La giustizia di riconoscimento è una di quelle dimensioni che va a costruire il concetto più ampio di giustizia climatica. Si tratta di una dimensione fondamentale per capire chi davvero conta nella crisi climatica e quali sono le differenze tra chi ha una forte influenza sul pianeta che abitiamo e chi neanche viene “riconosciuto”.
È come indossare il mantello dell’invisibilità di Harry Potter. Il maghetto si nascondeva sotto un velo e continuava ad esistere, muoversi e ad avere bisogni. Semplicemente non veniva visto. Al di fuori del mondo della magia però milioni di babbani sono invisibili senza l’intervento della penna della Rowling (che penso già da sola vorrebbe tenere invisibili le esistenze delle persone transgender!). Penso alle aziende agricole della Romagna colpite dalle frane sull’Appennino durante l’alluvione del 2023, rimaste escluse dai sistemi di sostegno perché la mappatura satellitare valuta meglio le aree allagate rispetto a quelle franate. Oppure alle persone senza fissa dimora, sistematicamente invisibili alle politiche pubbliche.
La giustizia di riconoscimento ci ricorda come il semplice fatto di riconoscere e considerare legittimi bisogni, culture e saperi locali possa fare la differenza nella possibilità di prendere parte a processi politici, economici e culturali e, di conseguenza, nell’essere o meno al margine della società.
Ora vediamo meglio di cosa parliamo e, se ancora non lo fai, non dimenticare di iscriverti a Lettere nella crisi climatica per prendere parte all’esplorazione!
Che cos’è la giustizia di riconoscimento?
La giustizia di riconoscimento nell’ambito della crisi climatica si occupa di riconoscere che persone e comunità, spesso tra le più colpite dai cambiamenti climatici, sono portatrici di diritti, bisogni, conoscenze ed esperienze peculiari e legittime.
Se la giustizia procedurale si occupa di come dare accesso, rappresentanza e influenza nei processi decisionali, la giustizia di riconoscimento è quella parte fondamentale della giustizia climatica che si concentra sul rispetto e la considerazione equa delle diversità. Riconoscere significa determinare chi o cosa viene effettivamente preso in considerazione e, di conseguenza, tutelato nella crisi climatica all’interno delle politiche pubbliche e dei processi decisionali. Per questo dobbiamo vedere come inseparabili giustizia procedurale e giustizia di riconoscimento.
Banalmente non si può tutelare ciò che sistematicamente non si vede (o non si vuole vedere). Trattare un territorio e le persone che vi vivono come un blocco unico finisce per rendere invisibile chi è in maggiore condizione di vulnerabilità, escludendolo di fatto da possibili soluzioni e benefici. Per questi motivi il riconoscimento si pone come principio normativo e funzionale per andare oltre quelle dinamiche di svalutazione istituzionalizzata e invisibilità di persone e comunità storicamente messe al margine.
La giustizia di riconoscimento è così anche una precondizione per far sì che vengano correttamente distribuiti costi e benefici, in linea con i principi della giustizia distributiva, oltre a permettere di riconoscere i danni subiti da determinate comunità in modo che possano essere corretti nel rispetto dei principi tanto cari alla giustizia rigenerativa.
In merito alla giustizia di riconoscimento l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) condivide che il riconoscimento come il rispetto, il coinvolgimento sostanziale e la considerazione equa di valori, culture, prospettive e visioni differenti considerandolo come principio normativo e indicando il mancato riconoscimento come possibile causa di distribuzioni ingiuste e scarsa partecipazione democratica.
Il diritto di contare nella crisi climatica
Nel 2016 è uscito nelle sale cinematografiche “Il diritto di contare”, il cui titolo originale è “Hidden Figures” ed è tratto dall’omonimo libro della scrittrice Margot Lee Shetterly. La storia segue la biografia di tre matematiche, donne ed afroamericane che negli anni sessanta, epoca di grande sessismo e discriminazioni razziali, hanno contribuito alla risoluzione dei problemi degli ingegneri della NASA durante la corsa allo spazio.
Ciò che racconta Margot Lee Shetterly è uno degli esempi di come persone appartenenti a comunità razzializzate e discriminate hanno dovuto lottare nel proprio quotidiano per essere riconosciute prima come persone con dei diritti, poi come persone in grado di contribuire a delle soluzioni e infine essere ammesse alle riunioni dove si prendevano delle decisioni. Per questo credo che sia uno di quei casi in cui l’adattamento italiano abbia trovato un titolo azzeccato perché restituisce le diverse sfumature di quello che è il diritto di contare.
Ma cosa significa contare? Chi o cosa è meritevole di contare? E secondo il punto di vista di chi? In filosofia esistono diverse correnti che vanno sotto il cappello della “teoria del riconoscimento” (o recognition justice) che hanno discusso a fondo su cosa significhi il riconoscimento e la lotta per averlo.
In un certo senso riflettere sul “chi conta” significa farsi domande su chi viene contato, considerato e possiede una voce per influire sulle decisioni.
Essere contati significa non essere invisibili: persone, bisogni, danni e territori entrano così in dati, mappe del rischio o priorità pubbliche. Questo però non basta. Il passo successivo è che dall’essere riconosciuti come “presenti” occorre essere riconosciuti come “legittimi”, in grado di poter contribuire alle decisioni o eventualmente di diventare una priorità nel dibattito pubblico. Infine ci sarebbe bisogno che queste voci, soprattutto quelle maggiormente colpite dai cambiamenti climatici, abbiano un’effettiva influenza sulle scelte e possano avere del potere decisionale.

Quando parliamo di “diritto di contare” nella crisi climatica non possiamo fare a meno di guardare al contenzioso climatico, l’insieme delle azioni legali contro gli Stati o soggetti privati per tutelare i diritti umani e l’ambiente dagli effetti dei cambiamenti climatici.
Uno dei casi più importanti guardando al contesto europeo è quello della sentenza della Corte europea dei Diritti Umani “Verein KlimaSeniorinnen Schweiz e altri c. Svizzera” dell’aprile 2024. La Corte europea ha infatti riconosciuto la legittimazione ad agire dell’associazione “Anziane per il clima” e accertato la violazione da parte della Svizzera del diritto alla vita privata e familiare (art. 8 CEDU) per non avere adottato misure sufficienti in tema di cambiamenti climatici. La Corte ha pertanto riconosciuto il diritto degli individui a una protezione effettiva da parte delle autorità statali da gravi effetti negativi dei cambiamenti climatici sulla loro vita, salute, benessere e qualità della vita.
Un altro esempio di “peso”, pur non essendo di per sé vincolante, è quello del Parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia che ha chiarito come gli Stati hanno obblighi vincolanti, in base al diritto internazionale esistente, di prevenire e porre rimedio ai danni dei cambiamenti climatici. Anche qui, tra i vari aspetti emersi dal parere, viene affermato che le misure di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici devono rispettare una serie di principi di equità nel rispetto dei diritti umani e tenendo conto delle condizioni di vulnerabilità di chi è maggiormente colpito dalla crisi climatica.
Questi esempi potranno avere un peso maggiore nel futuro anche in Italia. A luglio 2025 la Cassazione ha pubblicato una prima storica ordinanza di giurisdizione sul caso “Giusta Causa” che vede Greenpeace e ReCommon contro ENI, Ministero dell’Economia e delle Finanze e Cassa Depositi e Prestiti. La Cassazione ha infatti stabilito che in Italia è pienamente ammissibile un contenzioso climatico, proprio richiamando la sentenza della Corte Europea sul caso KlimaSeniorinnen.
Chi è che non viene riconosciuto nella crisi climatica e perché?
La crisi climatica però ci ha insegnato che spesso chi è maggiormente colpito dai cambiamenti climatici è anche chi non viene riconosciuto. Ti chiederai allora perché le persone in condizione di vulnerabilità non vengono riconosciute? Chi ha letto il libro “Invisible Women“ dell’autrice femminista Caroline Criado Perez già ha una risposta a questa domanda. Provo a sintetizzare: una persona o una comunità può diventare invisibile non perché non esiste ma perché il contesto non la riconosce come riferimento legittimo.
Pensa anche al mantello dell’invisibilità. Nel nostro caso il velo che rende invisibili è la costruzione di una certa idea di normalità. Se un gruppo “dominante” viene scambiato per “universale” e se su questa base si costruiscono linguaggi, istituzioni o sistemi di conoscenza, tutto quello che ne esce fuori diventa invisibile. Così quella persona o comunità non viene contata, nominata, rappresentata e ascoltata. Senza contare che il riconoscimento ci parla anche di giustizia epistemica, ossia dell’esclusione delle comunità dalla produzione e validazione della conoscenza. L’invisibilità viene quindi prodotta attraverso strutture come categorie amministrative, dati mancanti, gerarchie tra saperi, norme sociali e una diversa relazione con le istituzioni.
Secondo la filosofa femminista Nancy Fraser il problema è che norme, istituzioni e pratiche sociali collocano alcune persone o gruppi in una posizione subalterna che genera una tensione tra il “riconoscimento” e quello che chiama “misconoscimento”. Questo approccio afferma che il riconoscimento è tale solamente quando ai soggetti “invisibili” viene garantito uno status di pari nelle dinamiche sociali, mentre il misconoscimento può avvenire laddove le “differenze” (o come vengono percepite) possono essere utilizzate per istituzionalizzare forme di subalternità.
L’invisibilità è quindi il risultato di relazioni e interazioni tra gruppi sociali che si consolidano nel tempo e portano a un’incapacità strutturale di accorgersi di ciò che non viene vissuto da chi è ritenuto “normale”. Se si progettano azioni o politiche di adattamento ai cambiamenti climatici, ad esempio, questa incapacità di notare persone e comunità “altre” porta a un approccio tecnico che non risponde ai bisogni di chi resta invisibile o la progettazione di sistemi di monitoraggio e osservazione che non sanno “cercare” chi è in una condizione di maggiore vulnerabilità nella crisi climatica.
La giustizia di riconoscimento è importante proprio perché ci permette di vedere come le condizioni di vulnerabilità siano il risultato di circostanze sociali, economiche, strutturali e territoriali. Di base, poi, è difficile tutelare qualcuno che neanche si vede o i cui bisogni non sono considerati legittimi. In questo modo l’invisibilità viene plasmata dall’intersezione di processi storici e contemporanei di marginalizzazione politica, economica e culturale che vanno oltre le singole caratteristiche personali.
Come il mancato riconoscimento produce una maggiore esposizione agli effetti dei cambiamenti climatici
Il mancato riconoscimento produce una maggiore esposizione agli effetti dei cambiamenti climatici per il semplice fatto che senza il coinvolgimento dello sguardo di chi è e potrebbe essere maggiormente colpito dai cambiamenti climatici, ne ignoriamo i bisogni, le necessità e gli interessi. Per fortuna esistono anche dei casi di cui è interessante parlare anche solo per costruire un’esperienza utile a migliorare il nostro percorso verso la giustizia climatica.
Siamo tutte e tutti d’accordo che lo sfruttamento è una cosa brutta, perciò pensiamo alle lavoratrici e ai lavoratori outdoor. In Spagna, ad esempio, il progetto europeo ADAPTHEAT ha studiato i piani contro il caldo nati dalla negoziazione tra imprese e sindacati nel settore edile e della gestione dell’acqua. I piani, pur restando ancora volontari e poco applicati, collegano le soglie di rischio a misure operative partendo dall’esperienza di chi lavora.
In Svezia, invece, l’agenzia per la difesa civile ha costruito un sistema nazionale di allerta in caso di crisi o guerra che combina avvisi geolocalizzati, canali accessibili e materiali nelle lingue delle principali comunità presenti nel Paese. Il sistema di allerta invia un segnale sonoro forte e una vibrazione, in modo da avvisare anche chi non può sentire il segnale. Allo stesso modo le informazioni su cosa fare in caso di crisi sono accessibili anche attraverso screen reader o disponibili in braille e nelle lingue delle principali comunità migrate nel Paese, la lingua minoritaria del meänkieli e le lingue del popolo indigeno sami.
Occorre però stare attenti a riconoscere possibili effetti distorsivi che possono approfondire o generare nuove disuguaglianze. Uno dei casi più discussi è quello del DakPark di Rotterdam: un grande parco costruito su una diga nel quartiere popolare di Bospolder che unisce difesa dalle acque e spazio verde. Presentato come intervento di rigenerazione urbana, anche voluto e curato dagli stessi residenti, ad oggi ha causato un incremento dei prezzi immobiliari del quartiere. Si tratta di uno di quei paradossi della “gentrificazione verde” che provoca l’espulsione di quelle comunità che dovrebbero invece beneficiare maggiormente delle azioni di adattamento ai cambiamenti climatici. Ciò richiama tra l’altro temi di giustizia distributiva (come si ripartiscono oneri e benefici) e giustizia rigenerativa (l’esistenza e l’attuazione di meccanismi correttivi).
Tra gli strumenti utili a misurare diverse dimensioni della giustizia climatica, tra cui quella della giustizia di riconoscimento, vi è la Bussola dell’Equità climatica di ActionAid Italia. Secondo la Bussola dell’Equità climatica, per soddisfare alcuni dei requisiti della giustizia di riconoscimento, un’azione o una politica non dovrebbe solo utilizzare dati disaggregati o mappe per individuare con precisione chi è più esposto ai cambiamenti climatici e in quali aree, ma anche analizzare le cause strutturali per cui determinate persone o comunità sono in una condizione di maggiore vulnerabilità. Oltre a questo occorrerebbe utilizzare un approccio intersezionale per evitare di trattare le condizioni di vulnerabilità come dei silos separati.
Vedere chi non vediamo
La crisi climatica è fatta di disuguaglianze che ci spingono ad analizzare le “equazioni di potere”, come questo viene distribuito e quanto effettivamente siamo in grado di metterci insieme anche solo per colmare quel distacco tra l’urgenza dei cambiamenti climatici e il clamoroso ritardo dell’azione politica.
Mettersi insieme vuol dire anche cominciare a costruire una visione collettiva della crisi climatica capace di riconoscere anche l’esistenza di “altri” che hanno biografie profondamente diverse dalle nostre. Questo vorrà dire anche mettersi in discussione, decostruirsi e affrontare il tanto caro “dilemma del porcospino” per trovare la giusta vicinanza per prendersi cura a vicenda.
La giustizia climatica, tra le tante cose, ci pone un problema enorme: prima di “misurare” le condizioni di vulnerabilità dobbiamo riconoscere “l’esistenza” di una persona o di una comunità. Qui non voglio certo aprire “quell’annosa questione filosofica sull’essere o il non essere”. Voglio dire che, anche solo per riconoscere bisogni o problemi di una persona gettata nella crisi climatica, dobbiamo capire la sua identità e che nessuna e nessuno di noi è una cosa sola.
E tu chi pensi resti invisibile nelle politiche pubbliche del tuo territorio?
Ti aspetto nella sezione commenti e se hai domande, dubbi, consigli o curiosità io ne sarò felicissimo! Lettere nella crisi climatica nasce come un progetto collaborativo che ha come scopo quello di creare una community per tornare a parlarci di questi temi. Anzi, se vuoi fare qualcosa di più ti chiedo di partecipare compilando questo questionario.
Fonti e approfondimenti
ADAPTHEAT, Collective bargaining and social dialogue to Protect workers’ health and safety at work against heat and heat waves, maggio 2024.
Ricci, L., Mariano, C. & Marino, M. Assessing equity indicators and anti-displacement governance for urban green spaces as social infrastructure. Discov Cities 3, 185 (2026). https://doi.org/10.1007/s44327-026-00363-4
Equal Times, Can Rotterdam avoid green gentrification and become a climate-adaptive city for all? di Zuza Nazaruk, 20 febbraio 2023.
IPCC, Sixth Assessment Report - Impacts, Adaptation and Vulnerability, capitolo 1, 2022.
Nancy Fraser, Rethinking Recognition, New Left Review, n. 3, 2000.



