le donne per secoli. Mi sono anche imbattuto in post di chi le ha accusate di essere “avide” perché vogliono il potere “senza meritarselo”.
Ora qui devo spendere qualche parola in più perché il tema del potere richiederebbe un enciclopedia monografica considerato i numerosi filosofi e scienziati politici che si sono interrogati sulla sua natura.
La prima cosa che ci viene in mente quando parliamo di potere è quello del “comando”, il potere di decidere sopra qualcuna o qualcuno. Eppure non è l’unico modo in cui il potere si esprime. Ad esempio la sociologa Srilatha Batliwala oltre al “potere su”, riconosce l’esistenza del “potere di” agire e raggiungere i propri obiettivi, il “potere interno” come le disponibilità di risorse materiali o immateriali e il “potere con” inteso come il potere di aggregarsi intorno a una causa comune.
Per questo dire che “vogliamo il potere ovunque” deve essere inteso nelle più diverse sfaccettature che possono essere legate alla poter decidere sulla propria vita, di avere il potere di essere libere da ogni tipo di violenza, di poter studiare e autodeterminarsi al di là dei ruoli di genere ma anche il potere di creare sorellanze per sostenersi a vicenda.
Non basta dire che le donne hanno potere perché il Presidente del Consiglio è una donna così come il capo dell’opposizione. Se le figure apicali come la Meloni si comportano in modo maschilista non è che cambia molto. Anche di questo il Festival di Sanremo ci ha dato qualche assaggio di cosa vuol dire.
Se le Bambole Di Pezza subiscono sempre la domanda “come è fare musica al femminile” è perché forse sembra ancora strano che esistano progetti musicali di sole donne. Nessuno chiederebbe a un uomo come è fare musica al maschile.
D’altronde la rappresentanza femminile al Festival di Sanremo era di 10 cantanti donne in gara su 30, un terzo del totale. Come hanno sollevato molte persone: o le donne non hanno presentato brani (e quindi abbiamo un problema a monte nell’industria discografica italiana) o al direttore artistico i loro pezzi non sono piaciuti.
Come se non bastasse Carlo Conti dopo l’esibizione delle ballerine con il brano “Ossessione” di Samurai Jay ha detto alla moglie in platea, davanti a milioni di spettatori, che lei quei determinati jeans non li può indossare perché lui è “geloso”.
Oltre a sessualizzare pubblicamente la ballerina per dei pantaloni da show, il gesto ha evidenziato un altro comportamento a cui dovremmo stare tutte e tutti attenti. Proprio poco dopo Gino Cecchettin, padre della vittima di femminicidio Giulia Cecchettin per la violenza dell’ex fidanzato Filippo Turetta, ha ricordato come la violenza inizia quando scambiamo il controllo con l’amore e quando pensiamo che la gelosia sia necessaria per la relazione.
Poi ci sono le scene immancabili che abbiamo visto anche in queste settimane delle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026 in cui sono state invitate le “mamme d’oro” per dire quanto è bella la maternità invece di parlare di quella che è un’impresa sportiva eccezionale, unica e rara. Senza contare l’elogio alla madre di Paolo Sarullo che è stata costretta a lasciare il lavoro per occuparsi del figlio rimasto tetraplegico dopo un aggressione.
Forse si potevano spendere due parole in più sui problemi legati al welfare, a una società che diventa sempre più violenta o alle rappresentazione sempre troppo abiliste delle persone con disabilità.
Infine abbiamo il caso della direttrice d’orchestra Carolina Bubbico che chiede di farsi chiamare “Maestra” al femminile scatenando gli indignati del linguaggio inclusivo e del politicamente corretto. Ma non dovremmo stupirci, d’altronde anche al Festival di Sanremo abbiamo un problema strutturale.
Se la doppia nomina a direttore artistico e conduttore del Festival di Sanremo 2027 al trentasettenne Stefano De Martino è stata salutata come un innovazione, dovremmo richiamare alla memoria che in 76 edizioni abbiamo avuto una sola direttrice artistica (anche se accompagnata da 3 uomini) e solo 4 donne che hanno avuto la possibilità di condurre il Festival da protagoniste.
Come hanno detto le Bambole Di Pezza “Ci sono dati soggettivi e altri oggettivi. Qui si parla di un problema sistemico, come razzismo e omofobia, e non di singoli episodi“. Aggiungo quindi, ti prego, femminismo “resta con me”!
2. Ditonellapiaga, che fastidio l’alta (?) società
Come secondo pezzo ti propongo “Che Fastidio!” di Ditonellapiaga con cui ha deciso di ridare significato al proprio nome d’arte per proporre un modo di fare musica provocatoria e simpatica. Il suo intento è quello di stuzzicare costumi e cliché con ironia e autoironia.
Il “manifesto Ditonellapiaga” è stato esplicito durante la serata cover in cui si è esibita insieme a TonyPitony con The Lady Is A Tramp, brano del 1937 scritto per il musical Babes In Arms. La canzone, resa celebre da Frank Sinatra negli anni ‘50 e poi in duetto con Ella Fitzgerald nel 1967, parla di una donna che rifiuta le abitudini dell’alta società newyorkese.
Ai salotti della borghesia, preferisce le cose semplici come sentire il vento tra i capelli o vivere senza regole. Per questo l’alta società la disprezza definendola una “Tramp”, letteralmente una vagabonda o sgualdrina. Sostanzialmente una che non fa parte di quel circolo perché non ne rispetta regole e valori. Ma la canzone vuole essere un complimento perché solo una donna che spezza le regole sociali può considerarsi veramente libera.
The Lady Is A Tramp è il punto di incontro tra Ditonellapiaga e TonyPitony. Quest’ultimo si era presentato a X Factor per cantare Halleluja inscenando una parodia con la maschera che poi lo rese famoso. Solo Mika riconobbe il professionista dentro la maschera.
Nella genesi di TonyPitony sta il significato del suo progetto musicale: rompere le regole dell’industria musicale italiana portando un’altissima tecnica sopraffina e dei testi che sono il suo esatto opposto grazie a un linguaggio bassissimo. Da questo ossimoro ne esce un prodotto surreale, ironico, esplicito ma sopratutto autentico.
D’altronde il “fastidio” che prova Ditonellapiaga parla anche di questo, della ricerca di autenticità in un mondo che diventa sempre più artificiale. Cosi il fastidio è per tutto quello che è una “posa sociale”, l’omologazione e il capitalismo che entra nelle nostre vite.
3. Dargen ed Ermal Meta alla ricerca dell’umanità
In tempi di artificialità, la ricerca dell’umanità diventa un atto politico. Per questo nella mia playlist sanremese non potevo escludere Dargen D’amico e Ermal Meta.
Dargen ha portato in scena una vera opera in cinque serate con “AI AI!, una canzone che intreccia i temi dell’Intelligenza Artificiale con le condizioni di vulnerabilità umane, inserendo qua e la dei riferimenti all’attualità per costruire una narrazione pacata che mira a “colpire con delicatezza” e far riflettere sull’insensatezza della guerra.
In un certo senso quella che rappresenta è la favola di Pinocchio in cui Dargen ci chiede se quella cosa verso cui stiamo andando sia evoluzione o disumanizzazione. La domanda che ci facciamo tutte e tutti è se alla fine della storia ci trasformeremo in dei bambini veri o dei burattini.
Pinocchio è una storia sulla manipolazione del potere, la coscienza e l’identità. Se oggi attribuiamo emozioni alle macchine, Pinocchio racconta la vittoria dell’umano sull’artificiale. Alla fine di viaggio Dargen si ricongiunge con il Grillo Parlante, per lui la soluzione è quella di ascoltare la coscienza per poter recuperare la nostra umanità dato ha letto sul giornale che certe cose le intelligenze artificiali non le possono fare.
Ad esempio, mentre a Sanremo si mandava in onda un video abbastanza discutibile fatto con l’Intelligenza artificiale che trasformava male le persone in papere ai livelli dei primi Will Smith mangia-spaghetti, i Gorillaz hanno rilasciato un video animato a mano da degli animatori. Un esempio di come le nostre scelte contano ancora.
Con un evento del genere, cosi come con le Olimpiadi di Milano-Cortina, si poteva valorizzare il lavoro di chi fa animazione in Italia. Dovremmo chiederci perché si è scelta una cosa del genere da presentare come atto di avanguardia? Lo sappiamo, le Intelligenze Artificiali sono qui per restare eppure il fattore umano oltre questa rivoluzione tecnologica dovrebbe cercare di interrogarsi proprio sulle scelte da fare.
Nel tentativo di ritrovare la nostra umanità anche Ermal Meta ha cercato di portare il suo contributo. Con “Stella Stellina” ha preso la forma della ninna ninna e l’ha trasformata in un atto di denuncia brutale dedicato ai bambini e alle bambine di Gaza in un momento in cui la sola pronuncia sembra una bestemmia.
Ermal Meta ha dichiarato che l’opera nasce dal dovere morale di “non voltarsi dall’altra parte” e di farsi portavoce di un popolo che rischia di essere dimenticato, scegliendo di protestare “urlando a voce più alta” attraverso la musica.
4. Nayt e J-ax, lo storytelling tra rap e country
Come qualcuno ha notato, a questo Festival di Sanremo c’erano i rapper ma non c’era il rap con quella sua componente fortemente critica del potere. Nayt in questo Festival era tra le figure più attese dopo il simbolico battesimo da parte di Neffa.
Questa non è una critica alla canzone perchè anche essa parla della ricerca dei rapporti umani reali, un pezzo che invita ad andare oltre l’artificio degli schermi dei nostri smartphone per incontrare quei sentimenti sinceri che ci sono stati tolti dalle convenzioni “social” del giusto e sbagliato. Il paradosso raccontato è che nella società nella crisi climatica siamo iperconnessi eppure più distanti di prima.
Il tema è che la maggior parte della scena Rap ormai è diventata mainstream ed è stata inglobata nell’industria culturale e con Sanremo viene definitivamente inglobata. Lo storytelling del Rap da critica sociale si trasforma in racconto intimo, perdendo forse un pò di quella sua potenza di riscatto.
Se però l’energia non si crea e non si distrugge, questa sembrerebbe essersi mossa verso un nuovo genere nascente: il Country italiano rappresentato in questo Festival di Sanremo dalla vecchia guardia del Rap italiano J-ax. So che è un pò contorto come pensiero.
Lo stesso J-ax nelle diverse interviste ci ha raccontato come il Country rappresenta un genere fortemente a trazione “storytelling” e che in Italia sta avvenendo una riscrittura rappresentata da diversi artisti, tra cui Giorgio Gozzo.
La differenza con il Rap è che qui J-ax ha mostrato un linguaggio adattabile che può diventare sia satira, sia pop cabaret con un forte radicamento nel territorio. Anche qui l’esigenza è quella di ritrovare una narrazione della vita e dell’autenticità, ne è un esempio l’esibizione con la Ligera County Fam in cui cantava la Milano di una volta.
La cosa particolare che ho notato è che sia Nayt, sia J-ax, sono partiti dalla stessa percezione di una società sempre più fittizia ma se il primo pone questo tema al centro della “cosa racconta”, il secondo ricerca l’autenticità nel modo di raccontare.
Fatto sta però che l’unica nota di critica al potere ce l’ha donata J-ax durante un intervista in cui ha accusato destra e sinistra di cerchiobottismo quando “ci lasciano fare una guerra orizzontale, quando l’unica guerra che dovrebbe essere combattuta oggi è quella verso l’alto, verso quello 0,1% che detiene tutto il potere e le ricchezze del mondo”.
5. Sayf e Sal Da Vinci, l’Italia tra meme e realtà
Nel concludere questa playlist non posso non parlare del primo e secondo posto di questo Festival di Sanremo. Sayf e Sal Da Vinci rappresentano due facce della stessa Italia divisa tra crudo realismo e realtà memetica.
La società nella crisi climatica è la società dei meme, idee culturali che si diffondono di cervello in cervello, moltiplicandosi e mutando man mano che la trasmissione continua. Con i social i meme hanno assunto per lo più la natura di “scherzi culturali” o di riproduzione e distorsione di stereotipi, pregiudizi e macchiette. In Italia però i meme vincono dal 1994.
La vittoria di Sal Da Vinci ha dimostrato che siamo italiani e che non ci vergogniamo di ammetterlo ma che abbiamo scelto come “italianità” tutti quegli stereotipi che a lungo abbiamo bisfrattato.
La canzone che viene eletta come rappresentante della musica italiana nel 2026 e che concorrerà all’eurovision è una canzone che racconta l’Italia dall’amore cantato con il cuore in mano, la passionalità mediterranea e la tradizione del matrimonio cristiano tra uomo e donna. Il tutto, di fatto, attraverso una canzone neomelodica.
Sal Da Vinci, nato nel 1969, rappresenta la sua generazione e sicuramente si è affermato come uno degli interpreti della canzone napoletana. Per tutta la vita ha fatto quello e anche per questo i valori e le storie che canta sono radicati in un certo tipo di tradizione. Lui stesso, inoltre, rappresenta l’Italia delle arti in quanto fin da piccolo ha lavorato tra teatro, cinema e musica.
Se ascoltiamo con orecchio critico quello che stona però è che nel 2026, con i matrimoni in caduta libera tra le generazioni più giovani, la canzone che rappresenta l’Italia celebra un idea di nozze in cui il grande traguardo femminile è quello di diventare una regina vestita di bianco sposa. Non è una semplice storia d’amore ma anche una gerarchia di valori per cui “la vita senza l’altro non ha senso di vivere”. Un pò il contrario di quello che ha cercato di dire Gino Cecchettin.
Sayf invece ha raccontato l’altra Italia e non dico che una sia migliore dell’altra, semplicemente viviamo nella contraddizione secondo cui entrambe sono sullo stesso piano. Se ti ricordi il fu cavaliere Silvio Berlusconi usò la ormai celebre frase “l’Italia è il paese che amo”.
Il racconto di Sayf viene costruita con la frase del “noto imprenditore” per dire che l’amore non basta per cambiare le cose occorre essere anche oggettivi. Non è altro che la critica al patriottismo da televendita che ci ha offerto un immagine dell’Italia dalle bellezze turistiche e della bella vita. Eppure nel mentre l’Italia sta letteralmente cadendo a pezzi.
Decantiamo la grande azione di Cannavaro ai mondiali del 2006 eppure trascuriamo le alluvioni dell’Emilia-Romagna o le frane della Liguria. Oppure spendiamo enormi quantità di denaro in bossoli e armi ma si voltano le spalle alle periferie, alle aree interne o a ogni territorio che spingiamo sempre più al margine.
Sayf è un artista del 1999, un esponente della propria generazione che prima di fare il rapper ha fatto il panettiere, il cameriere e il porta pizze. Per questo la sua autopsia del nostro Paese ha un sapore tutto diverso. È un patriottismo critico dal basso che vuole denunciare cosa non va usando lo stesso framework narrativo di chi ha illuso diverse generazioni.
Lava come lava la società nella crisi climatica
Il Festival di Sanremo è uno di quei dispositivi di intrattenimento che contribuiscono, in modo sottile e invisibile, a determinare ciò che siamo. In nessun modo ho voluto dare dei giudizi di valore sulle canzoni ma ho cercato di ascoltare con spirito critico per capire cosa viene raccontato e quali modelli vengono proposti.
I grandi eventi come questo, così come le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026, sono una grande lavatrice non solo per i numerosi brand altamente inquinanti ma anche per le nostre coscienze. Non dobbiamo mai dimenticare ciò che è chiamato Soft Power e che in questo caso ha l’unico scopo di unire una coscienza nazional popolare che in Italia fa fatica a consolidarsi. Tutti ci definiamo italiani ma non saremo mai d’accordo sul definire cosa è italianità.
Quest’anno ho capito che l’edizione del Festival di Sanremo “bella” e “piatta” funziona perché questa allucinazione collettiva è ad hoc per una società che non vuole più emozionarsi e che non vuole eccessi. Tutto calcolato e tutto controllato, perchè in un epoca di crisi e incertezze quel Festival di vestiti puliti e falsa meritocrazia in qualche moda rassicura.
Questa playlist non parla solo di canzoni ma di potere, ricerca dell’autenticità e narrazione come meccanismi con cui stiamo dentro la società nella crisi climatica. Quello che ho tentato di fare con questa lettera e vedere come l’immaginario collettivo su può costruire anche cosi tra musichette, meme o rituali televisivi. Di conseguenza leggere il Festival di Sanremo non è l’ennesimo trend ma il tentativo di costruire un laboratorio di pop filosofia con cui leggere il senso comune.
Il caso delle Bambole di Pezza ci ricorda quanto ancora ci sia bisogno di femminismo dato che la questione non è se la donna comanda in casa ma se questa può essere libera dalla violenza e che tutte e tutti possiamo costruire sorellanze.
Il potere però passa anche nella capacità di narrare i tempi in cui viviamo e se anche il rap sta perdendo il suo potere critico per essere assorbito dall’industria culturale, dobbiamo stare in allerta per capire quali altre forme di critica verranno addomesticate.
Il Festival di Sanremo è quella kermesse che ci dice lo stato dell’arte italiano sulle idee, sulle abitudini e sulla salute delle istituzioni ed è significativo uno dei fili conduttori sia proprio quello di quanto stiamo diventando artificiali. Forse in un umanità che si prende tra la rivoluzione tecnologico e l’orrore della guerra dovremmo tornarci a chiedere cosa ci dà fastidio.
Questa Lettera è un piccolo esperimento di quanto vorrei fare in questo progetto, quindi un feedback sincero e costruttivo mi può aiutare tantissimo. Ogni cuoricino, condivisione e segnalazione ad un amica o un amico permette a questo progetto di crescere.




