MUPA, bevenut* nel 2148
Il Museo del patriarcato arriva dal futuro per raccontare la nostra attuale e quotidiana società patriarcale
Il Museo del patriarcato (MUPA) è stato portato da ActionAid Italia direttamente dal 2148, l’anno in cui il Global Gender Gap Report del 2025 si immagina che sarà raggiunta la piena parità di genere. Ben 123 anni di attesa.
Prima a Roma dal 20 al 25 Novembre 2025 negli spazi di AlbumArte, poi a Milano dal 7 al 21 marzo 2026 alla Fabbrica del Vapore, questa attesa si è fatta più breve e calpestando il patriarcato si può entrare in un’esposizione in cui usiamo la macchina del tempo per viaggiare nel futuro in un’epoca in cui la società patriarcale è solo un brutto ricordo da archiviare nel museo.
Purtroppo però, quella che viene raccontato al MUPA non è un lontano ricordo ma la quotidianità che viviamo tutte e tutti e che continua a caratterizzare la società nella crisi climatica.
Cosa è il Museo del Patriarcato (MUPA)?
Il Museo del Patriarcato (MUPA) è un iniziativa di prevenzione primaria che ci porta in uno scenario futuro dove il nostro presente viene trattato alla stregua del passato. All’interno però non ci sono busti di imperatori o reperti degli etruschi, ma oggetti che raccontano la vita quotidiana del 2025: un libro di testo in cui la mamma può tramontare, immagini personali condivise senza consenso o un trittico di pugni sulle ante.
Per le persone che abitano il 2148 si spera che tutto questo sia solo la testimonianza di un’era di “orrori ed errori” come quando talvolta in un museo ci imbattiamo in qualche strana macchina di tortura del passato però il MUPA è pensato per noi in modo da iniziare un percorso di presa di coscienza collettiva.
Nel Museo del Patriarcato possiamo vedere la rappresentazione dei dati statistici in opere in grado di costruire una memoria storica e vedere quello che stiamo vivendo con occhio critico, magari facendo quel famoso passo indietro che ci permette di guardare la fotografia complessiva della società patriarcale.
C’è qualcosa di profondamente disturbante nell’osservare le nostre “normali” dinamiche quotidiane — dal divario salariale alla gestione del lavoro domestico — che rende il Museo del Patriarcato un’interrogazione brutale che ci costringe a guardare le asimmetrie del presente e come troppi di noi, più o meno consapevolmente, le legittimano.
La domanda infatti non è se queste abitudini siano destinate a finire, ma quanto a lungo ancora saremo disposti a chiamare “civiltà” una struttura sociale fondata sulla discriminazione e sull’oppressione delle soggettività marginalizzate.
Il senso alla base del MUPA è quello di promuovere l’uguaglianza mettendo in discussione le radici culturali del patriarcato, solo così si può prevenire la violenza. D’altronde lo abbiamo visto in scena durante il Festival di Sanremo 2026 quando un giornalista ha tirato fuori la frase “Dietro ogni grande uomo c’è sempre una grande donna“ per dire che non esiste più la società patriarcale, una frase segno di quanto il ruolo della donna sia ristretto ancora entro certi sterotipi e luoghi. Senza contare le numerose donne che hanno raggiunto l’oro in occasione delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina ma che sono state riconosciute solamente per il “loro ruolo di madri”.
Questi due esempi che abbiamo visto nell’arco di un solo mese ci danno uno spunto di come iniziative come il MUPA servono ancora tanto sopratutto se si pensa alla “Piramide della violenza”, una rappresentazione che spiega visivamente perché le leggi punitive non bastano.
Alla base della “Piramide della violenza”, i blocchi che sorreggono l’intera struttura sono comportamenti normalizzati: catcalling, gaslighting, slutshaming, svalutazione, diffusione di foto intime e linguaggi sessisti. Salendo, troviamo il controllo, le minacce e lo stalking, fino all’apice tragico del femminicidio.
Il museo del patriarcato espone tutti questi temi come “reperti” per evidenziare quanto sia assurda la loro persistenza nella nostra società. La stabilità dei numeri dei femminicidi dimostra inoltre che, senza un’azione sulle radici culturali — ovvero senza smantellare la base della piramide — l’apice continuerà a rigenerarsi impedendo alle donne di essere libere da ogni tipo di violenza.
Il report perchè “Perchè non accada: La prevenzione primaria come politica di cambiamento strutturale”
Il Museo del Patriarcato (MUPA) poggia sulle solide basi del rapporto elaborato da ActionAid Italia “Perchè non accada: La prevenzione primaria come politica di cambiamento strutturale” che evidenza come la violenza sulle donne è l’esito di disuguaglianze strutturali radicate nella vita quotidiana.
Tra le peculiarità di questa ricerca vi è quella di analizzare una “giornata tipo” di ragazze e donne per vedere dove emergono stereotipi e norme di genere che ne condizionano libertà, sicurezza e opportunità di partecipazione allo spazio pubblico. Oltre a ciò viene approfondito il tema della legittimazione e giustificazione della violenza, esplorando opinioni e atteggiamenti di donne e uomini.
Se un certo tipo di cultura ci racconta che “il posto dove una donna ha potere è la casa”, un racconto più realistico ci dice che lo spazio domestico non è un luogo neutro o protetto. Questo spazio, sebbene tradizionalmente percepito come intimo, è dove la divisione diseguale dei ruoli alimenta squilibri di potere che possono sfociare in varie forme di violenza.
Ad oggi il lavoro domestico rimane prevalentemente una questione femminile: il 74% delle donne se ne occupa da sola, a fronte del 40% degli uomini. Il divario è ancora più netto nella cura dei figli, dove il 41% delle madri gestisce tutto da sola contro appena il 10% dei padri. Anche l’assistenza ai genitori ricade maggiormente sulle donne (37% vs 33% degli uomini), con un ricorso minimo a figure retribuite (2%), confermando un modello di cura basato quasi esclusivamente sulla solidarietà familiare femminile.
La situazione tende invece a ribaltarsi quando si parla di gestione finanziaria, con il 51% degli uomini che si occupa da solo le finanze domestiche, contro il 38% delle donne. Questa asimmetria però limita l’autonomia decisionale delle donne e costituisce il terreno fertile per la violenza economica, una forma di controllo spesso tollerata o non riconosciuta.
A tutte e tutti noi capita, o almeno è capitato, di prendere dei trasporti pubblici e chi ha un occhio più attento potrebbe aver notato disuguaglianze e discriminazioni di genere.
Nel report si parla di “mobilità della cura” per descrivere un modello di spostamento prevalentemente femminile in cui le donne effettuano tragitti frammentati, multi-tappa e spesso fuori dalle ore di punta, intrecciando lavoro, gestione domestica e assistenza ai familiari con il relativo allungamento dei tempi di percorrenza e la maggiore esposizione a disagi. Al contrario il modello maschile resta più vicino al pendolarismo tradizionale, con spostamenti più lunghi, lineari e sistematici, prevalentemente orientati al lavoro e concentrati nelle ore di punta.
In questo contesto l’insicurezza sui mezzi pubblici nella ricerca “Perchè non accada” diventa un indicatore critico delle disparità sociali che ci segnala che il 32% delle donne dichiara di aver avuto paura almeno una volta, contro il 19% degli uomini. Tra le giovani della Gen Z, la percentuale di chi prova timore o evita i mezzi sale drasticamente al 65,5%. L’intersezionalità ci restituisce inoltre che la paura è più diffusa tra le persone non eterosessuali (50% delle donne non etero vs 43% etero) e tra le persone con disabilità, le quali percepiscono l’insicurezza a causa di barriere materiali e organizzative.
La percezione della sicurezza ha però un forte radicamento culturale in cui alle donne non viene garantito il diritto ad essere libere dalla violenza, anzi la loro sicurezza è spesso una condizione subordinata a vincoli esterni. Il 25% del campione ritiene che una donna sia al sicuro solo se accompagnata mentre il 40% lega la sicurezza esclusivamente alla luce del giorno.
Questa percezione, che ci parla della società patriarcale, si riflette nella programmazione della mobilità in Italia normalizzando la limitazione dell’autonomia femminile. La stessa progettazione delle politiche della pianificazione urbana e dei trasporti non tengono conto dei bisogni, delle modalità d’utilizzo e delle necessita delle donne.
Allo stesso modo gli spazi pubblici e urbani sono progettati e gestiti secondo standard che rispondono alle esigenze di un “uomo medio”, risultando escludenti per le donne e altre soggettività. Gli uomini li frequentano più delle donne (49% contro 44% giornalmente o più volte a settimana) e la partecipazione femminile cala drasticamente con l’età, passando dal 62% della Gen Z a solo il 30% tra le Boomers.
La percezione di insicurezza rappresenta in questo caso una barriera strutturale all’uso dello spazio pubblico. Il 52% delle donne dichiara di aver provato paura, (contro il 35% degli uomini) con un picco allarmante tra le ragazze della Gen Z, dove il 79% si sente insicura. Si crea cosi una sorta di “geografia della paura dello spazio urbano” in cui le donne tendono a evitare determinate strade o orari serali, ridisegnando la propria mappa urbana in base al rischio percepito di molestie o violenze. Ciò non fa altro che limitare il diritto delle donne ad “abitare” la propria città.
Eppure dei modelli nazionali e internazionali esistono per ripensare le città attraverso gli occhi delle donne o di qualsiasi altra soggettività marginalizzata. A Vienna, attraverso il progetto Frauen-Werk-Stadt, e ad Umeå il genere è stato integrato nella progettazione di illuminzione, tunnel e spazi verdi. In Italia vi sono invece le esperienze del Milan Gender Atlas e delle Mappe di Genere di Bologna che usano i dati disaggregati per ripensare la città con lo sguardo delle donne.
Le asimmetrie di potere e le disuguaglianze però non si fermano al solo spazio fisico e, in un mondo che ancora si interroga sul fattore umano dietro le Intelligenze Artificiali, dobbiamo prendere in considerazione anche il mondo digitale.
Nel report “Perchè non accada” si nota che la personalizzazione dei contenuti online non è percepita come neutrale: il 74% della popolazione riconosce che i social media e la pubblicità profilano i contenuti in base al genere. Viene poi notato come gli algoritmi ripropongano modelli rigidi legati alla bellezza, alla cura e a ruoli sociali tradizionali.
Lo spazio digitale è il luogo dove ad oggi sta accadendo qualcosa che andrebbe compreso meglio. Vi è una “doppia faccia” del web e dei social media in cui il 61% del campione riconosce che online circola ancora l’idea di attività “più adatte” a un genere, ma allo stesso tempo il 65% delle donne (contro il 58% degli uomini) trova nel digitale spunti critici per riflettere sulle disuguaglianze.
Il digitale ancora oggi viene però vissuto come uno spazio di esposizione al rischio, dove il 40% degli utenti teme di ricevere reazioni sessiste.
Il 59,3% delle giovani donne della Gen Z coinvolte dichiara timore di subire attacchi sessisti online. La paura cresce significativamente tra le persone non eterosessuali (50% delle donne e 54,5% degli uomini Gay, Bisex, Transgender, Queer) e tra le persone con disabilità, le quali percepiscono una maggiore fragilità rispetto ai modelli di “perfezione” o “mascolinità tradizionale” dominanti in rete.
In generale nel report “Perché non accada” viene mostrato come esiste un forte senza di mancata rappresentazione nei social media e di come un gran numero di persone si senta svalutata dai contenuti digitali.
Il Global Gender Gap Report del 2025
La data del 2148 è stata scelta da ActionAid Italia come data simbolo risultato del calcolo matematico spietato del Global Gender Gap Report 2025 del World Economic Forum (WEF), il Forum economico mondiale che ogni inverno riunisce le economie mondiali per parlare delle questioni più urgenti che il mondo si trova ad affrontare.
Il Global Gender Gap Report 2025 ci descrive uno scenario in cui, al ritmo attuale, serviranno ancora 123 anni per raggiungere la piena parità di genere. La stima è il risultato di un’analisi costante condotta su un campione di 100 economie monitorate dal 2006, che oggi registrano un gap chiuso al 69,0% e un progresso annuale che si stima essere pari ai 0,3 punti percentuali.
I progressi più lenti a livello mondiale, nonostante sia sta l’area che ha mostrato più dinamismo dal 2006 con un progresso di 9 punti percentuali, si hanno sull’emancipazione politica. Se si tiene conto solo di questo settore, l’abolizione del patriarcato si avrà nel 2187. Tra ben 162 anni.
Per quanto riguarda la sfera economica, il gap è chiuso al 61,0% a causa di una persistente segregazione occupazionale orizzontale. Spesso le donne sono concentrate in settori “people-centric” e sottopagate come ad esempio l’ambito sanitario e l’istruzione. Accanto a questo vi è il diritto alla salute delle donne, anche se il gap è chiuso al 96% la speranza di vita in salute per le donne sta declinando rispetto agli uomini suggerendo che le strutture di benessere stanno diventando obsolete.
Il paradosso nel progresso verso la parità di genere secondo il Global Gender Gap Report 2025 si vede però nell’istruzione e nell’analisi delle nuove generazioni. In questo caso il problema è da vedere nelle radici culturali dove, nonostante l’accesso all’istruzione ha un gap quasi chiuso (parliamo del 95%), anocra si fa fatica a tradurre i progressi in leadership femminile.
Dal punto di vista intergenerazionale, la Gen Z e i Late Millenials a livello mondiale rappresentano quasi la metà della forza lavoro e portano con sè un capitale educativo senza precedenti. Senza contare che in 109 paesi le donne superano gli uomini nelle iscrizioni universitarie.
Sotto questo punto di vista il Global Gender Gap Report 2025 nota il fenomeno del “drop-to-the-top” (o leaky pipeline): nonostante l’eccellenza accademica, solo il 29,5% dei manager senior con un elevato grado di istruzione sono donne.
Come anche evidenziato dal report di ActionAid Italia “Perché non accada” e dal Museo del patriarcato, questo scollamento si basa su barriere strutturali, pregiudizi e dinamiche profondamente culturali. In particolare anche il Global Gender Gap Report 2025 evidenzia un distacco critico tra l’ambizione legislativa per raggiungere la parità di genere e la realtà operativa. Si tratta di quello che la Banca Mondiale ha più volte definito “implementation gap”, ossia il divario tra gli obiettivi di alto livello e i risultati concreti effettivamente ottenuti.
Vi è però il rischio che il 2148 diventi una data “ottimistica” per l’apertura del MUPA nel futuro dato un contesto mondiale caratterizzato dalla frammentazione die mercati, guerre in aree critiche del sistema mondo e l’ascesa delle Intelligenze Artificiali generative. In questo contesto però le donne affrontano dei rischi specifici per quanto riguarda il raggiungimento della parità di genere.
Nelle economie a basso reddito, il 72% delle lavoratrici è impiegato in settori di “tradable merchandise“ (agricoltura e manifattura orientata all’export). Una contrazione del commercio globale dell’1% potrebbe distruggere 4,5 milioni di posti di lavoro femminili. Nelle economie più digitalizzate invece l’automazione rischia di colpire ruoli dove la presenza femminile è predominante, trasformando conquiste decennali in “reperti” di un benessere perduto. Perchè il problema non è tanto se l’intelligenza artificiale ci ruberà lavori noiosi o che non vogliamo fare ma a chi verrà sottratto il reddito, cosa verrà fatto per garantire il loro futuro e in definitiva che tipo di società vogliamo essere.
La Generazioni di fronte alla società patriarcale
La società nella crisi climatica si trova però a fronteggiare diversi “backlash” rispetto a quanto ottenuto dopo tanti anni di lotte e rivendicazioni, questo accade anche per quanto riguarda il riguarda la parità di genere e l’eliminazione della violenza sulle donne.
Questi “contraccolpi” hanno però una legittimazione culturale per cui occorre chiedersi quali sono le opinioni delle diverse generazioni di fronte alla società società patriarcale. Una domanda sempre più fondamentale per decidere quale tipo di società vogliamo essere e come arriveremo realmente al traguardo del 2148.
In questo caso il report “Perchè non accada” ha cercato di ricostruire un profilo delle diverse generazioni.
La Generazione dei Boomers
Tra i Boomers troviamo le “sopravvisute al dovere”, storie di donne che hanno retto sulle proprie spalle famiglie, comunità e sistemi di cura per decenni. Si tratta di tutte quelle donne che, per un motivo o per un altro, sono il simbolo della frase “Dietro ogni grande uomo c’è sempre una grande donna“.
Le donne della generazione dei Boomers hanno garantito la stabilità con un forza silenziosa e una libertà relativa ma per questo riconoscono la violenza culturale che hanno imparatato a normalizzare, forse anche grazie alla propria lontananza dal digitale se paragonate alle generazioni più giovani. Le donne Boomers sono coloro che hanno comunque aperto la strada al cambiamento, spesso senza poterla percorrere fino in fondo.
Gli uomini Boomers sono invece coloro che storicamente hanno rivestito il ruolo di “custodi delle diseguaglianze”, depositari del potere domestico e simbolico che vedono le controllo una forma di cura e nell’ordine una virtù.
Per gli uomini Boomers le gerarchie e i ruoli sono il fondamento della convivenza, legittimando così la persistenza del dominio maschile. Non è troppo lontano da quello che una volta Roberto Vannacci cercò di affermare con la frase “il patriarcato protegge le donne” o con tante sue posizioni contenute nel libro “Il mondo al contrario”.
L’uomo Boomers è ancora il portavoce di un modello patriarcale diffuso cercando di perpetuare un equilibrio tra casa, politica e cultura che gli permetta di avere potere e centralità. Tra l’altro dichiarandosi contrari alla violenza anche quando la ri/producono.
La Generazione X
La Generazione X è quella che ha raccolto il peso delle generazioni precedenti e, in particolare le donne, hanno cercato di trasformare il “dovere” delle madri in competenza, affidabilità e senso di responsabilità.
La donne della Generazione X sono diventate le famose “mamme multitasking” diviste tra lavoro, prole e genitori. Gestiscono tutto con lucidità e disincanto, consapeboli e critici, ma ancora ingabbiate nell’idea che la dedizione sia misura del valore femminile. Sono un ponte tra emancipazione e tradizione, hanno vissuto l’ingresso nel lavoro come rivoluzione senza però un reale riequilibrio dei ruoli. Purtroppo stanno iniziando a sentire di non avere più tempo per cambiare davvero le regole.
Gli uomini della Generazione X sono invece quelli che si percepiscono aperti e moderni ma restano ancorati a un’idea di equilibrio che preserva il potere maschile. Convinti che il sistema sia neutro e l’uguaglianza ormai raggiunta, difendono, spesso senza accorgersene, la continuità di un modello che li favorisce.
Se da una parte si descrivono come “meritocratici”, dall’altra occupano spazi e decisioni con automatismo e riproducono gerarchie domestiche, lavorative e culturali. Per questo continuano a rappresentare quel “maschile” ancora oggi “metro con cui tutto viene misurato”.
I Millenials
Le Millenials sono coloro che invece hanno trasformato l’idea di uguaglianza in impegno quotidiano in un mondo che però le chiede ancora dedizione al lavoro e alla cura.
L’autonomia delle donne Millenials è reale ma faticosa, per questo sono consumate e stanche. La loro autonomia è sostenuta più dalla resilienza che da un cambiamento collettivo, portando il doppio carico della vita pubblica e privata, in case e città ancora pensate al maschile. Ciò si somma a un sistema che le celebra per la capacità di “fare tutto”, invece di condividere il peso.
Gli uomini Millenials invece sono la prima generazione di uomini che si avvicinano alla genitorialità e alla vita domestica con intenzioni paritarie pur essendo ancora frenati da vincoli culturali e strutturali.
Gli uomini Millenials desiderano distinguersi dai propri padri ma restano imprigionati in modelli sociali che premiano la produttività e penalizzano la cura. Anche in questo caso, gli uomini Millenials vivono l’uguaglianza come realtà raggiunta ma ne riproducono incosapevolemente i confini, tendendo a condivdere i carichi senza però rinunicare ai vantaggi del privilegio.
La Gen Z, dove avviene la rottura
La Generazione Z è laddove sta avvenendo qualcosa di “rottura” rispetto alla società patriarcale e al dialogo “intra-generazionale”. Se le giovani donne della Generazione Z sono consapevoli e attive, gli uomini sembrano molto più spaccati rispetto alle generazioni precedenti.
Le giovani donne della Generazione Z sono cresciute in una cultura che promette uguaglianza ma le tradisce, per questo sono divenute protagoniste nella rivendicazione di spazi liberi da disuguaglianze e stereotipi.
Le donne della Generazione Z trasformano la consapevolezza in azione: alfabetizzate al digitale, capaci di nominare la violenza e riconoscere le forme del controllo, ma talvolta inclini a giustificarne alcune manifestazioni o a normalizzarle nella vita quotidiana e nelle relazioni affettive.
Gli uomini della Generazione Z sono invece più aperti e sensibili dei padri ma ancora legati ai modelli maschili. Anche se riconoscono le disuguaglianze, ancora faticano a mettere in discussione i vantaggi che ne derivano.
Gli uomini della Generazione Z sono divisi tre due mondi perchè curiosi e consapevoli ma timorosi di perdere centralità. Per questo condividono più responsabilità senza però modificare davvero le regole o, talvolta, giustificando e legittimando la violenza.
Ogni volta che cambia un sistema di potere dobbiamo ricordare che si generano dei momenti polarizzazione e scontro. I famosi “status quo” sono spesso sistemi legittimati sull’oppressione di soggettività marginalizzate venduti per “stabilità”. Dal momento in cui cerchi di cambiare la struttura di potere è forse inevitabile che si creino delle polarizzazioni tra chi non vuole perdere potere e chi invece vuole quel cambiamento, condividendone quindi le motivazioni.
Questa dinamica nella Generazione Z e, in particolare, tra gli uomini sembrerebbe che sia stata fotografata dall’indagine internazionale in collaborazione con il Global Institute for Women’s Leadership del King’s College di Londra.
L’indagine racconta di una crescente percezione di conflitto, il 51% delle persone percepisce tensioni tra uomini e donne nel proprio Paese, e che questa percezione è guidata dalle nuove generazioni: la Gen Z l’avverte in misura molto maggiore (59%) rispetto ai Baby Boomers (40%).
Se si guarda alla dimensione “intra-generazionale”, esiste un forte divario d’opinione all’interno della stessa Gen Z: gli uomini sono molto più propensi delle coetanee a pensare che un uomo che resta a casa con i figli sia “meno uomo” e che gli sforzi per l’uguaglianza stiano discriminando gli uomini.
Molti uomini della Gen Z alimentano quindi quella percezione di “discriminazione maschile” e affermano che per quanto riguarda la concessione di uguali diritti, si sia ormai “andati abbastanza lontano”.
Nel prossimo futuro e in un contesto in cui numerose community digitali maschiliste e dichiaratamente anti-femministe nascono dando vita alla “Manosfera”, occorrerà prestare attenzione all’emergere di questa “resistenza culturale” che si sta diffondendo specialmente tra gli uomini della Generazione Z.
Ridisegnare la società nella crisi climatica: guardare la futuro con gli occhi del passato
Il Museo del patriarcato (MUPA) ci insegna che il patriarcato non è una cosa astratta e che abita la nostra quotidianità e nei silenzi davanti alle violenze, online e offline.
Il patriarcato però non finirà da solo in un museo, va decostruito pezzo per pezzo in ogni ambito. L’iniziativa del Museo del patriarcato (MUPA) è per questo un importante esperimento i prevenzione primaria in cui si vuole denunciare il patriarcato, rendere consapevoli tutte e tutti ma anche guardare criticamente la nostra realtà.
Il Museo del patriarcato (MUPA) è anche un esercizio di studio di futuro perchè ci invita a guarda al futuro che vogliamo, un futuro senza patriarcato, e a vedere cosa dovremmo eliminare per arrivare a quel risultato. È guardare la nostra normalità con gli occhi di chi, nel 2148, studierà il nostro presente come una preistoria dei diritti.
La verità scomoda è che quel futuro comincia (o non comincia) da noi. Ogni volta che lasciamo passare una battuta sessista, una distribuzione del lavoro di cura data per scontata, una politica neutra solo sulla carta, stiamo aggiungendo un nuovo reperto alle teche del museo del patriarcato. Ogni volta che le mettiamo in discussione, invece, spostiamo un centimetro più avanti la linea del possibile.
Allora la domanda, a questo punto, è inevitabile: cosa nella tua quotidianità vorresti un giorno vedere in un museo perchè è finalmente un reperto del passato? E poi fammi sapere se hai vissuto gli spazi del Museo del Patriarcato (MUPA) e cosa ne pensi!
Ogni cuoricino, condivisione e segnalazione ad un amica o un amico permette a questo progetto di crescere. Non dimenticare di supportare Lettere nella crisi climatica :)






