Le ondate di calore ci hanno donato l’ennesimo record della crisi climatica: l’estate 2026 è stata la più calda di sempre. Davanti a questo risultato anche i negazionisti faticano a dire che “il riscaldamento globale non esiste”. Cambia però la loro strategia comunicativa: ora a essere attaccate, e descritte come inaffidabili o troppo costose, sono le soluzioni e lo stesso Green Deal europeo.
C’è una zanzara che ancora mi tormenta mentre sono sdraiato sul letto a scrivere questa lettera. Mi infastidisce come quel qualcuno che non tanto tempo fa ha affermato “ci abitueremo al clima caraibico, non vuol dire che moriremo” (cit. Ignazio La Russa, Presidente del Senato della Repubblica italiana). Un pensiero che sopravvive come le zanzare d’ottobre.
Sarà per tigna o per follia, siamo ancora qua a scarabocchiare dei segni su un foglio bianco per esplorare insieme la società nella crisi climatica. La tappa di oggi è “l’estate più calda di sempre” e, se ancora non sei parte della community, ricordati di iscriverti per continuare questo viaggio. Non chiedo soldi eh, mica sono WeRoad!
L’estate 2026, la più calda di sempre
L’estate 2026 è stata la più calda di sempre, non giriamoci intorno. Per l’Italia è stato il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), con nota stampa del 7 settembre, a decretare l’estate 2026 come la più calda nel nostro Paese dal 1950 con una temperatura media su tutto il territorio nazionale di 24,3°C a due metri dal suolo. Ah, il 1950 è l’anno di inizio delle registrazioni, mica perché prima faceva più caldo!
In particolare l’agosto di quest’anno è stato quello con un maggiore scostamento dai riferimenti climatici. Con una temperatura media nazionale di 25,6°C ad agosto 2026 l’anomalia registrata è di +5,2°C rispetto ai valori del 1951-1980 (quando si registrava una media di 20,3°C) e di +3,5°C rispetto ai valori 1991-2020 (pari a 22,1°C). Dei dati che dovrebbero farci ronzare in testa che qualcosa non sta andando esattamente per il verso giusto.
A livello europeo, anche il report “European summer 2026: records, extremes and context” ha certificato questo record. In questo appuntamento annuale del Copernicus Climate Change Service (C3S) elaborato dal Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine (ECMWF), si afferma che l’estate 2026 è stata la più calda mai registrata nell’Europa occidentale superando il primato del 2003, punto di riferimento storico delle grandi ondate di calore europee.
L’ondata di caldo dell’estate 2026 non è stata un affare isolato e tutto italiano, anzi le temperature estreme hanno colpito ripetutamente l’Europa da maggio a settembre. Secondo i dataset ERA5 di Copernicus, prendendo in considerazione la media del territorio europeo, l’estate del 2026 nel periodo giugno-agosto è stata 1,17°C più calda rispetto alla media 1991-2020 risultando la terza estate più calda in Europa dopo il 2022 (+1,34°C) e il 2024 (+1,55°C). In generale poi le temperature medie stagionali sono state molto più elevate della media sul 41% del territorio europeo.
Durante questa estate 2026 abbiamo vissuto nell’ordine: il giugno più caldo di sempre (+3,06°C rispetto alla media europea 1991-2020), il secondo luglio più caldo (+2,53°C) e un agosto torrido che non voleva sentirsi da meno rispetto a chi lo ha preceduto. Se già questo basta a generare un enorme fastidio, non possiamo trascurare che in Italia, rielaborando i dati ERA5-HEAT di Copernicus, dal 2015 nessuna estate risulta sotto la norma 1991-2020.
Un segnale di arresa? Un nuovo clima a cui ci abitueremo? Oppure è la Back story della Landa Rinsecchita? Fatto sta che i dataset ERA5 di Copernicus sbattono in faccia come stagioni una volta eccezionali siano diventate progressivamente più frequenti. Una nuova normalità.
Durante l’estate 2026 si sono verificate ben 5 ondate di calore
Prima la domanda che mi facevo spippolando sul cellulare durante l’estate era: “quando finisce l’ondata di calore?”. Bene, l’estate 2026 l’ha tradotta nel più accogliente “quando finiscono queste ondate di calore?”. Sì, perché i cambiamenti climatici ci stanno portando a ondate di caldo sempre più frequenti ed intense durante l’estate. Questa volta ne abbiamo contate almeno cinque.
La geografia del caldo del 2026 è drammatica, un fenomeno diffuso e persistente nel tempo. Gli episodi di calore sono stati diffusi da maggio a settembre con tempistiche e durate che variavano all’interno dell’Europa occidentale. Per questo molte agenzie meteorologiche nazionali potrebbero identificare periodi di ondate di calore leggermente diversi all’interno dello stesso evento prolungato. A livello europeo però Copernicus afferma che il 24 giugno, il 29 luglio e il 14 agosto circa il 75% del territorio ha registrato temperature di almeno 30°C.
Per capire meglio cosa significa tutto questo ci accordiamo prima sulla parola. Per ondata di calore intendiamo condizioni meteorologiche estreme che si verificano con temperature molto alte per più giorni consecutivi. Spesso si contano come 6 giorni consecutivi con temperature massime superiori al 90° percentile della distribuzione climatica locale. Detto “potabile”, quando la temperatura supera il valore limite che viene superato solo dal 10% dei giorni più caldi storici in un dato luogo e dato periodo dell’anno. Per questo anche l’allerta legata all’ondata di calore può cambiare da città in città, con soglie e modelli costruiti a proposito.
Ad esempio, il Ministero della Salute pubblica i bollettini sulle ondate di calore per comunicare i possibili effetti sulla salute per 27 città. Grazie al lavoro di onData è possibile scaricare una serie storica dei dati per poterli rianalizzare.

L’estate 2026 ha avuto più giorni di allerta rispetto agli anni precedenti registrati. Prendendo in considerazione solo il periodo comune in cui sono disponibili i dati, tra il 7 luglio e il 20 settembre le 27 città mappate hanno registrato in media 17,4 giorni di allerta di livello 3 (ondata di calore ed elevato rischio per la salute) contro i 14,0 del 2023, i 13,9 del 2024 e i 3,2 del 2025. Sull’intera stagione, le città più colpite dal caldo nel 2026 sono state Firenze (40 giorni), Perugia (39) e Roma (35). Il primato per la serie più lunga in allerta lo vince però Campobasso con 17 giorni consecutivi.
Per la nostra conversazione però ho voluto analizzare i dati ERA5 sullo stress termico (o Heat Stress) di Copernicus, che misurano la temperatura percepita mettendola in relazione con la capacità di termoregolazione degli esseri umani. A questa analisi ho accompagnato anche i dati sulle notti tropicali, quando la temperatura minima notturna non scende mai al di sotto dei 20°C.
La prima puntura che ha inaugurato la stagione estiva è arrivata a fine maggio. Un’ondata di calore precoce tra il 24 maggio e il 1° giugno con la media italiana che ha raggiunto fino a 7 °C sopra la media del periodo, con più di metà del territorio italiano in condizioni di forte stress da caldo. La seconda ondata di calore è tornata a tormentarci tra il 16 giugno e il 1° luglio, più di due settimane in cui il caldo ha stressato il 90% del Paese nel giorno di picco. Poi una nuova raffica di punture a metà luglio con la terza, tra l’8 e il 21, e la quarta ondata di calore, quella più feroce, tra il 29 luglio e il 16 agosto. Per 20 giorni di fila più dell’80% dell’Italia è stata stretta da un forte stress da caldo. Un record almeno dal 1991, che supera anche i 14 giorni del 2003. Come se non bastasse il 6 agosto tutte le 27 città monitorate dal Ministero della Salute erano a livello 3. Quando già la nostra pelle non ne poteva più, è arrivata la quinta ondata di calore, tra il 26 agosto e il 9 settembre.
Nell’estate 2026 abbiamo registrato 5 ondate di calore facilmente distinguibili e con una temperatura percepita media oltre 3 °C sopra la norma per almeno 5 giorni di fila. Questo dovrebbe farci confrontare con i nostri limiti cognitivi, difficilmente distinguiamo tra un’estate genericamente più “fresca” e dei giorni sopra la media ma comunque meno caldi rispetto ad altri. Il confine tra queste ondate di calore è sottilissimo: tra il 13 giugno e il 23 luglio la temperatura percepita media in Italia è rimasta sopra la norma per 41 giorni consecutivi, un’estate intera.
Complessivamente i giorni con ondata di calore nel 2026 sono stati 81 che hanno superato i 56 del 2022 e i 51 del 2003. Questi sono da confrontare con la media 1991-2020 che si attesta a 11,6 giorni. Per quanto riguarda le notti tropicali, nel 2026 la media delle città è di 72 notti contro le 42 della norma di riferimento. Anche qui il record del 2003 è stato infranto dato che consisteva in 66 notti. A livello cittadino Roma è passata da 33 a 84 notti, Firenze da 11 a 50 e Milano da 39 a 75.
Sì, ha (quasi) sempre fatto caldo ma ora fa più caldo!
Una frase usata dai negazionisti è che “ha sempre fatto caldo” ma forse dovremmo accordarci su cosa intendiamo con “sempre” visto che siamo esseri cognitivamente limitati e particolari.
Chiusi nella nostra esperienza quotidiana in un mondo estremamente globalizzato confondiamo il nostro vissuto come il “vero” metro per misurare un’esistenza collettiva. Ora non voglio parlare di questo perché finirei per banalizzare molto, facciamo un gioco.
Quest’anno ho compiuto 30 anni, sono nato nel 1996 e proviamo a concentrare il nostro sguardo su questa “graziosa flatulenza di tempo” della storia dell’umanità. Diciamo che sono il “mio personale sempre”. Dato che non sono così egocentrico, partiamo da qualche anno prima.
Smanettando i dati dal 1991 ad oggi del dataset ERA5 sullo stress termico ricontestualizziamo questi Guinness World Record del 2026, che hanno spezzato ogni indicatore.
Ad esempio, nel periodo 2020-2025 abbiamo visto altri “campioni” di questo sport con le loro ondate di calore di tutto rispetto. L’estate 2025 anche se è stata “illusoriamente” più fresca ha comunque registrato in media 65 giorni di forte stress termico per città, 15 in più della norma. Il 2023 detiene ancora due record: il picco di estensione territoriale della serie con fino al 91% del territorio in forte stress termico e il caso più forte di caldo prolungato in autunno con un caldo percepito di 5,8 °C sopra la norma nei primi dieci giorni di ottobre. Nel 2022 invece c’è stato il nuovo record, dopo 19 anni, di 75,1 giorni di forte stress termico. Insomma, un quinquennio che ha collettivizzato il caldo estremo, anche se il mio cervello ha cancellato completamente come ho vissuto queste estati. O forse è colpa degli aperitivi…
Per andare a cercare un’estate più fresca dobbiamo tornare al 2014, l’ultima vera tregua nella crisi climatica estiva. Il 2015, tra l’altro anno in cui è stato siglato l’Accordo di Parigi, ha segnato il punto in cui la serie statistica cambia e inizia a registrare una serie di estati tutte superiori alla norma. Basterà aspettare il 2017 per toccare il picco più alto di tutta la serie, ancora imbattuto: 38,9 °C di temperatura percepita, in media su tutta Italia. Già su questo qualcuno dirà che è normale per alcune parti d’Italia, ma il dato è una media su tutto il territorio, quindi, è un obiezione che non regge. Semplicemente, il dato è drammatico.
Già così parliamo di una serie di 10 anni che non basterebbero a farmi dire che è stato sempre così. Però basta per declinare il “da sempre” di chi è nato nel 2010 e adesso frequenta le scuole superiori.
Continuando il nostro viaggio a ritroso abbiamo come date fondamentali il 2003, l’estate eccezionale che deve aspettare il 2022 per essere messa in pensione, e il 1994, unico anno degli anni ‘90 con dei valori vicini a quelli di oggi e 58 giorni di forte stress termico. D’altronde si sudava anche per Tangentopoli e la discesa in campo di Berlusconi detto “il necromante”.
Anche se vogliamo continuare a dirci che “ha sempre fatto caldo”, la verità è che farà sempre più caldo. Chissà quale sarà la prossima estate più calda su cui mi troverò a scrivere una Lettera nella crisi climatica.
Se questa serie statistica ci sembra confermare che il mondo in cui viviamo è sempre più caldo, ci sono alcuni segnali che potremmo cogliere ed esplorare più avanti. Una cosa che mi ha colpito è che le estati con più giorni di caldo sono anche quelle con più notti tropicali, le ondate di calore non ci danno neanche tregua quando dormiamo dando all’estate quelle caratteristiche sensazioni di sudore e velivoli rombanti non identificati nelle orecchie. Allo stesso tempo sembra, con un legame più moderato, che le estati che iniziano presto e quelle che finiscono tardi si attestino spesso tra quelle più calde.
In un mondo dove una “normale estate italiana” è più calda di qualsiasi estate degli anni ‘90, dovremmo interrogarci qual è il diverso effetto tra i territori di un caldo così egemonico. Non dimentichiamoci comunque che il record del 2003 è durato ben 19 anni, mentre quello del 2022 è stato spodestato nel giro di 4.
Le aree interne restano genericamente più fresche, ma dal 2007 la distanza dai centri si sta riducendo: anche lì i giorni di stress termico crescono e, in proporzione, più che nei centri. Guardando in generale alle regioni, la crescita più rapida nel numero di giorni con stress da calore si registra invece in regioni come Calabria e Sicilia (+10 giorni ogni decennio, secondo la tendenza 1991-2025), Campania (+9,4), Basilicata (+9,3) e Lazio (+9,2). Luoghi dove potrebbero esserci più difficoltà per la popolazione ad affrontare il raffrescamento, a raggiungere un presidio sanitario in caso di colpo di calore o con un’elevata percentuale di lavori all’aperto.
Mettere in “geografia” le disuguaglianze di caldo non è semplice vediamole come delle possibili ipotesi su cui riflettere. Ciononostante, è triste iniziare a pensare che chi come me è nato nel 1996, ha avuto un’infanzia fino al 2005 con circa 45 giorni di stress termico in estate, con il solo anno record del 2003, mentre chi è nato vent’anni dopo ne ha vissuti circa 64 tra il 2016 e il 2025. Cosa ci aspetterà per il futuro?
La nuova faccia del negazionismo climatico
Come ci diciamo spesso, abbiamo un rapporto strettamente personale e intimo con la crisi climatica. Dato che siamo in vista del “Lucca Comics & Games” potrei dire che in quella fiera ha sempre piovuto, il problema però è quando piove così forte da generare un enorme allagamento di tutta la piana di Campi Bisenzio come nel 2023 (io c’ero a Lucca!). Chissà come sarà quest’anno, ve lo farò sapere.
Eventi come l’alluvione di Campi Bisenzio o la tromba d’aria che ha colpito il mio quartiere a Roma ad inizio estate hanno spesso grandi difficoltà ad essere comprese dall’opinione pubblica. Anche se l’estensione può coinvolgere un’area molto grande ci saranno persone più o meno colpite, persone che possono riprendersi e persone che magari manco sanno cosa è successo. Con il caldo però c’è qualcosa di più trasversale. Non possiamo ignorarlo anche se tutti sentiamo i suoi effetti in modo diverso.
Con l’estate record del 2026, ad esempio, è successo qualcosa di molto particolare nel Regno Unito. Molte più persone dicono di aver vissuto direttamente le ondate di calore (il 74%, contro il 46% di prima dell’estate) e cresce chi indica il caldo estremo come il più urgente tra gli effetti dei cambiamenti climatici (dal 36% dell’ottobre 2024 al 62%). La preoccupazione relativa ai cambiamenti climatici si attesta al 65% degli intervistati. Parallelamente sale leggermente il sostegno alle politiche climatiche e poco più della metà dei britannici chiede un maggiore impegno da parte del governo e delle imprese. Il 27% contrario agli obiettivi net zero, però, non cambia idea perché legge gli effetti dei cambiamenti climatici secondo la propria visione del mondo.
Ritornando agli affarucci del nostro Paese, un risultato per certi versi analogo, possiamo rinvenirlo nello studio commissionato dal Climate Opinion Research Exchange (CORE) a YouGov a fine agosto 2026. Se in tutta Europa le condizioni meteorologiche estreme dell’estate 2026 hanno riportato il cambiamento climatico tra le principali preoccupazioni dell’opinione pubblica ai livelli più alti degli ultimi anni, pur senza tornare al picco del 2019-2021 (grande coda provocata dalle mobilitazioni dei Fridays For Future), l’81% degli italiani si dice preoccupato per la crisi climatica e tra questi il 37% è molto preoccupato. Se ci ricordiamo del vecchio caro negazionismo invece possiamo dire che in Italia ben l’85% ritiene probabile che le ondate di calore dell’estate 2026 siano legate ai cambiamenti climatici, mentre solo il 12% liquida la faccenda con il motto “è estate, ha sempre fatto caldo”.
Un altro dato interessante che ci dà il polso della crisi climatica all’italiana riguarda la politica. Nel nostro Paese un politico che nega attivamente il cambiamento climatico o che afferma che dobbiamo solo adattarci alla crisi climatica raccoglierebbe un saldo negativo tra giudizi positivi e negativi (-67 se nega e -57 se spinge solo per l’adattamento). Allo stesso modo però chi sostiene l’esistenza dei cambiamenti climatici e che bisogna andare più piano perché le politiche climatiche costano troppo ottiene un saldo positivo di +7. A ben vedere si tratta di una dialettica molto simile a quella impostata dal Governo Meloni in questo suo primo mandato e, in generale, a quella del negazionismo del 2026.
Il Center for Countering Digital Harm (CCDH) ha utilizzato un modello di intelligenza artificiale per analizzare oltre 12 mila video pubblicati tra il gennaio 2018 e settembre 2023 da 96 canali YouTube noti per i contenuti negazionisti. Il risultato della ricerca è raccolto nel report “The New Climate Denial” che, con un’accuratezza del 78%, traccia le possibili direzioni su cui viaggia il nuovo negazionismo. Tra il 2018 e il 2023, sul totale delle affermazioni, quelle del nuovo negazionismo sono passate dal 35% al 70%, mentre quelle più classiche sono scese dal 65% al 30%.
Il pattern utilizzato dal nuovo negazionismo trova la sua trazione principale nell’affermare che le soluzioni proposte non funzionano e quindi mira a screditare il valore dell’energia rinnovabile, a insistere sul fatto che le politiche climatiche fanno più danni di quelli che risolvono e che gli scienziati, insieme ai movimenti per il clima, sono inaffidabili. Restano invece quasi stabili le affermazioni che negano la responsabilità umana nei cambiamenti climatici o che ne minimizzano gli impatti. La frase “il riscaldamento globale non esiste” ha invece visto un crollo netto del -34,3%.
Lo studio ha numerosi limiti, tra cui quello di aver analizzato canali YouTube prevalentemente anglofoni e già noti come negazionisti, ma non penso sia tanto distante dalla realtà. A ben vedere una frase come quella di La Russa “ci abitueremo al clima caraibico” rientra nella minimizzazione degli impatti, mentre Vannacci nel suo “Mondo al contrario” maltratta numerosi alberi trasformati in carta per affermare che l’ambientalismo è incapace di offrire soluzioni “realistiche o pragmatiche” e concentrato nel diffondere paura per scenari apocalittici.
Letti con i dati raccolti da YouGov dopo questa atroce estate, poi, la fotografia diventa più nitida: il nuovo negazionismo fa leva sulle questioni più immediate e vicine alle persone, semplificando e tutelando degli interessi che sono spesso economici. L’ambientalismo e le “follie green” sono visti come ospiti rumorosi che disturbano il profitto di chi ha potere e come un fastidio per il benessere di chi non ne ha. Un’intersezione fatale mi viene da dire.
Una persona di Voghera, tanto per riciclare questa espressione amata dal giornalismo, non attribuisce il caro bollette alle politiche climatiche (siamo al 13% secondo lo studio commissionato a YouGov), lo attribuisce in misura maggiore al prezzo del gas e la guerra (51%) o alla dipendenza dall’estero (49%). Il salto logico però si siede proprio qui perché, se ci pensi un po’ su, parla con quanto stiamo assistendo in questi giorni. Le persone non incolpano le politiche climatiche per l’aumento delle bollette, eppure parte delle proteste per il caro carburante sembrerebbero intercettare del malcontento verso le politiche green europee.
Le proteste del 17 ottobre 2026 passeranno alla storia come un momento storico di questo autunno caldo, così come quelle degli agricoltori e autotrasportatori. Soprattutto queste ultime, se recuperiamo la memoria del 2024, trovavano un nemico nella Politica agricola comune europea, vista come un estremismo ambientalista, e nella Carbon Tax che avrebbe portato le multinazionali degli idrocarburi ad aumentare il prezzo della benzina. Il tema è ovviamente complesso ma parla con semplicità ai problemi delle persone.
Se poi ci aggiungiamo che solamente il 12% liquida i cambiamenti climatici con un “è sempre stato così” dovremmo forse chiederci quanto potere e spazio occupano queste voci rispetto alla maggioranza. Quanto valore ha la voce di chi non deve aspettare un’estate torrida per essere unto e puzzare di sudore per andare in radio e sparare a zero contro gli ambientalisti, i manifestanti e il politicamente corretto? Quanto, poi, questi personaggi sono funzionali a chi detiene il potere?
Le zanzare d’autunno
So di aver riversato troppe domande e riflessioni in queste pagine ma ho molte zanzare che mi frullano intorno. Una zanzara mi ricorda le mie innumerevoli preoccupazioni sul lavoro, un’altra mi chiede se effettivamente avrò ancora un lavoro alla fine dell’anno e un’altra ancora le innumerevoli preoccupazioni per un futuro sempre più sbiadito tra le prossime elezioni e una crisi climatica sempre più feroce. Tutti pensieri che in un modo o nell’altro mi sembrano fuori stagione. Tra i ronzii che si fanno sempre più forti c’è spazio anche per quello di un Paese sempre più propenso a dividere, razzializzare e decidere chi è giusto o sbagliato per questo nuovo ordine istituzionalizzato.
Alla fine di ogni estate ormai ci ritroviamo su queste lettere per comporre un bilancio. Nel 2024, in una metro milanese senza aria condizionata, avevo origliato una signora di ottant’anni sussurrare alla figlia “in passato non faceva tutto questo caldo, così si muore”. Quasi come un’eco poco più tardi un’altra ragazza, di molti anni più giovane, sembra proseguire il discorso dicendo “chissà dove andremo a finire se continuiamo a non fare nulla”. Due anni più tardi la situazione non sembra delle migliori.
La crisi climatica sembra essere sempre più una questione personale in una società frammentata che ha smesso di parlarsi. L’anno scorso è toccato a Massimo Casanova, gestore del famigerato Papeete ed ex europarlamentare della Lega. Dopo una tempesta che ha colpito Milano Marittima ha dovuto riconoscere pubblicamente che il cambiamento climatico “è un problema serio”. Nel mentre il partito a cui ha passato innumerevoli cocktail estivi, ubriaco di potere, ha preso in giro i “gretini” e iniziato a smontare il Green Deal pezzo dopo pezzo. Oramai non è manco raro vedere l’eurodeputata Silvia Sardone in prima serata a sparare a zero sulle politiche climatiche europee.
Sono i simboli dei tempi che corrono, di un dibattito politico che si è spostato dalla necessità di intervenire al costo e ai tempi con cui intervenire. Un tempo che sempre più frequentemente viene determinato “giusto” dai grossi gruppi economici, mica da noi.
Da buon romano sono cresciuto col mito dell’ottobrata che col suo tepore portava la gioia della vendemmia e delle gite fuori porta. Erano poche giornate soleggiate nel mezzo di un autunno decisamente più freddo rispetto ad oggi e dove sembravano splendere le tonalità gialle e arancioni della stagione. Ora tra queste zanzare autunnali e il caldo atipico con temperature percepite tra fine settembre e il 10 ottobre in media superiori di +4°C o +5°C mi chiedo: qual è la nuova normalità dettata nella crisi climatica e come interagisce con la nostra società? E soprattutto perché i ronzii televisivi continuano a ignorare i disastri causati dal meteo a Trapani o a Napoli in uno degli autunni più caldi degli ultimi anni?
Un autunno caldo a cui concedo un ultimo ronzio prima di salutarti. Il prossimo 9 novembre ritorneranno i negoziati per il clima, la COP31 di Antalya si svolgerà in uno scenario geopolitico sconvolto dalla guerra e da quello stretto del potere che è Hormuz, con gli strascici di un’estate caldissima e un Nepal pronto a chiedere i risarcimenti dopo il disastro climatico a cui abbiamo assistito tutte e tutti. Dei negoziati per il clima sui generis, ospitati dalla Turchia ma con una presidenza condivisa con l’Australia frutto del compromesso raggiunto l’anno scorso dopo un lungo braccio di ferro tra i due Paesi. Non si aspettano grandi risultati formali e la frustrazione tra gli stati parte della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) sembra essere più alta del solito.
Chissà con quali altre zanzare dovremmo imparare a convivere per una nuova normalità imposta da chi ha potere… Chissà se il mondo avrà la forza di rinascere dalle proprie macerie, magari con una speranza nata tra i vetri rotti di una vetrina e delle bici in fiamme.
E quali sono le tue zanzare autunnali? Cosa ti sta dando pià fastidio in questi giorni? Magari è qualcosa che hai letto, hai intercettato mentre scrollavi o ti è capitata mentre ti barcamenavi tra le tue faccende.
Come sempre ti leggo nei commenti e ti ricordo che Lettere nella crisi climatica nasce come un progetto collaborativo. Per curare questo spazio vorrei conoscerti meglio, sapere cosa pensi di questo progetto e conoscere di cosa vuoi parlare.
Da quando ho iniziato a scrivere queste Lettere cerco di riprodurre quelle belle conversazioni davanti a una birra o un caffé, un’occasione per parlare dei temi che ci stanno a cuore, delle cose che ci fanno arrabbiare, di come vediamo la società di oggi oppure di quello che ci ha lasciato l’ultimo film, videogioco, libro o fumetto.
Vorrei davvero creare una community insieme a te e per aiutarci puoi iniziare a partecipare compilando questo questionario.







